è un’attrice, musicista, doppiatrice e scrittrice milanese. Si è diplomata alla Scuola d’arte Drammatica Paolo Grassi nel 2008 e ha conseguito il diploma di doppiatrice professionista nel 2023 presso la Professione Doppiaggio. Parallelamente alla carriera teatrale e audiovisiva, ha sviluppato anche un percorso nella scrittura, pubblicando due romanzi con Infinito Edizioni e firmando diversi copioni teatrali, alcuni dei quali messi in scena con la sua regia.
Nel corso degli anni ha insegnato recitazione e dizione in varie scuole di teatro, tra cui quella del Teatro Bellini. Ha lavorato nei principali teatri italiani, come il Piccolo Teatro, il Teatro dell’Elfo, il Teatro Argentina e ancora il Teatro Bellini, recitando accanto a interpreti di grande rilievo come Giulia Lazzarini, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Giancarlo Dettori, Francesco Di Leva, Galatea Ranzi, Donatella Finocchiaro, Daniele Russo e Gabriele Russo. È stata diretta da registi di rilievo come Lluis Pasqual, Luca Manfredi, Marcello Cotugno, Gabriele Russo e Roberta Torre.
Nel 2012 è stata nominata migliore attrice drammatica ai Golden Globe Awards e nel 2014 ha ricevuto il Premio Landieri come migliore attrice giovane. In ambito cinematografico ha partecipato al film I baci mai dati di Roberta Torre, presentato al Festival del Cinema di Venezia e premiato con il Premio Brian, oltre ad aver preso parte al Sundance Film Festival.
Numerose anche le esperienze televisive, tra cui le serie Don Matteo e Il Paradiso delle Signore, oltre al biopic Rai Permette? Alberto Sordi, in cui ha interpretato Giulietta Masina accanto a Edoardo Pesce. Come doppiatrice ha prestato la sua voce a diversi prodotti cinematografici e televisivi.
Accanto alla recitazione coltiva da sempre la musica: ha frequentato per oltre dieci anni la Scuola Musicale di Milano, formandosi sia come strumentista sia come cantante lirica con voce di soprano leggero. Nel suo percorso artistico rientra anche l’esperienza come attrice e marionettista presso la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli, realtà storica del teatro di figura italiano.
Cos’è per te l’arte e in quale momento della tua vita hai capito che sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
L’arte è stata la forma comunicativa con cui ho affrontato il mondo da sempre, da quando ho memoria.
È stato un impulso istintivo e viscerale, che ho deciso di assecondare, studiando e dedicandogli la mia vita e il mio futuro.
In che modo la formazione teatrale ha plasmato il tuo approccio alla recitazione e alla costruzione dei personaggi?
Il teatro è stato ed è la mia casa, un luogo protetto dove cultura, politica e comunicazione coesistono. Il rapporto che si instaura col pubblico e i colleghi è prezioso e vitale, proprio perché è in continua evoluzione. Mi sono formata alla Scuola d’ Arte Drammatica Palo Grassi, cui devo tutto.
Lavorare in teatro, quale che sia il metodo, permette un approfondimento emotivo e intellettuale che raramente si può trovare in altri ambienti.
Quello che amo di più nella costruzione dei personaggi e degli spettacoli teatrali è proprio lo scambio artistico con gli altri attori, col regista e con gli spettatori. Il teatro è comunità, è lavoro di squadra, non vive di personalismi ma di unione.
Qual è stata l’esperienza più significativa tra palcoscenico, cinema e televisione e perché?
Sicuramente interpretare Giulietta Masina, nel film “Permette, Alberto Sordi”, diretto da Luca Manfredi, è stato un onore incredibile.
Ricordo che per preparare il provino ho studiato giorno e notte, ho affittato una parrucca con lo stile e il colore dei capelli di Giulietta, ho persino fumato una sigaretta (io non fumo) per restituire la sua gestualità. Il ruolo della Masina non era mai stato affidato ad un’attrice in Italia, quando mi hanno confermata per la parte stava per venirmi un infarto!
Per quanto riguarda il palcoscenico: lavorare al fianco di Galatea Ranzi nello spettacolo “Lezione da Sarah”, diretto da Ferdinando Ceriani, di cui ho anche composto ed eseguito le musiche originali; ma anche debuttare al Teatro Argentina come Tamora nel “Tito Andronico diretto da Gabriele Russo è stata una grandissima emozione.
Cosa cambia, emotivamente e tecnicamente, quando lavori come attrice rispetto a quando scrivi o dirigi?
In realtà non cambia nulla: c’è sempre un coinvolgimento assoluto dal punto di vista creativo, emotivo e mentale.
Certo, quando lavoro come attrice c’è l’intermediazione di un regista, mentre quando scrivo e dirigo la responsabilità decisionale e tecnica è solo mia.
Ma sento tanta autorialità anche quando lavoro come interprete: uso il mio corpo, la mia voce, i miei ricordi, la mia esperienza per dare vita e credibiltà al ruolo.
È uno scambio profondo tra l’attore e il personaggio.
Quanto la scrittura ha influenzato il tuo modo di interpretare i ruoli e di leggere un copione?
Credo di dover ribaltare la domanda: è stata la mia esperienza attoriale ad influenzare il mio lavoro di scrittrice. Mi viene istintivo, quando mi identifico nel personaggio di un mio romanzo, sentire quello che sente, con precisione. Cerco di mettermi esattamente nella situazione che sta vivendo, concentrandomi non solo sui particolari emotivi ma anche su quelli pratici e fisici: si può essere follemente innamorati ma avere al contempo fame, sete, freddo; un profumo può influenzare il pensiero, un dolore al braccio può cambiare il comportamento di un personaggio come nella vita reale.
I dialoghi sono battute, non solo scritte ma pronunciate dal “personaggio- persona”, con un particolare tono di voce, un modo peculiare di fare pause, di organizzare il discorso.
Quando descrivo un ambiente o una situazione, cerco di gestirla in modo registico, senza dimenticare i dettagli, l’ambiente, l’atmosfera.
Amo immergermi nella cultura dell’epoca di cui sto trattando: la morbidezza di un tessuto, i titoli dei giornali, la moda, l’arte.
Scrivere per me è un lavoro assolutamente totalizzante.
Quale insegnamento ti ha lasciato il confronto con attori e registi di grande esperienza nel corso della tua carriera?
Ho avuto l’onore di avere dei Maestri incredibili: Lluis Pasqual in “Donna Rosita Nubile, al fianco di Giulia Lazzarini, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Giancarlo Dettori; Anatolij Vasil’ev, il celebre regista e pedagogo russo, Roberta Torre, che mi ha portata al Festival di Venezia col film Ï baci mai dati”, Luca Manfredi; Luciano Melchionna, con cui sto lavorando nello spettacolo pluripremiato “Dignità Autonome di Prostituzione” e nel monologo “Fisica/Mente”, e tantissimi altri. Da ognuno di loro ho cercato di rubare qualcosa e questo mi ha permesso di crearmi un’identità artistica.
Cosa ti affascina del doppiaggio e in che modo l’uso della sola voce ti permette di esprimerti diversamente rispetto alla scena?
Considero il doppiaggio un lavoro completamente diverso: altrettanto artistico, difficile e pieno di sfumature ma tecnicamente agli antipodi del lavoro teatrale.
È un lavoro più solitario, in cui la responsabilità più grande è restituire le sfumature e la bravura attoriale dell’artista che si sta doppiando.
Non è coinvolta solo la voce, anche il corpo, ma in un modo completamente diverso dal metodo teatrale e cinematografico.
È un mondo estremamente affascinante.
In che modo la musica e il canto entrano nel tuo lavoro artistico e nella tua sensibilità interpretativa?
Sono cresciuta davanti ad un pianoforte, dapprima col mio adorato nonno Dante e poi alla Scuola Musicale di Milano, dove mi sono formata anche come cantante lirica. La musica è parte integrante del mio lavoro teatrale e della mia vita, una risorsa professionale e dell’anima cui attingo sempre.
Che ricordo conservi delle tue prime esperienze sul palco e cosa provi ogni volta che torni a esibirti dal vivo?
Ricordo esattamente la prima volta in cui sono salita sul palco: il profumo delle tavole di legno, della polvere della stoffa delle quinte, del trucco delle altre attrici. L’adrenalina violenta, vitale, ma anche l’atmosfera sospesa di un gioco poetico, divertente, senza tempo.
Ho subito capito che, qualunque cosa fosse successa, quello sarebbe stato per sempre il mio mondo.
Quella sensazione non mi è mai passata: ogni volta che torno in scena, provo esattamente quello che provavo a undici anni.
Quanto è importante per te il contatto con gli allievi quando insegni recitazione e dizione?
Ho avuto la prova di quello che mi hanno sempre detto: si impara tantissimo, insegnando.
Si impara dai propri allievi, ma si scoprono anche lati di se stessi di cui non sospettavamo l’esistenza, si recupera la purezza dell’anelito teatrale e del gioco che ci lega tutti, in quanto esseri umani. Quando insegno provo un entusiasmo incontenibile, che spero di riuscire a trasmettere appieno ai miei studenti.
C’è un personaggio che senti particolarmente vicino alla tua storia personale o al tuo percorso umano?
Ho sempre sognato di interpretare Blanche de ” Un tram che si chiama Desiderio” di Tennessee Williams.
Ma anche la Arkadina de “Il gabbiano “di Cechov.
Però la verità è che qualsiasi personaggio mi attrae, che sia di Shakespeare o di Spregelburd (attore e autore che amo, sono andata in scena anni fa col suo spettacolo “Todo”, un testo geniale).
Come vivi il passaggio continuo tra discipline diverse come teatro, cinema, scrittura e musica?
Lo vivo come un arricchimento artistico e umano. Cerco di portare una disciplina nell’altra, di conoscere nuovi metodi. Ognuna di queste forme artistiche comunica con le altre e le completa. Per me, il mio lavoro consiste nello studiare, studiare e ancora studiare.
Qual è la sfida più grande che senti di voler affrontare oggi nella tua evoluzione artistica?
Credo che attualmente, per molti artisti italiani, la più grande sfida sia continuare a fare il proprio lavoro con dignità e libertà di espressione.
Che tipo di emozione speri di lasciare nel pubblico quando assiste a una tua interpretazione o legge un tuo testo?
Spero di poter trasmettere vita.
Se dovessi descrivere la tua identità artistica in tre parole, quali sceglieresti?
Curiosità, studio, dedizione assoluta.