nasce a Trento, dove vive e lavora. Si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e, dopo il conseguimento del titolo, trascorre un anno negli Stati Uniti approfondendo Web Design e Graphic Design. Rientrata in Italia, lavora per circa dieci anni come graphic designer e art director tra Milano e Trento, maturando un solido profilo progettuale che integra competenze artistiche e visive. Successivamente sceglie di dedicarsi all’insegnamento e oggi è docente di discipline grafiche in un liceo artistico.
Il passaggio dalla pittura tradizionale al digitale avviene in modo naturale, come evoluzione coerente del suo percorso. Per lei costruire un’immagine sullo schermo rappresenta la stessa esperienza fisica e mentale del lavorare su tela: l’interesse per la forma, la struttura, la sintesi e il segno trova nel linguaggio progettuale un nuovo ambito di esplorazione. Il digitale diventa così un’estensione del gesto, uno spazio in cui rigore e intuizione convivono.
Ogni opera nasce da uno schizzo istintivo a penna, rapido e immediato, nel quale ricerca postura, tensione ed emozione del corpo. Il disegno viene poi trasferito in ambiente vettoriale, dove attraverso un lavoro meticoloso su curve, linee e colore la figura viene calibrata fino a raggiungere equilibrio e presenza. Il processo è controllato e preciso, ma conserva l’energia originaria del segno.
La sua ricerca si concentra sull’interiorità, con la figura femminile come archetipo ricorrente. Le sue presenze appaiono sospese, raccolte in uno spazio mentale silenzioso, dove il corpo diventa luogo emotivo. Superfici pulite ed essenziali mettono in risalto la sintesi formale e la tensione interiore, mentre ogni nuova opera nasce dalla precedente, spostandone progressivamente il baricentro. Il suo lavoro si sviluppa per variazioni, in un equilibrio costante tra fragilità e struttura, tra impulso istintivo e precisione progettuale.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è immersione totale quando la faccio, e impatto immediato quando la guardo.
Quando lavoro entro in una concentrazione assoluta in cui il tempo si sospende e restiamo solo io e quello che sto costruendo, mentre quando osservo un’opera che funziona sento un’emozione prima ancora di capirne il motivo, qualcosa che arriva diretto, senza spiegazioni.
Quando ha capito che il digitale sarebbe diventato un’estensione naturale del suo gesto pittorico?
Per un periodo la pittura si è interrotta per via degli impegni lavorativi e di tre figli piccoli, e quando ho sentito di nuovo forte l’esigenza di portare avanti la mia ricerca mi sono resa conto che il linguaggio che utilizzavo ogni giorno sul lavoro era già quello digitale, quindi è stata una continuità naturale. Lo schermo è diventato la mia tela, il gesto non è cambiato, è cambiato il medium.
In che modo l’esperienza come graphic designer e art director continua a influenzare la sua ricerca artistica personale?
La influenza moltissimo, perché la pittura mi ha dato l’intensità del segno, mentre il design mi ha insegnato la sintesi e il metodo. Il rigore, l’equilibrio, l’attenzione alla proporzione sono entrati nel mio modo di costruire le mie opere e, nel tempo, la pulizia formale, la riduzione degli elementi e il controllo delle proporzioni sono diventati principi interni alla mia pratica, fino al punto che tolgo finché resta solo ciò che serve.
Cosa accade, emotivamente e tecnicamente, nel passaggio dallo schizzo istintivo a penna alla costruzione rigorosa in ambiente vettoriale?
Lo schizzo è veloce, istintivo, quasi irregolare, e quando passo al digitale il processo cambia ritmo, diventa più lento e più controllato. Ogni curva conta, sposto un punto di pochissimo e la figura cambia intensità, ed è lì che avviene il lavoro vero, perché non mi interessa raccontare una storia, mi interessa costruire una presenza.
Quanto è importante per lei mantenere l’energia del segno iniziale all’interno di un processo così controllato e calibrato?
È fondamentale, perché lo schizzo è rapido, istintivo, urgente e, quando passo al vettoriale, non voglio perdere quell’energia, voglio canalizzarla. Il lavoro diventa chirurgico, ogni curva è una decisione, ogni millimetro spostato altera l’equilibrio della figura, e se non mantenessi quella tensione rischierei di scivolare nella decorazione e nell’estetica.
Perché la figura femminile è diventata l’archetipo centrale della sua ricerca sull’interiorità?
È un linguaggio che mi appartiene da sempre e lo scelgo in modo istintivo, perché la figura femminile è il luogo in cui riesco a misurare meglio la tensione tra vulnerabilità e controllo, ed è anche lo spazio in cui mi riconosco.
Che ruolo ha il silenzio nelle sue immagini e come si traduce visivamente questo spazio mentale sospeso?
Il silenzio per me è riflessione, osservazione, introspezione, e gli sfondi essenziali che costruisco non sono vuoti, sono silenzi. Mi interessa togliere il superfluo per lasciare spazio alla presenza della figura, e fare in modo che quello spazio mentale sospeso resti percepibile.
Come lavora sul colore per sostenere la tensione emotiva senza perdere la pulizia e l’essenzialità formale?
Il colore per me è emotivo, e lavoro sulle sfumature perché la tensione non è mai netta ma progressiva, quindi un tono leggermente diverso può cambiare la postura psicologica della figura e, di conseguenza, l’atmosfera dell’intera opera.
Sente che il digitale le permette una libertà maggiore rispetto alla pittura tradizionale o rappresenta semplicemente un linguaggio diverso?
Non direi, è un linguaggio diverso, ma in questo momento mi dà una libertà operativa che sento molto mia, perché posso intervenire, correggere, affinare e spingere l’immagine fino a trovare il suo equilibrio.
In che modo l’insegnamento in un liceo artistico dialoga con la sua pratica creativa quotidiana?
Insegnare mi costringe a spiegare ciò che faccio in modo intuitivo e, quando parlo di composizione, equilibrio, ritmo, sto anche chiarendo a me stessa il mio metodo. Allo stesso tempo cerco di spingere gli studenti a trovare una voce personale, perché la tecnica da sola non basta se non sostiene un’identità.
Quando considera “conclusa” un’opera, dato il suo costante lavoro di rifinitura su curve e linee?
Quando una curva spostata di un millimetro fa perdere intensità e io lo percepisco immediatamente, capisco anche il contrario, cioè quando non sento più quel tipo di instabilità. L’opera è finita quando la tensione interna regge e non sento più il bisogno di correggere.
La sua ricerca procede per variazioni: cosa la spinge a spostare ogni volta il baricentro rispetto al lavoro precedente?
Perché non so mai davvero dove andrò e, ogni volta che chiudo un lavoro, quello stesso lavoro mi suggerisce il successivo, come se aprisse una domanda nuova. È un percorso che si costruisce mentre lo percorro, per piccoli spostamenti, ma continui.
Guardando al futuro, immagina un ritorno alla pittura su tela o un’ulteriore evoluzione del suo linguaggio digitale?
Nel presente e nel prossimo futuro sento forte l’attrazione per il mondo digitale, quindi immagino un’ulteriiore evoluzione in quella direzione, ma non escludo un ritorno alla tela o un passaggio al mixed media, perché non voglio chiudere nessuna possibilità.
Descriviti in tre colori.
Viola, verde acido, fucsia.