è un’interprete, autrice, cantante, speaker radiofonica e podcaster romana, il cui percorso artistico nasce nel mondo dell’intrattenimento e si sviluppa nel tempo attraverso una profonda passione per la musica italiana e internazionale. Nipote del compositore hollywoodiano John Rea, cresce in un ambiente ricco di stimoli creativi che contribuiscono fin da subito alla costruzione della sua sensibilità artistica.
La sua carriera discografica prende avvio nel 2009 con una collaborazione internazionale insieme ai Rezza Brothers, gruppo canadese con cui firma come autrice e featuring singer quattro brani, entrando in contatto con sonorità di matrice americana. Successivamente entra a far parte della Orange Records Rome, etichetta indipendente diretta dal produttore e direttore artistico Nando Di Stefano, con la quale pubblica il suo primo album “Semplicemente Me”, un progetto dal taglio autobiografico in cui racconta esperienze personali ed emozioni attraverso un linguaggio musicale diretto.
Nel corso degli anni consolida la propria presenza nel mondo dello spettacolo partecipando a trasmissioni televisive e radiofoniche e prende parte al progetto “Le Coccinelle Blu”, dedicato alle sigle dei cartoni animati, interpretando anche la versione italiana ufficiale di “Neon Genesis Evangelion”, distribuita in vinile e apprezzata dagli appassionati.
Con il tempo intraprende un percorso di evoluzione artistica che la avvicina alla canzone d’autore, sviluppando un linguaggio personale capace di fondere la tradizione melodica italiana con influenze West Coast. Pubblica brani di forte impatto come “Amore Assassino”, scritto da Umberto Rivarola, segnando l’inizio di una nuova fase creativa. Con l’album “Dal Pop al Rock” consolida ulteriormente la propria identità, dando vita a un progetto caratterizzato da energia, autenticità e contaminazioni legate al rock americano, con riferimenti a artisti come Kid Rock e ZZ Top. Tra i brani più rappresentativi di questo percorso figurano “Libidine”, “Il Potere di un Respiro”, dedicato ai musicisti dimenticati durante la pandemia, e “Credo”, una riflessione critica sul potere ecclesiastico.
Parallelamente alla produzione musicale, Monica Brown dimostra un forte impegno sociale. Nel 2024 pubblica “Perla – La forza dell’imbarazzo: donne che cambiano le regole del gioco”, confermando la sua attenzione verso l’universo femminile e i temi legati all’emancipazione. Nel 2025 prosegue con nuovi progetti discografici come “Lacrime Sospese”, dedicato al tempo e alle occasioni perdute, e “Tu Me Piace Accussì”, scritto da Ario De Pompeis, in cui si confronta con sonorità della tradizione neomelodica napoletana.
Il 2026 rappresenta un anno particolarmente significativo nel suo percorso artistico. A gennaio pubblica “Il Silenzio Uccide”, un brano di forte impegno civile contro la violenza sulle donne e il femminicidio, seguito a giugno da “Ti ho bloccato pure il cuore”, singolo dalle sonorità rock, e ad agosto da “Questa non è Musica”, traccia provocatoria che riflette sul valore della creatività e sull’evoluzione del panorama musicale contemporaneo. Nello stesso periodo presenta anche “Sono Morena”, un progetto originale che si configura come una risposta artistica all’immaginario della celebre “Baila Morena” di Zucchero, restituendo voce e identità alla figura femminile evocata nel brano.
Alla fine del 2026 è prevista l’uscita dell’album “Scomoda”, un lavoro che rappresenta una nuova tappa della sua evoluzione artistica e una dichiarazione di indipendenza espressiva, fondata sulla volontà di non uniformarsi alle aspettative esterne e di mantenere una voce autentica e personale.
Accanto alla musica, Monica Brown è attiva come speaker radiofonica e podcaster. È ideatrice e conduttrice del format “Orecchio sull’Anima”, uno spazio dedicato alla musica, alla società e alle emozioni umane, in cui affronta tematiche contemporanee attraverso monologhi, interviste e approfondimenti. Il suo percorso si distingue per la capacità di attraversare diversi linguaggi espressivi mantenendo al centro una ricerca costante di autenticità, facendo della musica e della comunicazione strumenti di connessione, riflessione e identità.
Che cos’è, per te, la musica?
Per me la musica è molto più di un mestiere. È il mio modo di comunicare, di raccontare quello che sento e anche quello che a volte non riesco a dire semplicemente parlando. Dentro la musica ci sono le emozioni, le esperienze, le persone che abbiamo incontrato, le ferite, le gioie, i cambiamenti. Quando canto o scrivo, non sto semplicemente interpretando una canzone: sto mettendo una parte di me nelle parole e nelle note. E credo che sia proprio questa la forza della musica: riesce ad arrivare alle persone anche quando non conosce la loro storia.
Quando hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso che la musica sarebbe diventata il mio linguaggio. È stata una cosa che è cresciuta insieme a me. La musica era già presente nella mia famiglia e, quando ho iniziato a cantare, ho capito quanto quella dimensione facesse parte naturalmente della mia vita. Poi sono arrivati i pianobar, le esperienze professionali, gli incontri, la scrittura e tutto quello che ha costruito il mio percorso. A un certo punto ho semplicemente capito che non riuscivo più a immaginarmi senza musica.
Quanto hanno inciso le tue radici familiari e la figura di tuo zio sulla tua sensibilità artistica?
Le mie radici familiari hanno sicuramente inciso sulla mia sensibilità artistica, perché provengo da una famiglia in cui la musica è sempre stata presente. Mio nonno, che non ho mai conosciuto, suonava il violino; mio padre cantava e proprio con lui ho iniziato la mia gavetta nel piano bar. È stato il mio primo contatto concreto con il mondo della musica e con tutto ciò che significa stare davanti al pubblico e conquistarsi il proprio spazio. Nella mia famiglia c’è anche mio zio John Rea, compositore canadese che ha avuto una lunga e importante carriera musicale a Montréal. È stato docente di composizione alla McGill University per molti anni e ha ricoperto anche il ruolo di Dean della Facoltà di Musica. La sua ricerca musicale ha attraversato diversi linguaggi, dalla musica orchestrale e da camera fino alla musica elettronica e al teatro musicale. Sono sempre stata consapevole di questa parentela, ma tra noi non c’è mai stata una collaborazione artistica, una raccomandazione o una facilitazione professionale. Ho sempre pensato che ogni sfida debba essere affrontata attraverso le proprie capacità, il lavoro e la determinazione. Per me le radici artistiche sono una ricchezza, non una scorciatoia. La mia famiglia mi ha trasmesso la musica in modi diversi: mio nonno attraverso una storia che non ho potuto conoscere, mio padre attraverso il primo palco e la gavetta. Io, invece, ho costruito nel tempo la mia voce e la mia identità artistica. La parentela fa parte della mia storia, ma il mio biglietto da visita è sempre stata la musica.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza internazionale con i Rezza Brothers?
L’esperienza con i Rezza Brothers è stata una tappa molto importante del mio percorso. Mi ha permesso di confrontarmi con una realtà internazionale e di vivere la musica da una prospettiva diversa. Ho avuto la possibilità di essere autrice e voce in diversi brani e questo mi ha insegnato molto sul lavoro di squadra, sulla professionalità e sulla capacità di mettersi continuamente in discussione. Soprattutto mi ha fatto capire che la musica non ha confini. Cambiano le lingue, le culture, le esperienze, ma quando una canzone riesce a trasmettere un’emozione, quella emozione arriva comunque.
Come nasce il tuo primo album “Semplicemente Me” e quanto c’è di autobiografico al suo interno?
“Semplicemente Me” è un album profondamente autobiografico, perché dentro ci sono esperienze, emozioni e parti della mia vita. Ma c’è anche un aspetto che oggi sento ancora molto attuale: alcune parole che un tempo facevano semplicemente parte delle nostre relazioni e che oggi sembrano quasi diventate difficili da pronunciare o addirittura da accettare. Penso a parole come “no”, “scusa” e “addio”. Dire “no” significa anche saper mettere un confine e riconoscere ciò che non vogliamo. Dire “scusa” significa avere l’umiltà di riconoscere un errore. Dire “addio” significa avere il coraggio di chiudere qualcosa quando quella cosa non ci fa più bene. Sono parole semplici, ma hanno un peso enorme. E forse proprio per questo oggi vengono spesso sostituite dal silenzio, dall’orgoglio o dalla fuga. In “Semplicemente Me” c’è quindi la mia storia, ma anche la volontà di dare valore a parole che non dovremmo perdere.
Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di evolvere verso una scrittura più personale e vicina alla canzone d’autore?
Credo che questa esigenza sia cresciuta insieme a me. I social, paradossalmente, mi hanno aiutata molto a capire quanto avessi bisogno di raccontare attraverso la musica ciò che accumulavo dentro. Sui social capita di incontrare persone che offendono senza sapere realmente chi sei. A volte lo fanno semplicemente per il gusto di farlo. E non sempre si riesce a replicare, perché non puoi spiegare la tua vita, il tuo percorso e la tua persona a qualcuno che ha già deciso chi devi essere. Ma quando accumuli tante cose, tante domande, tante risposte che non hai dato, prima o poi hai bisogno di trovare uno sfogo. Io quello sfogo l’ho trovato nella musica e nella scrittura. Ho trasformato alcune di quelle esperienze in testi. Per me scrivere significa anche questo: prendere qualcosa che ti rimane dentro e trasformarlo in qualcosa che possa avere un significato, non soltanto per me ma anche per chi ascolta.
Come descriveresti il passaggio artistico dal pop al rock?
Il passaggio dal pop al rock è arrivato anche grazie a una canzone, “Non c’è mai una ragione”. È stato un momento di metamorfosi, e non parlo soltanto di un cambiamento interiore, ma anche di un cambiamento artistico. Io sono una persona curiosa e vivere nella comfort zone non mi piace. Sarebbe tutto molto più semplice, ma anche molto più scontato. Credo invece che la musica debba essere esplorata, attraversata e sperimentata. Io quella dimensione oggi la sento fortemente nel rock. Quando salgo sul palco e canto rock mi sento viva. È un genere che mi permette di tirare fuori energia, carattere, emozione e una parte molto istintiva di me. Quindi la mia metamorfosi non è stata semplicemente cambiare genere musicale. È stata trovare un modo più autentico di essere Monica Brown sul palco.
Quali sono le influenze musicali che oggi senti più vicine al tuo percorso?
e mie influenze sono diverse e non appartengono a un unico genere. Mi piace la musica quando ha un’identità, quando riesce a trasmettere qualcosa e soprattutto quando non è costruita soltanto per seguire una tendenza. Mi sento vicina al pop quando riesce a essere emozionale, al rock quando diventa energia e libertà, e alla canzone d’autore quando mette le parole al centro. Non amo molto le etichette rigide. Penso che un artista debba poter ascoltare, sperimentare e attraversare linguaggi diversi, lasciandosi influenzare da ciò che sente davvero vicino.
Cosa rappresenta per te affrontare temi sociali attraverso la musica?
Viviamo un periodo particolarmente scomodo per la musica. Ci sono generi nei quali sempre più spesso prevalgono testi violenti e il rischio è quello di abituarci alla violenza, anche soltanto attraverso le parole. Io penso che questo non vada bene. Quando una persona ascolta una canzone dovrebbe potersi immedesimare, emozionare, trovare una speranza, avere la pelle d’oca o magari fermarsi a riflettere. Siamo già bombardati ogni giorno da notizie tragiche, violenza e immagini che ci ricordano quanto il mondo possa essere difficile. Per questo credo che la musica possa e debba dare anche un segnale reale e significativo. Noi artisti siamo, in qualche modo, portavoce di ciò che accade dentro di noi e intorno a noi. Non possiamo risolvere i problemi attraverso una canzone, ma possiamo raccontarli, possiamo porre domande e possiamo scegliere quale messaggio lasciare a chi ci ascolta.
Come nasce “Il Silenzio Uccide” e quale messaggio vuoi lasciare attraverso questo brano?
“Il Silenzio Uccide” nasce sicuramente dal tema della violenza sulle donne, ma per me è molto più di una canzone che racconta questo fenomeno. È anche un grido rivolto alle istituzioni e alla magistratura. Siamo diventate troppo spesso titoli sui giornali. Si parla del problema quando ormai non si può più fare nulla, quando resta soltanto una lapide sulla quale piangere. E questo non dovrebbe accadere. Noi abbiamo il diritto di vivere senza paura. Abbiamo il diritto di uscire di casa e di tornare a casa sane e salve. Non possiamo essere semplicemente contate, archiviate e poi dimenticate mentre il mondo continua ad andare avanti come se nulla fosse. Quello che mi preoccupa è che una tragedia dopo l’altra rischi di trasformarsi in un’abitudine. E quando una tragedia diventa un’abitudine, significa che qualcosa non sta funzionando. Con “Il Silenzio Uccide” ho voluto dare voce a questa insofferenza. È un grido, ma anche una richiesta di attenzione. Non possiamo continuare a parlare di questo problema soltanto quando ormai è troppo tardi. Abbiamo bisogno di affrontarlo come una vera emergenza, prima che un’altra donna diventi soltanto un altro nome da aggiungere a una lista.
Che significato ha “Sono Morena” all’interno del tuo percorso artistico?
“Sono Morena” nasce da un’idea che mi accompagna da tempo. Dopo 25 anni, ho sentito il bisogno di dare una voce e soprattutto un’identità a Morena, il personaggio che tutti conosciamo attraverso “Baila Morena” di Zucchero. Morena, in quella canzone, è rimasta per anni nell’immaginario collettivo, ma io mi sono chiesta: chi è davvero Morena? Cosa potrebbe dire se potesse parlare? Cosa sarebbe successo se, dopo 25 anni, fosse stata lei a raccontare la propria storia? Da questa domanda nasce “Sono Morena”. Non è assolutamente un dissing nei confronti di Zucchero e non nasce dalla volontà di mettermi in contrapposizione con lui. È un’operazione artistica. L’arte può dialogare con altra arte, può riprendere un personaggio che è diventato un’icona e immaginare cosa potrebbe accadere dopo. Io ho preso quella Morena che per 25 anni è rimasta nell’immaginario di una canzone e ho voluto darle un’identità, una voce e una nuova storia attraverso la mia musica. Per questo il titolo è “Sono Morena”. Non più soltanto una donna di cui si canta, ma una donna che finalmente può dire: io sono Morena.
Cosa vuoi comunicare attraverso il titolo del tuo nuovo album “Scomoda”?
Ho scelto “Scomoda” perché è una parola nella quale mi riconosco molto. Soprattutto sui social sono una persona diretta e dico quello che penso. Ma quando sei diretta, quando dici quello che pensi e soprattutto quando dici la verità dal tuo punto di vista, inevitabilmente puoi diventare scomoda. Non perché tu voglia esserlo, ma perché non sempre quello che dici è quello che gli altri vogliono sentirsi dire. “Scomoda” per me significa non avere paura di esprimersi, anche quando sarebbe molto più facile stare zitti. Significa non cercare continuamente l’approvazione degli altri. E credo che questo rappresenti bene anche il mio percorso artistico di oggi. Voglio fare musica nella quale riconoscermi, parlare di quello che sento e affrontare anche argomenti che possono creare discussione. Se questo significa essere scomoda, allora sì, mi sta bene esserlo.
Quanto è importante per te non adattarti alle aspettative degli altri nel mondo musicale?
È fondamentale. Nel mondo musicale esistono aspettative, mode e tendenze, ma se iniziassi a costruire la mia musica pensando continuamente a quello che gli altri vogliono sentirsi dire, smetterei di essere un’artista. Naturalmente ascolto, osservo e mi confronto, ma alla fine devo poter riconoscere me stessa in quello che faccio. Preferisco una strada più difficile ma autentica piuttosto che adattarmi a qualcosa che non mi rappresenta. Credo che un artista debba avere il coraggio di dire anche “questa sono io”, senza cercare continuamente di piacere a tutti. Perché, alla fine, se cerchi di piacere a tutti rischi di non essere più riconoscibile nemmeno a te stessa.
In che modo la radio e il podcast “Orecchio sull’Anima” completano la tua identità artistica?
Ho accettato questa avventura in radio, su No Limits Radio, proprio perché sentivo il bisogno di avere uno spazio nel quale poter parlare e soprattutto argomentare. Sui social, molto spesso, questo non è possibile. Ci sono dinamiche e soprattutto una violenza verbale che a volte mi spaventa. Gli haters si cibano delle debolezze degli altri, entrano nelle vite delle persone senza conoscerle e spesso trasformano qualsiasi pensiero in un’occasione per attaccare. In quello spazio diventa difficile essere davvero se stessi e raccontarsi fino in fondo. La radio e il podcast mi stanno dando invece la possibilità di fermarmi, approfondire e affrontare argomenti che spaziano dal sociale alla vita privata, dalle riflessioni personali alle storie di vita che mi vengono raccontate dagli ascoltatori. Ed è proprio attraverso queste storie che si crea un dialogo diverso, più autentico. Con “Orecchio sull’Anima” non sono soltanto un’artista che canta per qualcuno, ma una persona che parla con altre persone. Posso confrontarmi con chi mi ascolta, raccogliere esperienze, raccontare le mie e scoprire quanto, dietro storie apparentemente diverse, ci siano sentimenti e domande che ci accomunano. Credo sia importante abbattere i confini tra artista e pubblico. Siamo abituati a pensare all’artista da una parte e all’ascoltatore dall’altra, ma alla fine siamo tutti esseri umani. Viviamo sotto lo stesso cielo e sulla stessa terra, abbiamo paure, fragilità, sogni e domande molto più simili di quanto immaginiamo. Forse è proprio questo che voglio fare attraverso la radio: abbattere le distanze, ascoltare e farmi ascoltare. Perché prima ancora di essere un’artista, sono una persona. E dall’altra parte del microfono c’è un’altra persona.
Cosa cerchi nel rapporto con il pubblico quando comunichi attraverso la musica e la parola?
Cerco una connessione vera. Non mi interessa soltanto che una persona ascolti una mia canzone: mi interessa che quella canzone le lasci qualcosa. Una frase, un’emozione, un ricordo, magari anche una domanda. Quando parlo attraverso la radio o attraverso la musica, vorrei che chi mi ascolta sentisse che quello che sto raccontando può incontrare qualcosa della sua esperienza. Mi piace pensare che tra artista e pubblico possa esistere uno scambio. Io racconto qualcosa di me e, dall’altra parte, qualcuno può riconoscersi in quelle parole e magari sentirsi un po’ meno solo.
Guardando al futuro, quale direzione senti più autentica per il tuo percorso artistico?
Sento sempre più forte il bisogno di continuare a essere libera. Voglio scrivere, cantare, parlare e portare avanti progetti nei quali riconoscermi completamente. “Scomoda” rappresenta una parte importante di questo percorso, ma non voglio considerarlo un punto di arrivo. Voglio continuare a crescere, sperimentare, esplorare la musica e affrontare anche temi che magari non sono semplici. Voglio continuare a portare avanti la musica, la scrittura, il palco e anche la comunicazione attraverso la radio, cercando ogni volta nuove forme per raccontare quello che sono e quello che vivo. Una cosa, però, voglio mantenerla sempre: la libertà di essere me stessa. Perché alla fine, dopo tutto quello che accade intorno alla musica, dopo le mode, i numeri, i social e le aspettative, quello che rimane è la persona che c’è dietro una voce. E io voglio che quella persona sia sempre riconoscibile: Monica Brown, semplicemente me stessa.