Maurizio Zambardi

nato nel 1961, è architetto, archeologo e dottore di ricerca presso la Seconda Università di Napoli. Docente all’Istituto Omnicomprensivo “A. Giordano” di Venafro, vive a San Pietro Infine con la…

BIOGRAFIA

#Maurizio Zambardi

nato nel 1961, è architetto, archeologo e dottore di ricerca presso la Seconda Università di Napoli. Docente all’Istituto Omnicomprensivo “A. Giordano” di Venafro, vive a San Pietro Infine con la moglie Luciana e i figli Elvira, Stefano e Laura. Da anni è attivamente impegnato nella promozione culturale, collaborando con quotidiani e riviste specializzate attraverso studi e saggi dedicati all’archeologia, alla storia e alle ricerche etno-antropologiche.

Socio fondatore e membro del direttivo del Centro Documentazione e Studi del Cassinati, fa parte della redazione del trimestrale “Bollettino di Studi Cassinati”. Dal 2002 è inoltre fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “Ad Flexum” di San Pietro Infine, con cui promuove iniziative di valorizzazione del territorio e della memoria storica.

Nel corso della sua carriera ha contribuito a numerosi rinvenimenti archeologici e ha approfondito tematiche legate al brigantaggio e alla Seconda Guerra Mondiale, con particolare attenzione alle vicende dell’Alta Terra di Lavoro. Il suo lavoro di ricerca e divulgazione gli è valso importanti riconoscimenti, tra cui il Premio FiuggiStoria 2019 – Lazio Meridionale e Terra di Confine e il Premio “G. Villella” nello stesso anno.

Autore prolifico, ha pubblicato numerosi volumi che spaziano dalla storia locale alla memoria bellica, dalla ricerca archeologica alla narrativa, contribuendo in modo significativo alla conservazione e alla diffusione del patrimonio culturale del suo territorio. Fa parte inoltre di giurie letterarie e artistiche, consolidando il suo ruolo di riferimento nel panorama culturale e scientifico locale e nazionale.

Cos’è per te la scrittura?

La scrittura rappresenta il modo più autentico con cui riesco a dare continuità alla memoria. Non è soltanto uno strumento per trasmettere conoscenze, ma un impegno morale verso il territorio, la sua storia e le persone che lo hanno vissuto. Ogni libro nasce dal desiderio di salvare dall’oblio vicende, luoghi e testimonianze che rischierebbero di scomparire. Scrivere significa lasciare una traccia, trasformare la ricerca in patrimonio condiviso e offrire alle future generazioni gli strumenti per comprendere le proprie radici.

Come nasce il tuo interesse per l’archeologia e in che modo si è intrecciato con la tua formazione da architetto?

Il mio interesse per l’archeologia nasce fin da ragazzo, osservando il territorio in cui sono cresciuto. Le montagne, gli antichi tratturi, le mura poligonali, i frammenti ceramici che emergevano dal terreno suscitavano continuamente interrogativi. Successivamente la laurea in Architettura mi ha fornito gli strumenti per leggere il paesaggio nella sua dimensione progettuale e costruttiva, mentre la seconda laurea in Conservazione dei Beni Culturali e il dottorato di ricerca mi hanno consentito di approfondire gli aspetti archeologici e metodologici. Oggi considero architettura e archeologia discipline complementari: entrambe insegnano a interpretare lo spazio, il rapporto tra uomo e ambiente e le trasformazioni del territorio nel tempo.

Qual è stato il rinvenimento archeologico più significativo della tua carriera e che impatto ha avuto sui tuoi studi?

Individuare un solo rinvenimento è difficile, perché nel corso di oltre quarant’anni di ricerche sul campo ho avuto la fortuna di documentare numerose testimonianze archeologiche di grande interesse. Tra quelle che considero più significative vi sono i rinvenimenti che hanno contribuito alla ricostruzione della rete insediativa e viaria dell’antica Ad Flexum, nel territorio di San Pietro Infine. Le ricognizioni sistematiche iniziate negli anni Ottanta hanno consentito di individuare siti, reperti e strutture che hanno rafforzato l’ipotesi di localizzazione della stazione romana e approfondito il ruolo strategico dell’area lungo la Via Latina. Un’altra scoperta alla quale sono particolarmente legato riguarda l’individuazione e lo studio delle mura in opera poligonale di epoca sannitica sul Monte Santa Croce di Venafro, un’importante testimonianza dell’organizzazione difensiva del territorio in età preromana. Lo studio di queste strutture ha offerto nuovi elementi per comprendere il sistema di fortificazioni sannitiche e il controllo delle principali vie di comunicazione tra il Lazio meridionale, il Molise e la Campania. Questi rinvenimenti hanno rappresentato una svolta nel mio percorso scientifico, orientando gran parte della mia attività verso la topografia antica, l’archeologia del paesaggio e lo studio dell’evoluzione degli insediamenti tra l’età protostorica e quella romana. Essi sono confluiti in numerose pubblicazioni e continuano ancora oggi a costituire il punto di partenza per nuove ricerche e ulteriori approfondimenti.

In che modo il territorio di San Pietro Infine ha influenzato la tua ricerca storica e antropologica?

San Pietro Infine è il filo conduttore di tutta la mia attività di ricerca. È un luogo straordinario perché racchiude, in pochi chilometri quadrati, testimonianze protostoriche, sannitiche, romane, medievali e contemporanee, fino alle drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. Ogni pietra, ogni sentiero, ogni tradizione popolare racconta una storia. Studiare questo territorio significa comprendere come si siano stratificate le vicende dell’uomo nel corso dei millenni e come esse abbiano contribuito a formare l’identità della comunità sampietrese.

Cosa ti affascina maggiormente nello studio del brigantaggio e quali aspetti ritieni ancora poco esplorati?

Del brigantaggio mi affascina soprattutto la complessità. Troppo spesso è stato raccontato attraverso contrapposizioni ideologiche, mentre rappresenta un fenomeno storico molto più articolato, nel quale convivono motivazioni politiche, sociali, economiche e umane. Ritengo che sia ancora poco esplorata la dimensione quotidiana dei briganti, delle loro famiglie e delle comunità coinvolte, così come il rapporto tra il brigantaggio e la geografia del territorio. Per comprenderlo davvero occorre studiare non solo gli archivi, ma anche i luoghi in cui quei fatti si sono svolti.

Quanto è importante, oggi, preservare e raccontare la memoria della Seconda Guerra Mondiale attraverso il tuo lavoro?

È un dovere civile prima ancora che culturale. San Pietro Infine è uno dei simboli della distruzione provocata dalla guerra e raccontarne la storia significa ricordare il prezzo che le popolazioni civili hanno pagato per la libertà. La memoria non deve limitarsi alla celebrazione degli eventi, ma deve diventare uno strumento educativo capace di trasmettere alle nuove generazioni il valore della pace, della solidarietà e del rispetto della dignità umana.

Come riesci a coniugare l’attività accademica con quella di divulgatore e promotore culturale?

Credo che la ricerca abbia senso solo quando riesce a uscire dagli ambienti accademici per diventare patrimonio collettivo. Per questo affianco alla produzione scientifica un’intensa attività divulgativa attraverso conferenze, presentazioni di libri, incontri pubblici e iniziative culturali. L’insegnamento stesso rappresenta un ponte naturale tra ricerca e divulgazione, perché consente di trasmettere conoscenze, ma anche metodo, spirito critico e passione per lo studio.

Quale ruolo ha l’Associazione “Ad Flexum” nella valorizzazione del patrimonio storico locale?

L’Associazione Culturale Ad Flexum, che ho fondato e che presiedo dal 2002, rappresenta uno strumento concreto di tutela e valorizzazione del patrimonio storico, archeologico e culturale del territorio. Attraverso convegni, pubblicazioni, mostre, escursioni, restauri, presentazioni editoriali e collaborazioni con enti pubblici e privati, l’associazione ha contribuito a diffondere la conoscenza della storia locale e a rafforzare il senso di appartenenza della comunità. Il suo obiettivo principale è trasformare la cultura in un fattore di crescita civile e sociale.

Tra le tue numerose pubblicazioni, c’è un’opera a cui ti senti particolarmente legato e perché?

Ogni libro rappresenta una parte della mia vita e del mio percorso di ricerca, ma probabilmente quello a cui sono maggiormente legato è “Odisseo e Calipso – Il libro perduto”. In quest’opera ho avuto la possibilità di unire la rigorosità della ricerca storica e archeologica con la narrativa, dando vita a un romanzo che affronta temi classici attraverso una prospettiva moderna. È il risultato di molti anni di studio e dimostra come la divulgazione possa assumere forme nuove senza rinunciare al rigore scientifico.

Che valore attribuisci alla ricerca etno-antropologica nel comprendere l’identità di un territorio?

La considero fondamentale. Le tradizioni popolari, i dialetti, i mestieri antichi, i rituali religiosi e la memoria orale costituiscono un patrimonio tanto importante quanto quello monumentale. Senza la dimensione etno-antropologica rischieremmo di conoscere soltanto le pietre, dimenticando le persone che quelle pietre hanno costruito, abitato e tramandato. È proprio l’incontro tra storia materiale e memoria collettiva che permette di comprendere pienamente l’identità di una comunità.

Quali sono le principali sfide che incontri nel rendere accessibili al grande pubblico temi complessi come l’archeologia e la storia?

La sfida più grande consiste nel mantenere il rigore scientifico senza rinunciare alla chiarezza espositiva. È necessario tradurre concetti specialistici in un linguaggio comprensibile, senza semplificare eccessivamente né sacrificare la precisione delle fonti. Ritengo che la divulgazione di qualità debba stimolare curiosità e senso critico, mostrando che la storia non è un insieme di date da ricordare, ma uno strumento indispensabile per comprendere il presente.

Come immagini evolverà il tuo percorso di ricerca e scrittura nei prossimi anni?

Desidero continuare a sviluppare gli studi sulla topografia antica, sull’archeologia del paesaggio e sulla storia dell’Alta Terra di Lavoro, approfondendo in particolare le ricerche relative ad AdFlexum e alla viabilità romana. Parallelamente intendo proseguire l’attività narrativa, convinto che il romanzo storico rappresenti uno straordinario mezzo di divulgazione culturale. Vorrei inoltre raccogliere e sistematizzare il patrimonio documentario accumulato in oltre quarant’anni di ricerche, affinché possa costituire una base di studio per gli studiosi delle future generazioni.

Descriviti in tre parole.

Curioso. Determinato. Appassionato. Sono tre parole che sintetizzano il mio modo di vivere la ricerca: la curiosità mi spinge a pormi domande, la determinazione mi accompagna nello studio e nelle indagini sul campo, mentre la passione è il motore che, da oltre quarant’anni, alimenta ogni progetto, ogni pubblicazione e ogni iniziativa dedicata alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale del mio territorio.

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