Nato a Padova nel 1975, Massimo Marchioro sviluppa il proprio percorso artistico attraverso una prima fase di intensa esplorazione emotiva affidata alla pittura. Negli anni più recenti, in particolare a partire dal periodo della pandemia, il suo linguaggio espressivo conosce una trasformazione profonda, orientandosi verso una ricerca sempre più concentrata sull’essenzialità del colore e della forma.
In questo nuovo orizzonte creativo emergono riferimenti significativi a maestri storici e contemporanei. Le atmosfere evocative e la stratificazione pittorica di Peter Doig si riflettono nella sua capacità di costruire paesaggi interiori densi di suggestioni, mentre l’intensità emotiva e la forza espressiva del colore, care a Edvard Munch, affiorano in una pittura capace di tradurre stati interiori primari. Allo stesso modo, la ricerca di Richard Diebenkorn sulla luce e sulle campiture cromatiche, sospese tra astrazione e figurazione, contribuisce a definire un approccio in cui la forma tende progressivamente a dissolversi in vibrazioni di colore.
I lavori più recenti testimoniano una rarefazione sempre più evidente della figura, quasi un tentativo di trascenderla per raggiungere una dimensione più pura e concettuale. Il colore diventa protagonista assoluto, indagato nella sua capacità di evocare sensazioni e stati d’animo primordiali, mentre le forme si semplificano in geometrie essenziali o in campiture vibranti che dialogano tra loro, generando campi di tensione cromatica.
In questa ricerca di essenzialità, la pittura di Massimo Marchioro si spoglia del superfluo per rivelare la forza intrinseca del gesto pittorico e la vibrazione emotiva del colore, conducendo lo spettatore oltre la rappresentazione oggettiva verso un’esperienza intima e sensoriale. Guidato dall’insegnamento del maestro Massimo Pedrazzi, il suo percorso continua a evolversi, mantenendo un legame profondo con la dimensione arcaica dell’essere umano e spingendosi al contempo verso nuove frontiere dell’astrazione emotiva.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è la manifestazione più forte delle istanze più intime e profonde dell’essere umano, una sorta di chiamata.
In che modo la pandemia ha agito come punto di svolta nel tuo rapporto con il colore e con la forma?
La pandemia è stata una benedizione dal punto di vista del mio rapporto con la pittura. Venivo da una pausa di dieci anni, durante i quali le incombenze familiari non mi permettevano più di dipingere serenamente. Un po’ come Andrej Rublëv nel film di Tarkovskij, che per quattordici anni non toccò un’icona. Non ho mai creduto, in questi dieci anni, che non avrei più dipinto: ero solo passato all’ultimo piano. La pausa forzata ha riacceso la scintilla, per poi accendere un fuoco enorme. Tutto si è rimodellato in sua funzione.
Cosa ti ha spinto a intraprendere una progressiva scomparsa della figura all’interno del tuo lavoro?
Nella seconda vita pittorica, all’inizio la procedura era rimasta quella di un tempo: ricerca, soggetto, compimento. Ma come ogni magnetizzazione, quando vedi ovunque l’oggetto del desiderio, ho iniziato a conoscere altri artisti, a innamorarmi del loro modo di dipingere e ad approfondire tali tecniche. Poi, nel cuore dello studio, che prevede un rapporto molto intimo e silenzioso tra me e la tela, accadono sempre cose non ricercate. La figura non scompare definitivamente, non ancora, ma si fa meno marcata, più accennata, tipica della solitudine ma ancora presente.
Quando lavori su una superficie è il colore a guidare la composizione o è la composizione a richiedere un certo colore?
Parte tutto da una visione, da dei flash. Poi ci sono disegni preparatori che anticipano la composizione. Nell’era del digitale è più semplice trovare modelli che soddisfano anche in mancanza di modelli reali. In fase di composizione il colore viene di conseguenza. A composizione avvenuta, quasi sempre, è un processo legato alla visione iniziale, a uno stato e a un’emozione interna.
Che tipo di dialogo interiore si attiva per te nel passaggio dall’esplorazione emotiva alla ricerca di essenzialità?
L’idea iniziale è sempre legata a un racconto, a un sogno, a una visione forte, a una sollecitazione esterna, magari non necessariamente recente. Nel caso di “2022”, che fa riferimento allo scoppio della guerra in Ucraina e al massiccio esplodere di notizie e video catastrofici, da lì parte tutto. Credo non ci sia bisogno di troppo caos per raccontare qualcosa. È lì che, dove la forma non basta, arriva il colore potente a descrivere e fissare.
Quanto il riferimento a maestri come Doig, Munch e Diebenkorn è consapevole e quanto emerge in modo istintivo?
I riferimenti ai maestri sono legati a ciò che le loro opere scatenano in me nel vederle: un desiderio di avvicinarmi alla loro tecnica, che per me in quel momento è sperimentazione e approfondimento. Posso dire che questo processo è consapevole, una scelta e non istinto. L’istinto di creare sempre allo stesso modo non fa parte del mio processo pittorico, o almeno cerco di allontanarlo e utilizzo spesso tecniche diverse.
Che ruolo ha il gesto pittorico oggi nella tua pratica, rispetto alle fasi iniziali del tuo percorso?
Sicuramente, più procedo con il mio lavoro, più c’è la tendenza a voler semplificare, anche se non sempre riesco nell’intento. È una questione che credo navighi tra disciplina e voglia di vedere il lavoro finito. Dipingere è un atto talmente potente, rivelatore e introspettivo che a volte mi fa sia spaventare che gioire. All’inizio la pittura era quasi sempre inconsapevole: non avevo un messaggio da dare, ero per lo più pratica e copia.
Cosa desideri che lo spettatore sperimenti di fronte ai tuoi lavori più recenti: immersione, ascolto, smarrimento, riconoscimento?
Sinceramente, ora, in questo momento il lavoro è molto interno. Non c’è però un bisogno di riconoscimento, ma un tentativo di portare lo spettatore a farsi delle domande. Non c’è interesse se il lavoro piace o non piace. È un viaggio interno, come quello che sto sperimentando io.
Massimo Pedrazzi continua a influenzare il tuo modo di pensare la pittura?
Pedrazzi è un amico sincero e una figura che influenza da oltre vent’anni le mie cadute e le mie ascese. Negli ultimi tempi il linguaggio che utilizzo nei miei lavori si sta via via allontanando dalla sua influenza, e credo sia molto importante tutto questo per me.
Quanto senti ancora necessario il legame con la dimensione arcaica dell’essere umano nella tua ricerca attuale?
Oggi più che mai sento necessario questo legame. L’uomo, per come la vedo io, si sta allontanando sempre di più da ciò che sente di più intimo e profondo. Non ha riferimenti, è una bandiera al vento, tutto troppo in superficie. A volte è facile trovarsi smarriti. Con il mio lavoro odierno e, nel futuro, ancora di più, vorrei poter essere in grado di far fermare lo spettatore almeno un minuto in più davanti alla tela.
Verso quali nuove possibilità immagini possa spingersi la tua pittura nei prossimi anni?
In questo periodo sono in una fase di studio, di conoscenza delle dinamiche mentali che spingono un uomo di fronte a ciò che vede e a come reagisce. L’intento di questo studio è arrivare il più possibile a veicolare il messaggio interno dei miei lavori nel modo più oggettivo possibile.
Descriviti in tre colori.
Giallo come luce che illumina.
Blu, introspezione.
Viola, ascesa verso l’alto.