al secolo Maria Chiara Pastore, è una cantautrice napoletana classe 2008, legata alla musica da un rapporto profondo e viscerale che affonda le sue radici nella primissima infanzia. Fin da quando aveva appena due anni, ha frequentato gli studi di registrazione accanto al padre, assorbendo naturalmente dinamiche, suoni e linguaggi del mondo musicale, che sono diventati parte integrante della sua crescita.
Questo imprinting precoce si è trasformato nel tempo in un percorso artistico consapevole, costruito con dedizione e continuità. Tra le tappe più significative del suo cammino si distingue la partecipazione al Festival della Pace in Belgio con l’Accademia Upam, un’esperienza internazionale che le ha permesso di esibirsi rappresentando Napoli.
Raggiunta la maggiore età, Merykì inaugura una nuova fase della sua carriera, rivendicando una piena autonomia artistica e sviluppando un’identità sonora definita, orientata alla ricerca di uno spazio autentico nel panorama discografico contemporaneo. Il suo debutto discografico è segnato dal singolo “FUORI DAL FEED”, un brano che affronta con lucidità e sensibilità le dinamiche relazionali della sua generazione.
Attraverso la sua musica, l’artista indaga il contrasto tra le relazioni del passato e quelle dell’era digitale, mettendo in luce come i social network abbiano trasformato il modo di vivere la fine di un rapporto. Nelle sue canzoni emerge una riflessione sulla memoria digitale e sull’impossibilità di dimenticare, dove l’algoritmo diventa parte attiva nel riproporre frammenti di vissuto emotivo, rendendo il distacco più complesso e stratificato.
La sua scrittura si distingue per maturità, introspezione e capacità di raccontare il presente con uno sguardo autentico e generazionale.
Cos’è per te la musica?
La musica per me è l’unico posto in cui riesco a fare ordine nel disordine che ho in testa, dove le mie insicurezze smettono di farmi paura e diventano canzoni.
Qual è il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
In realtà non c’è stato un vero e proprio interruttore, ma piuttosto una consapevolezza. Fin da bambina, quando mi chiedevano ad esempio le tabelline o come stavo, finivo sempre per cantare, picchiettare le dita sul tavolo o cercare un ritmo. Ho capito che era il mio linguaggio principale quando mi sono resa conto che penso in musica, ricordo i momenti della mia vita attraverso i suoni e traduco la realtà in note prima ancora che in pensieri.
Quanto ha influenzato la figura di tuo padre e l’ambiente dello studio di registrazione nella costruzione della tua identità artistica?
Mio padre e lo studio sono stati la mia prima scuola e la mia più grande fortuna. Da lui non ho imparato solo la tecnica, ma il valore più profondo della musica: il rispetto per l’arte e la capacità di trovare l’ispirazione in ogni cosa, nell’ascolto attento come nel silenzio. Mi ha dato gli strumenti e la sensibilità per capire questo mondo a un livello viscerale. Al tempo stesso, però, costruire la mia identità artistica ha significato anche dover fare un passo fuori da quell’ambiente così protetto e definito, per capire chi fossi io da sola. Ho preso quell’amore per il suono, la sua guida sul come lasciarsi ispirare e i suoi preziosi insegnamenti, e li ho usati come trampolino di lancio per esplorare la mia direzione, contaminando quel background con il mio mondo. È un’influenza che non rinnego mai, anzi: è il mio porto sicuro da cui partire per esplorare nuovi mari.
Cosa significa per te oggi rivendicare una piena autonomia artistica?
Significa non avere paura di fare scelte impopolari. In un mondo in cui tutti corrono per compiacere un algoritmo, autonomia per me significa rallentare se ne ho bisogno, sperimentare e difendere le mie canzoni così come sono nate, senza vestirle per forza con abiti che non mi appartengono.
Come nasce il brano FUORI DAL FEED e quanto è legato alla tua esperienza personale?
Nasce da una storia finita, dalla frustrazione di non volerne più sapere niente di una persona che però, inevitabilmente, continuava a tornarmi davanti agli occhi. Un like, una foto, una notifica… il feed non ti lascia andare. Mi sono chiesta: una volta, prima dei telefoni, bastava non frequentare gli stessi posti per voltare pagina. Oggi invece come si fa a guarire, specialmente quando provi ancora qualcosa, se quella persona te la trovi continuamente sullo schermo? Il brano nasce proprio da questo cortocircuito emotivo.
In che modo i social network influenzano la tua scrittura e il tuo modo di raccontare le relazioni?
Hanno cambiato totalmente le regole del gioco. I social amplificano tutto: le assenze pesano il doppio e i silenzi digitali diventano assordanti. Nella mia scrittura cerco di raccontare proprio questo contrasto, ovvero come una tecnologia creata per connetterci, alla fine, spesso ci lasci addosso solo una profonda solitudine emotiva.
Quando componi, parti più da un’emozione, da una storia o da un suono?
Quasi sempre da una storia. Devo partire da qualcosa di vero, di vissuto sulla mia pelle o visto da vicino. Il suono e l’atmosfera arrivano subito dopo, per vestire quella storia.
Qual è la sfida più grande per una giovane artista nel trovare spazio nel mercato discografico contemporaneo?
La sfida più grande oggi non è trovare spazio, ma difendere il proprio tempo. Viviamo in un mercato discografico che corre a duecento all’ora e che consuma la musica come se fosse un fast food, chiedendo agli artisti di produrre contenuti in continuazione pur di alimentare gli algoritmi dei social. In questo scenario, la vera rivoluzione è rimanere fedeli a se stessi e riappropriarsi dei propri ritmi. Significa avere il coraggio di aspettare, di curare il dettaglio e di far sedimentare un’emozione, rifiutando la fretta di dover pubblicare qualcosa a tutti i costi. La qualità ha bisogno di tempo. Alla fine, il pubblico non si lega a un trend passeggero di quindici secondi, ma a un’identità artistica sincera. Rimanere unici, oggi, significa non avere paura di rallentare per far nascere qualcosa che resti davvero.
Che tipo di messaggio vuoi trasmettere alla tua generazione attraverso la tua musica?
Con la mia musica voglio parlare prima di tutto ai ragazzi della mia età, ai miei coetanei. Viviamo in un mondo saturo di filtri e apparenze, dove spesso ci sentiamo sbagliati o inadeguati. Vorrei che le mie canzoni fossero uno specchio per loro: vorrei che ascoltandomi potessero pensare: Ok, non sono solo a provare questa cosa, non sono l’unico a sentirmi così. Il mio obiettivo più grande è dare forza alle loro insicurezze, ribaltando la prospettiva: voglio far capire che quelle fragilità che cerchiamo di nascondere possono diventare i nostri più grandi punti di forza. La musica mi ha insegnato che non dobbiamo uniformarci per essere accettati, e spero di trasmettere il coraggio di crederci sempre. Vorrei essere la dimostrazione che, nonostante le paure, i sogni possono diventare realtà.
Quanto è importante per te mantenere un legame con le tue radici napoletane nel tuo percorso artistico?
Napoli non è solo un luogo geografico, è uno stile di vita. Ha una lingua che arriva alla pancia prima che alla testa. Mantenere questo legame per me significa rimanere fedele a quel calore di casa, portando con me quel pizzico di scaramanzia e di pazzia che solo la mia terra sa darti, ovunque io decida di andare.
C’è un artista o un genere musicale che senti particolarmente vicino al tuo modo di esprimerti?
Marracash è in assoluto il mio artista preferito. Di lui mi affascina la capacità disarmante di mettersi a nudo, la crudezza della sua scrittura e il modo in cui riesce a fare introspezione psicologica senza filtri. Mi sento vicina a quell’attitudine: usare la musica non per dare risposte facili, ma per scavare nel buio e trovare la poesia anche nelle cose più difficili.
Come immagini l’evoluzione del tuo sound nei prossimi anni?
Credo che nei prossimi anni la mia musica si evolverà seguendo i ritmi del tempo, andando sempre verso sonorità moderne e attuali. Al tempo stesso, però, mi piacerebbe non dipendere esclusivamente da un sound digitale o tecnologico. Il mio obiettivo è trovare un equilibrio: unire la freschezza della produzione contemporanea a elementi suonati, più caldi e melodici. Vorrei che la tecnologia fosse un mezzo, ma che il cuore del pezzo rimanesse vivo, suonato ed emozionante. Penso che la vera crescita per me sarà proprio questa: riuscire a parlare il linguaggio di oggi, ma con un’anima senza tempo.
Se dovessi descrivere la tua musica in tre parole, quali sceglieresti?
Se dovessi racchiuderla in tre parole, direi che la mia musica è viscerale, giovanile e sincera. È viscerale perché nasce da un’esigenza profonda, da qualcosa che ho dentro e che riesco a buttare fuori solo attraverso le note e lo studio di registrazione; non è mai costruita a tavolino. È giovanile perché parla la lingua della mia generazione, dei miei coetanei, e segue i ritmi del tempo in cui viviamo, muovendosi verso sonorità sempre moderne e attuali. E infine è sincera, perché in un mondo pieno di filtri e apparenze, ho scelto di non nascondermi. Uso le canzoni come uno specchio, mettendo a nudo anche le mie insicurezze nella speranza che chi mi ascolta si senta capito e un po’ meno solo.