Massimiliano Amico è un artista dalla personalità eclettica, capace di muoversi tra esperienze e passioni diverse, che spaziano dal mondo dei rally a quello del collezionismo, fino all’invenzione e a una naturale attitudine da “aggiustatutto”, in cui manualità e visione si incontrano. La sua identità si definisce attraverso una forte duttilità, che riflette un approccio alla vita concreto ma allo stesso tempo profondamente legato a una dimensione spirituale.
La sua espressione artistica, pur emergendo in modo più evidente in età matura, non nasce improvvisamente, ma affonda le radici fin dall’infanzia, rimanendo per lungo tempo in uno stato latente, sospesa tra le molteplici responsabilità e i percorsi personali. Solo in una fase successiva della sua vita, queste energie creative trovano una forma compiuta, manifestandosi con forza e continuità.
Il suo cognome, Amico, diventa chiave simbolica e poetica del suo lavoro. Richiamando una lunga tradizione di pensiero che attraversa la filosofia antica, la letteratura classica e la storia dell’arte, l’artista si concentra sul concetto di amicizia come uno dei sentimenti più alti e duraturi dell’esperienza umana. Un legame che trascende il tempo, privo di ciclicità e definito da una continuità emotiva profonda, capace di generare connessioni autentiche tra individui.
Questa riflessione si traduce in una ricerca artistica centrata sulle relazioni, sviluppata attraverso il tema dei “Profili”. Le sue opere si muovono tra una dimensione psicologica, che richiama le teorie di Freud e Jung, e una visione più simbolica e dinamica, in cui il concetto stesso di “pro-fili” diventa metafora di legami, connessioni e intrecci tra identità. I fili, reali o evocati, costruiscono relazioni visive e concettuali, dando forma a una narrazione che esplora l’incontro tra l’individuo e l’altro.
Nel suo percorso, Massimiliano Amico trasforma così il proprio vissuto in un linguaggio artistico capace di indagare la natura dei rapporti umani, restituendo un’immagine dell’arte come spazio di connessione, riflessione e continua trasformazione.
«L’arte, per me, comincia quando una linea riesce
a mettere in relazione due esseri umani»
Cos’è per te l’arte?
L’arte, per me, è prima di tutto una necessità. Non nasce dal desiderio di rappresentare qualcosa, ma da quello di comprendere, di mettere ordine, di dare una forma a ciò che dentro di noi spesso forma non ha ancora. È un modo per interrogare la realtà senza pretendere necessariamente di darle una risposta. Anzi, forse l’opera diventa veramente interessante proprio quando smette di rispondere e comincia a porre domande. Io credo molto nel gesto della sottrazione: togliere tutto ciò che non è indispensabile fino ad arrivare a un segno capace, da solo, di aprire un mondo. È quello che è accaduto progressivamente anche nella mia pittura: il volto si è ridotto a una linea, ma quella linea ha finito per contenere identità, memoria, incontro, assenza, desiderio. Per questo oggi penso all’arte come a uno spazio di relazione. Un luogo nel quale l’artista mette qualcosa di sé, ma dove l’opera si completa soltanto quando incontra lo sguardo di qualcun altro.
Quando hai sentito che le tue passioni potevano trasformarsi in un linguaggio artistico vero e proprio?
In realtà non credo ci sia stato un giorno preciso. La mia storia è fatta di passioni diverse, di curiosità, di esperienze che per molto tempo sono sembrate appartenere a mondi differenti. Ma probabilmente erano soltanto linguaggi diversi attraverso i quali cercavo la stessa cosa: capire, costruire, trasformare. La pittura era già dentro di me da molto tempo. È rimasta per anni in una sorta di limbo, mentre la vita chiedeva altre energie, altre responsabilità, altri percorsi. Poi, a un certo punto, quelle esperienze hanno cominciato a convergere. Credo che il passaggio fondamentale sia stato capire che non avevo più bisogno di scegliere tra le mie passioni: potevo trasformarle in un linguaggio. È lì che la pittura ha smesso di essere semplicemente una passione privata ed è diventata ricerca.
In che modo le tue esperienze fuori dall’arte, come i rally o il collezionismo, influenzano il tuo modo di creare?
Molto più di quanto possa sembrare. Il rally, per esempio, mi ha insegnato il rapporto con la traiettoria, con la velocità, con la precisione. Ma soprattutto mi ha insegnato che dietro un gesto apparentemente istintivo esiste sempre una quantità enorme di attenzione. La pittura, paradossalmente, può sembrare l’opposto: più lenta, più silenziosa. Eppure anche lì esiste una traiettoria. C’è un punto in cui una linea deve fermarsi, una materia deve incontrarne un’altra, un colore deve lasciare spazio a un altro colore. Il collezionismo, invece, mi ha insegnato a guardare. A osservare le differenze, i dettagli, la qualità di un oggetto, il tempo che porta con sé. Forse tutte queste esperienze hanno contribuito a una cosa che considero fondamentale nel mio lavoro: la capacità di vedere prima ancora di dipingere.
Cosa rappresenta per te oggi il concetto di “aggiustare”, anche in senso simbolico?
“Aggiustare” è una parola che mi appartiene molto. Ho sempre avuto questa inclinazione: capire come funziona qualcosa, cercare di rimetterla in ordine, darle una nuova possibilità. Ma con il tempo ho capito che aggiustare non significa necessariamente riportare qualcosa a com’era prima. A volte significa accettare la frattura e trasformarla. Anche nella pittura mi interessa questo passaggio: una linea può interrompersi, un volto può essere frammentato, una superficie può portare le tracce del gesto. Non cerco la perfezione intesa come cancellazione dell’errore. Mi interessa piuttosto la possibilità che una frattura diventi linguaggio. Forse, in questo senso, l’arte è una forma particolare di aggiustamento: non ripara la realtà, ma prova a ricomporne il significato.
Perché hai scelto di sviluppare il tema dell’amicizia come fulcro della tua ricerca artistica?
Perché l’amicizia, per me, è una delle forme più alte della relazione umana. È un legame che non ha bisogno di possesso. Non pretende necessariamente qualcosa dall’altro. Esiste perché due persone si riconoscono, si scelgono, si accompagnano. Il mio cognome, Amico, ha certamente avuto un peso anche simbolico. Ma non è stato soltanto un gioco di parole. Nel tempo mi sono reso conto che il tema dell’altro, dell’incontro e del legame attraversava naturalmente il mio modo di vedere il mondo. Da qui nasce anche Profili (Pro-fili): il profilo come identità, ma il “pro-filo” come filo che collega. Nel catalogo questa relazione viene esplicitamente posta al centro della poetica, fino all’idea dell’amicizia come forma alta dell’incontro umano. Per me, alla fine, dipingere un volto significa quasi sempre chiedermi: chi c’è dall’altra parte?
Quanto il tuo cognome ha inciso, consapevolmente o inconsciamente, nel tuo percorso creativo?
È difficile dire quanto sia stato consapevole e quanto invece sia accaduto sotto la superficie. Il mio cognome è una parola molto forte: Amico. E quando una parola ti accompagna per tutta la vita, inevitabilmente finisce per entrare nel tuo immaginario. A un certo punto ho smesso di considerarlo soltanto un cognome e ho cominciato a leggerlo come una possibilità. Nomen omen, dicevano i latini: nel nome può esserci un destino. Non so se sia davvero così, ma certamente nel mio caso quella parola ha finito per dialogare con la mia ricerca. E oggi trovo quasi naturale che il mio lavoro parli di relazione, di legami, di persone che si incontrano. È come se il nome avesse anticipato una domanda che io ho iniziato a formulare artisticamente soltanto molto più tardi.
Come nasce l’idea dei “Profili” e cosa rappresentano per te?
Profili nasce da un processo di sottrazione. A un certo punto ho sentito il bisogno di togliere. Togliere dettagli, descrizioni, elementi narrativi. Cercare quello che rimane quando tutto il superfluo scompare. E mi sono accorto che una linea poteva essere sufficiente. Il profilo è una forma riconoscibile, ma allo stesso tempo incompleta. Non ti dice tutto. Ti lascia immaginare. E proprio per questo diventa potentissimo. Ma c’è un secondo significato, per me ancora più importante: pro-fili. Il filo. Quindi il profilo non è soltanto il segno che delimita un individuo. È anche il filo invisibile che lo collega a qualcun altro. La mia pittura, infatti, non racconta veramente persone isolate. Racconta ciò che accade tra le persone.
In che modo il riferimento alle teorie di Freud e Jung entra nel tuo processo artistico?
Non entro nel lavoro con l’idea di illustrare Freud o Jung. Non mi interessa trasformare la pittura in una traduzione visiva di una teoria psicologica. Mi interessa piuttosto quella zona più profonda nella quale l’immagine smette di essere soltanto immagine e diventa simbolo. Il volto, per esempio, è qualcosa che riconosciamo immediatamente, ma allo stesso tempo è una porta verso ciò che non vediamo: memoria, desiderio, paura, rapporto con l’altro, parti di noi che spesso non sappiamo nemmeno nominare. In questo senso il riferimento alla psicologia analitica è per me soprattutto uno stimolo a guardare l’essere umano oltre la sua superficie. Il profilo è una superficie minima, ma può diventare una soglia. E dietro una soglia c’è sempre qualcosa che non vediamo completamente.
Che ruolo hanno i fili, reali o simbolici, nella costruzione delle tue opere?
Il filo è una delle metafore più importanti della mia ricerca. Un filo unisce, ma può anche essere fragile. Può tenere insieme qualcosa oppure indicare una distanza. Può essere visibile oppure esistere soltanto nella nostra percezione. In alcune opere diventa materia vera e propria. In altre rimane una presenza concettuale. Mi piace questa ambiguità: il filo è contemporaneamente qualcosa di concreto e qualcosa di invisibile. In fondo anche le relazioni funzionano così. Non vediamo il legame tra due persone, ma ne percepiamo continuamente la presenza. Per questo il filo, nella mia pittura, non è decorazione. È connessione, memoria, appartenenza, possibilità di incontro.
Come definiresti il rapporto tra identità e relazione nel tuo lavoro?
Non credo che l’identità possa esistere completamente da sola. Siamo anche ciò che abbiamo incontrato. Siamo le persone che ci hanno amato, quelle che abbiamo perso, quelle che ci hanno cambiato, quelle che ci hanno lasciato qualcosa senza nemmeno rendersene conto. Per questo il volto, nel mio lavoro, non è mai soltanto un volto. È il punto in cui l’individuo incontra il mondo. Il profilo rappresenta proprio questo confine: separa, ma contemporaneamente mette in comunicazione. È una frontiera permeabile. E forse è questa la cosa che mi interessa di più: l’identità non come muro, ma come apertura verso l’altro.
Cosa significa per te creare connessioni tra le persone attraverso l’arte?
Significa riuscire a fare in modo che un’esperienza personale diventi, almeno per un istante, condivisibile. Quando dipingo non penso: “devo spiegare qualcosa a qualcuno”. Penso piuttosto: “devo lasciare uno spazio perché qualcuno possa riconoscersi”. Se una persona guarda un mio profilo e pensa a qualcuno che ha amato, a un’assenza, a un incontro, a una persona che non vede più, allora quella linea ha smesso di essere soltanto mia. È diventata sua. Questa per me è una delle possibilità più profonde dell’arte: trasformare qualcosa di individuale in un’esperienza comune senza cancellarne la parte più intima.
Qual è stato il momento in cui hai deciso di dare spazio concreto alla tua espressione artistica?
È stato il momento in cui ho capito che non potevo più considerarla una parte marginale di me. Per molto tempo l’arte è stata presente accanto alle altre cose: il lavoro, la famiglia, le passioni, la curiosità, il collezionismo, il mondo dei motori. Poi le energie hanno cominciato a convergere. E quando questo accade, arriva un momento nel quale non puoi più fingere che sia soltanto un hobby. Non direi che ho “scelto” l’arte in senso assoluto. Forse è più corretto dire che, a un certo punto, ho smesso di rimandarla.
Come vivi oggi questa fase della tua vita in cui l’arte emerge con maggiore forza?
La vivo con grande energia, ma anche con grande responsabilità. Quando inizi un percorso artistico più avanti nel tempo hai forse un vantaggio: non devi più dimostrare qualcosa a qualcuno. Hai già attraversato una parte della vita e puoi permetterti di essere più onesto. Non ho l’urgenza di seguire una moda o di costruire un’immagine. Mi interessa costruire un linguaggio. E il linguaggio ha bisogno di tempo. Ha bisogno di errori, di tentativi, di opere riuscite e di opere che magari ti insegnano più di quelle riuscite. Oggi sento soprattutto di essere dentro un percorso. E questo, per me, è molto più importante dell’arrivare.
Guardando al futuro, in che direzione senti evolvere la tua ricerca artistica?
Non vorrei anticiparla troppo. Credo che una ricerca autentica debba avere anche la capacità di sorprenderti. So però che non voglio abbandonare le domande che hanno generato i Profili. Potranno cambiare le forme, potrà cambiare la materia, potranno entrare nuovi elementi, ma il tema dell’essere umano e della relazione continuerà probabilmente a essere centrale. Mi interessa sempre di più la possibilità di spingere il segno verso una maggiore essenzialità senza perdere la fisicità della pittura. È una contraddizione che mi affascina: meno segno, ma più significato; meno descrizione, ma più presenza. E poi c’è il filo. Credo che abbia ancora molte cose da raccontare.
Cosa vorresti che il pubblico percepisse osservando i tuoi “Profili”?
Non vorrei che percepisse necessariamente qualcosa di preciso. Vorrei che si fermasse. In un tempo nel quale le immagini vengono consumate velocemente, mi interessa un’immagine che inviti a rallentare. E poi vorrei che accadesse una cosa molto semplice: che chi guarda trovasse dentro un mio profilo qualcosa che appartiene a lui. Un volto conosciuto. Una persona perduta. Un incontro. Un desiderio. Un’assenza. Perfino qualcosa che non sa ancora nominare. Non mi interessa dare una risposta allo spettatore. Mi interessa lasciargli una domanda. Perché quando un’opera riesce a diventare uno specchio nel quale qualcuno riconosce una parte della propria esperienza, allora, forse, ha smesso di essere soltanto un’opera dell’artista. È diventata un’esperienza di chi la guarda. E alla fine è proprio questo che vorrei dai miei Profili: che raccontassero una relazione, mai una solitudine.