nato il 30 ottobre 1987 a Bisceglie, è un attore italiano attivo tra teatro, cinema, televisione e doppiaggio. Il suo percorso artistico si fonda su una solida formazione maturata presso istituzioni di rilievo come l’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi e la scuola Quelli di Grock, arricchita da masterclass e collaborazioni con importanti figure della scena teatrale europea, tra cui Toni Servillo, Peter Stein, Krystian Lupa, Federico Tiezzi e Massimo Popolizio.
La sua carriera si sviluppa attraverso oltre vent’anni di attività continuativa, durante i quali costruisce un percorso articolato tra palcoscenico, set cinematografici e produzioni televisive. In ambito teatrale prende parte a numerose opere classiche e contemporanee, interpretando ruoli di rilievo in testi di Shakespeare, Euripide, Dostoevskij e altri autori, collaborando con compagnie e registi di primo piano.
Parallelamente si afferma nel cinema con partecipazioni a film diretti da registi come Giuseppe Piccioni, Riccardo Milani e Paola Cortellesi, prendendo parte a produzioni come “Noi siamo Francesco”, “Questi giorni”, “Come un gatto in tangenziale” e “Come Romeo e Giulietta”.
In televisione ottiene ampia visibilità grazie a ruoli in serie di successo, tra cui “Un Posto al Sole”, dove interpreta Riccardo Crovi, “I Leoni di Sicilia”, “Belcanto” e “Il Patriarca”, consolidando il proprio rapporto con il pubblico e dimostrando una notevole versatilità interpretativa.
Accanto all’attività attoriale, Racanati sviluppa esperienze nel doppiaggio, negli audiolibri, nella pubblicità e nell’insegnamento della recitazione, mantenendo un approccio completo e artigianale al mestiere. Nel corso della sua carriera ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui premi come miglior attore protagonista in contesti nazionali e internazionali, a testimonianza della qualità del suo lavoro e della sua costante ricerca artistica.
Il suo percorso si distingue per rigore, continuità e capacità di attraversare linguaggi differenti, mantenendo al centro una visione della recitazione come strumento di indagine profonda sull’essere umano e sulle sue molteplici sfumature.
Quando hai capito che la recitazione sarebbe diventata il tuo percorso di vita?
Forse è qualcosa che non si capisce fino in fondo. Ti ritrovi. Sei dentro. Mentre capisci, sta accadendo. La recitazione è chiaramente un accadimento.
In che modo la formazione teatrale ha influenzato il tuo approccio al cinema e alla televisione?
Nella disciplina, nell’ascolto e nel modo di sentirmi in scena. La vivezza costante. Ecco, a teatro deve tenere per un’ora o due, serve il corpo, serve esserci. Tu mi dirai anche nel cinema; ma lì c’è uno stop. Si può “rifare”. A teatro no.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza con maestri come Toni Servillo e altri registi della scena contemporanea?
Più di Servillo, a cui devo molto ed in breve tempo, maestri come Kristian Lupa hanno aggiunto il “pensiero”, non come zavorra o strana manifestazione de “io so”, ma come strumento a disposizione. I maestri questo fanno. Ti insegnano a metterti a disposizione del tuo strumento. Un corpo donato agli altri.
Qual è stato il momento di svolta nella tua carriera dopo “Noi siamo Francesco”?
Sicuramente il lavoro in tv su Un Posto al Sole, I Leoni di Sicilia, Belcanto o Il Patriarca mi ha fatto fare uno scalino. Ma non ho svoltato. Quand’è che si svolta? Quando diventi famoso? Quando riesci ad aderire all’idea che hai di te come attore? Quando lavori?
Come costruisci i tuoi personaggi dal punto di vista emotivo e psicologico?
Parto dal corpo, provo a capire quali sono i sentimenti che animano il personaggio e vado a recuperarli dentro la mia vita. Il mio lavoro è in costante dialogo tra il dentro e il fuori.
Quanto incide la tua formazione in semiotica del cinema nella lettura dei ruoli che interpreti?
Manco a farlo apposta, Servillo ci spiegò come un attore deve pensarsi nell’opera totale e non nella singola scena. Il personaggio che storia racconta in tutto il film? Farlo nella singola scena non basta.
Che differenze trovi tra il lavoro sul set e quello sul palcoscenico?
Forse i tempi. Forse il teatro ruba un momento in più sullo studio, sullo sbagliare, sul provare. Nel cinema lo fai da solo, al massimo capitano un paio di letture insieme. Devi arrivare sul set come arrivo nel giorno del debutto di uno spettacolo. Ma in entrambi i casi arrivare preparato è tutto. È una forma di rispetto anche per chi svolge una mansione non attoriale.
Cosa ti ha dato il ruolo in “Un Posto al Sole” in termini di crescita artistica e rapporto con il pubblico?
Palestra straordinaria. Fai 12 scene, hai massimo 2/3 take. La reattività e la capacità di cambiare è quello che mi ha restituito di più. Dopo UPAS puoi fare qualsiasi cosa. E poi mi ha permesso di raggiungere l’unica cosa che conta nel mio lavoro: il pubblico. Fare l’attore per me è quando uno spettatore empatizza con il tuo personaggio, sta lì con te, in dialogo. Quel dialogo con il pubblico è la ragione per cui amo questo lavoro.
Qual è il personaggio che ti ha messo più alla prova fino ad oggi?
Il Riccardo di “Come Romeo e Giulietta”, film di Giuseppe Nuzzo. Un ragazzo paraplegico.
Come vivi il rapporto tra notorietà e ricerca artistica?
Sono un artigiano. Totalmente con i piedi per terra. Oggi c’è. Domani no. Non si dovrebbe manco parlarne, per come la vedo io.
Cosa cerchi in un progetto prima di decidere di farne parte?
Le ferite. Le perdite di sangue. Il desiderio di disabitare i luoghi comuni e i cliché.
Qual è il tipo di storia che senti più vicino alla tua sensibilità?
Mi interessa moltissimo indagare la malattia, anche quelle invisibili, e come ci si relaziona con il mondo, con le persone che ami e che ti amano. Mi interessano le storie di lotta. La lotta per tornare a vivere o tornare ad amare.
Guardando al futuro, quali sfide artistiche senti il bisogno di affrontare?
Vorrei potermi sperimentare nell’arco di un ruolo all’interno di tutto il film. Se solo mi facessero fare Ezio Bosso…