Matilde Santinato

nata a Verona nel 2001, è una pittrice italiana e studentessa di Filosofia, la cui ricerca artistica affonda le radici in un rapporto precoce e istintivo con l’arte, coltivato fin…

BIOGRAFIA

#Matilde Santinato

nata a Verona nel 2001, è una pittrice italiana e studentessa di Filosofia, la cui ricerca artistica affonda le radici in un rapporto precoce e istintivo con l’arte, coltivato fin dall’infanzia tra pennelli e colori. Il suo percorso si sviluppa in modo autodidatta, guidato da una profonda urgenza espressiva che la conduce a concepire la pittura non solo come forma estetica, ma come vero e proprio strumento di indagine filosofica, capace di interpretare e decodificare la realtà quotidiana.

La sua produzione si concentra principalmente sul ritratto, collocandosi in un territorio di confine tra figurazione e astrazione. I soggetti, spesso caratterizzati da tratti androgini, superano le tradizionali distinzioni di genere per assumere un valore universale, diventando veicolo di riflessioni più ampie sull’identità e sull’essere umano. Attraverso pennellate decise e cromie vibranti, l’artista restituisce stati d’animo complessi e stratificati, in cui energia vitale e malinconia convivono in un equilibrio sottile. Le sue opere si distinguono inoltre per il contrasto tra sfondi dinamici e apparentemente caotici e linee nere nette che definiscono i volti, simbolo di una continua tensione verso la ricerca di un ordine interiore.

La pittura di Matilde Santinato si configura così come una melodia visiva capace di instaurare un dialogo diretto con lo spettatore, invitandolo a un’esperienza emotiva e introspettiva. Nonostante la giovane età, il suo lavoro ha già ottenuto importanti riconoscimenti, trovando spazio in contesti espositivi di rilievo sia in Italia che all’estero. Nel 2025 ha partecipato a una mostra collettiva a Brera, a Milano, con ConceptArt, ed è stata protagonista di una video-esposizione presso il Teatro Ariston di Sanremo, oltre a esporre a Parigi alla Galerie Thuillier in collaborazione con la Fondazione Effetto Arte, entrando anche nell’Annuario Artisti ’25. Nel 2024 ha preso parte alla II Biennale della Creatività di Ferrara e ha esposto sei opere a Parigi tra Espace Miromesnil e Galerie PINNA. Già nel 2020 era stata selezionata per il Premio Internazionale di Budapest “PitturiAmo, Art Now”, con pubblicazione nel catalogo ufficiale, segnando l’inizio di un percorso artistico in costante evoluzione.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è una necessità: è stata il mezzo per sentirmi me stessa quando ero piccola, poiché altrove non sentivo di poterlo essere. Quando mi immergo tra i colori mi sento al sicuro; sento che, qualsiasi cosa accada, tra le mie tele sono sempre nel posto giusto.

Qual è il momento in cui senti che un ritratto è davvero “completo”, sia a livello tecnico che emotivo?
Sono molto critica con me stessa e spesso “litigo” con i miei quadri quando vedo che qualcosa non va. Percepisco a sensazione e a occhio quando un’opera è finita: mi deve trasmettere un senso di pienezza, come se non mancasse nulla.

In che modo i tuoi studi filosofici influenzano concretamente le scelte cromatiche e compositive nelle tue opere?
I miei studi filosofici spesso indirizzano il pensiero e le sensazioni alla base delle mie opere. La filosofia mi spinge a vedere la realtà non come un blocco unico, ma come un insieme di frammenti, pensieri e impulsi in costante divenire. Questo si traduce nella mia tecnica: ogni singola pennellata è come un’unità di pensiero indipendente – un concetto, un dubbio – che, accostata alle altre, crea la visione ontologica del soggetto. I contrasti cromatici netti rappresentano, per me, i conflitti e le armonie della mente umana.

Cosa rappresenta per te la figura androgina e quale messaggio vuoi trasmettere attraverso questa scelta?
Se l’identità di genere rigida impone un “ordine” precostituito, l’androginia mi permette di liberare il corpo. Diventa una tela universale su cui far scorrere i colori, dove i tratti non definiscono chi o cosa sia il soggetto, ma celebrano l’essere umano nella sua complessità originaria. Libero da etichette, proprio come quando eravamo bambini, in cui il rosso sulle labbra non ha genere, ma è solo arte. Spesso mi rendo conto che molte persone, che dal vivo noterebbero subito un dettaglio “fuori posto”, davanti a una mia opera lasciano cadere lo stereotipo: rimane solo la bellezza. Vorrei che ci si allenasse a guardare il mondo in questo modo.

Come nasce un tuo ritratto: parti da un’idea precisa o lasci spazio all’improvvisazione durante il processo?
Spesso un mio ritratto nasce da un’immagine che arriva come un fulmine a ciel sereno. Immagino un viso, un’espressione, un sentimento che a volte si modifica durante il processo, mentre altre rimane identico. L’unica cosa che permane è la sensazione provata non appena l’immagine si è palesata nella mia mente: quella sensazione resta intatta anche a opera finita. I colori, invece, seguono inesorabilmente le emozioni, come se andassero da soli ad incastrarsi come tessere di un puzzle.

Il contrasto tra caos e ordine è molto presente nei tuoi lavori: è una riflessione sulla tua interiorità o sulla società contemporanea?
In realtà entrambe le cose. È la rappresentazione della continua ricerca di controllo da parte dell’essere umano, del tentativo di mantenere tutto entro confini stabiliti, ma è contemporaneamente l’inesorabile consapevolezza di dover andare oltre gli schemi. Dobbiamo lasciarci assorbire dai colori, perché è solo facendoci contagiare che eleviamo la nostra essenza.

Qual è l’emozione più difficile da rappresentare su tela?
L’emozione che faccio più fatica a rappresentare è il rimorso: quel nodo alla gola accompagnato, però, da una forza interiore che ti spinge comunque ad andare avanti, perché in realtà ce l’hai già fatta, sei già oltre. Nonostante sia la più difficile da rendere, per me rimane anche la più intensa.

C’è un artista o un movimento che senti particolarmente vicino alla tua ricerca?
Non mi ispiro a una corrente o a un artista in particolare; l’arte che ricerco risiede nei visi di chi mi sta accanto, nelle loro anime, nelle parole e nei rumori. Se però dovessi citare una figura che mi affascina profondamente, è Kandinskij, per la sua capacità di accostare i colori: ogni volta che guardo una sua opera mi emoziono.

Come vivi il rapporto con lo spettatore: ti interessa più essere compresa o lasciare spazio a interpretazioni libere?
Mi piace essere compresa, ma non fino in fondo: amo l’idea che qualcosa rimanga leggibile solo per me. Al tempo stesso, però, è bellissimo osservare le “passeggiate” che lo spettatore fa nella propria mente quando si trova davanti a una mia opera.

Qual è stata l’esperienza espositiva che ha segnato di più il tuo percorso fino ad oggi?
Probabilmente quella a Parigi lo scorso anno. Alle mie prime mostre, venendo dallo sport agonistico, ero costantemente alla ricerca della “performance”. In quell’occasione invece, anche grazie alla mia compagna che era al mio fianco, sono riuscita ad abbattere il muro della timidezza che mi contraddistingue in pubblico. Ho vissuto l’esposizione come un villaggio, in cui ogni artista presente non era un osservatore critico, ma una parte fondamentale di una grande famiglia.

In che direzione senti che si sta evolvendo la tua ricerca artistica?
Sento che la mia arte si sta evolvendo molto. Oggi avverto la necessità che i quadri dipingano me: la mia anima e la parte più nascosta di me stessa.

Se dovessi descrivere la tua arte con tre parole, quali sceglieresti?
Frammentata, caotica, maieutica

Cosa vorresti che una persona portasse con sé dopo aver osservato una tua opera?
Vorrei che portasse con sé delle domande. A volte le domande spaventano, ma dimentichiamo quanto siano necessarie. Davanti a un’opera ci si può domandare qualunque cosa e darsi le risposte più disparate; vorrei che rimanesse proprio questo: la libertà di osare e non la paura di domandare.

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