Massimiliano Camellini

nato a Venezia nel 1964, vive e lavora tra Milano e Reggio Emilia. La sua ricerca artistica si sviluppa attraverso la fotografia e la costruzione di progetti articolati in serie,…

BIOGRAFIA

#Massimiliano Camellini

nato a Venezia nel 1964, vive e lavora tra Milano e Reggio Emilia. La sua ricerca artistica si sviluppa attraverso la fotografia e la costruzione di progetti articolati in serie, nei quali l’immagine diventa uno strumento di indagine capace di mettere in relazione l’individuo, la memoria, i luoghi e le grandi tematiche dell’esperienza umana.

A partire dal 2001 Camellini sviluppa progetti basati su serie di opere dedicate a temi universali. Una prima fase della sua ricerca si concentra sugli “istinti e i sogni dell’umanità”, osservando il modo in cui questi siano stati raccontati nel corso del tempo dalla storia, dalla letteratura e dalla mitologia, per rintracciarne l’eredità e le manifestazioni nel mondo contemporaneo. All’interno di questo percorso si inseriscono progetti come Oltre le gabbie (2000), I Volanti (2004), Duel (2006), Nuove Arene (2009) e Il laboratorio dell’ossessione: dalla scienza al sogno (2010).

Parallelamente, l’artista approfondisce il linguaggio della urban photography, concentrandosi sulle interconnessioni tra l’individuo e la struttura urbana. La città diventa così uno spazio da osservare non soltanto nella sua dimensione architettonica, ma soprattutto attraverso le relazioni che si instaurano tra le persone e gli ambienti che attraversano e abitano. Tram Frame, realizzato nel 2008, rappresenta il progetto inaugurale di questa specifica linea di ricerca.

Dal 2010 Camellini avvia un ulteriore percorso incentrato sulla “trasformazione dei luoghi”, sviluppando progetti che vengono successivamente presentati anche in ambito internazionale. La fotografia diventa uno strumento attraverso il quale interrogare gli spazi, le loro trasformazioni e le tracce lasciate dalla presenza umana. Tra i lavori più significativi di questa fase figurano 6:00 pm, working time is over (2013), Al di là dell’acqua/Lòt Bò Dlo (2017) e a ribbon and prayer, progetto iniziato nel 2017.

Nel corso della sua attività Massimiliano Camellini ha collaborato con importanti figure provenienti dal mondo dell’arte e della fotografia, affiancando alla propria ricerca anche il confronto con antropologi e storici. Tra le personalità con le quali ha lavorato figurano Charles-Henri Favrod, Jean Arrouye, Manuela de Leonardis, Andrea Tinterri, Massimo Centini, Lorand Hégyi, Veronica Della Dora e Benedetta Incerti. Questi incontri hanno accompagnato una ricerca fotografica caratterizzata dall’interesse per la dimensione umana, sociale, storica e simbolica dei soggetti affrontati.

Le opere di Camellini e le relative pubblicazioni sono entrate nelle collezioni permanenti di numerose istituzioni museali e culturali dedicate all’arte contemporanea e alla fotografia in Italia e all’estero. Tra queste figurano il Museum of Fine Arts Houston, negli Stati Uniti; il Museo Nazionale di Fotografia di Cinisello Balsamo; il Museo della Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze; la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino; la Collezione Maramotti di Reggio Emilia; il Musée d’Art Moderne et Contemporain de Strasbourg, in Francia; l’HANMI Museum of Photography di Seoul, in Corea; la Bibliothèque Nationale de France di Parigi; il Musée Internationale de la Photographie di Charleroi, in Belgio, e l’ASAMA, American Sports Art Museum and Archives di Daphne, in Alabama.

Attraverso un percorso sviluppato nel corso degli anni intorno a differenti nuclei tematici, Massimiliano Camellini continua a utilizzare la fotografia come territorio di ricerca e riflessione. Dall’indagine sugli istinti e sui sogni dell’umanità al rapporto tra individuo e spazio urbano, fino alla trasformazione dei luoghi, il suo lavoro costruisce un dialogo tra passato e presente, memoria e contemporaneità, presenza umana e ambiente, affidando all’immagine il compito di interrogare le tracce visibili e invisibili lasciate dall’uomo nel tempo.

Cos’è per te la fotografia e quale ruolo occupa oggi nella tua vita e nella tua ricerca artistica?

È un’esperienza di ricerca visuale continua da un punto di vista artistico e, nella vita, sollecita e favorisce continuamente un’attenzione al dettaglio come metodo di indagine della realtà e degli eventi.

Dal 2001 hai iniziato a sviluppare progetti costruiti attraverso serie di opere dedicate a temi universali. Cosa ti ha portato a scegliere questa modalità narrativa?

Principalmente direi che sono stati gli studi classici, che portano spesso a sintesi dei fenomeni isolati, dando loro un significato universale nella storia dell’uomo.

Una parte importante della tua ricerca indaga gli “istinti e i sogni dell’umanità” attraverso storia, letteratura e mitologia. Cosa cerchi del passato nel momento in cui osservi l’uomo contemporaneo?

Cerco di individuare dei segnali o comportamenti nel mondo contemporaneo che evochino quei sogni e quelle propensioni dell’individuo che sono sempre ricorrenti nella storia e per questo raccontate dalla letteratura e dal mito, vedi, ad esempio, l’ossessione di ricreare il proprio simile, di sfidare un avversario e sopraffarlo per affermare se stessi, anche in modo non cruento, e così via.

Con Tram Frame hai approfondito il rapporto tra individuo e struttura urbana. In che modo la città influenza i comportamenti, le relazioni e l’identità delle persone che la abitano?

Diciamo che nella “urban photography” si vogliono leggere proprio le relazioni tra geografia urbana e l’individuo che la abita e che la “usa”, come i mezzi di trasporto, che fanno emergere i diversi umori ed espressioni dell’individuo a seconda del momento della giornata in cui si relaziona con l’urbano, che lo influenzano sicuramente, sia come tempo che spazio.

Dal 2010 la “trasformazione dei luoghi” è diventata uno dei temi centrali del tuo lavoro. Cosa significa per te fotografare un luogo che cambia e quali tracce cerchi al suo interno?

Per dirla con un’espressione di Georg Simmel, richiamata in un testo di Lorand Hegyi, che ha curato uno dei miei progetti sulla trasformazione dei luoghi, significa esprimere la cosiddetta “Lebensvergangenheit”, cioè dalle immagini del presente è possibile anche comprendere ed estrarre eventi antichi, eventi originari, archetipi interiori, basilari, spirituali, con un’oggettività che diviene empatia.

Nei tuoi progetti emerge spesso il rapporto tra presenza umana, memoria e spazio. Quanto è importante ciò che non appare direttamente nell’immagine, ma che la fotografia può comunque suggerire?

È molto importante, è proprio il ruolo della fotografia creare quella relazione dello spettatore con ciò che non si vede attraverso la lettura dello spazio e dei suoi dettagli, in modo da fare emergere la presenza umana o quello che è il lascito della sua presenza precedente.

Hai collaborato nel corso degli anni con curatori, storici e antropologi. Quanto il confronto con discipline e sensibilità differenti ha influenzato o arricchito la tua ricerca fotografica?

Certo, la trasversalità per me è molto importante, per poter dare una lettura da diverse angolazioni della ricerca fotografica, e tutti i diversi contributi stimolano l’artista anche all’autocritica e a perfezionare i progetti; quindi, sono sicuramente un arricchimento della ricerca.

Le tue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni internazionali. Che rapporto hai con il destino di una fotografia quando entra in una collezione e, in qualche modo, si separa dal suo autore?

È molto importante perché per quell’opera può nascere un nuovo percorso di lettura e curatoriale. L’esempio recentissimo è quello del progetto “Oltre le gabbie”: alcune immagini sono entrate circa 25 anni fa nella collezione permanente del Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Strasburgo e ora sono esposte nella collettiva “L’État Sauvage”, che offre una lettura molto più storica e comparata dell’arte “zoologica” in cui si inserisce il progetto, rispetto al primario messaggio che la serie voleva offrire, che era legato maggiormente alla relazione tra cattività e libertà.

Dopo molti anni di ricerca, è cambiato il tuo modo di osservare la realtà attraverso l’obiettivo? Cosa cerca oggi Massimiliano Camellini che forse non cercava all’inizio del suo percorso?

Diciamo che, rispetto ai primi lavori che erano concentrati su un soggetto primario rispetto all’ambiente, adesso lo sguardo e l’inquadratura ricercano maggiormente l’intero contesto della scena, o del luogo, che ha una sua espressività complessiva.

Quali nuovi temi, luoghi o progetti vorresti esplorare nel futuro della tua ricerca artistica?

Vorrei intensificare la ricerca di interconnessioni del cittadino con la struttura urbana.

Descriviti in tre parole.

Emozione / ricerca / ………..

SHARE

Contatti