Mario Zazzetta

è un pittore italiano la cui ricerca si sviluppa in una dimensione sospesa tra memoria, mito e contemporaneità. Nato nel 1950, il suo percorso artistico si distingue per una profonda…

BIOGRAFIA

#Mario Zazzetta

è un pittore italiano la cui ricerca si sviluppa in una dimensione sospesa tra memoria, mito e contemporaneità. Nato nel 1950, il suo percorso artistico si distingue per una profonda tensione mitopoietica, in cui la pittura diventa uno strumento di attraversamento simbolico del tempo e dell’esperienza umana. La sua poetica si ispira agli archetipi della cultura mediterranea e all’epica classica, evocando un immaginario che richiama le figure leggendarie e i paesaggi carichi di stratificazione storica e spirituale della Riviera degli Dei, intesa come luogo reale e mentale.

Dal punto di vista tecnico, la sua opera è caratterizzata da una rigorosa attenzione alla costruzione dell’immagine, attraverso lo studio della forma, la cura delle superfici e un uso consapevole della materia pittorica. I motivi decorativi, spesso impressi o incisi, assumono un valore simbolico e semantico, contribuendo a generare profondità e complessità visiva. Sebbene sostenuta da una grande precisione formale, la sua pittura supera i confini dell’iperrealismo per configurarsi come un’indagine psicologica e interiore della figura umana. Gli sguardi dei suoi soggetti diventano luoghi di intensa espressione emotiva, sospesi tra realtà e dimensione onirica.

Attraverso la sua opera, Zazzetta cerca di sospendere l’erosione del tempo, cristallizzando quegli istanti in cui la bellezza si manifesta e si rivela. La sua pittura si configura così come un atto di permanenza, capace di trasformare la fragilità dell’esistenza in testimonianza visiva duratura.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è uno spazio di necessità, prima ancora che di espressione. È il luogo in cui ciò che non trova voce nella realtà quotidiana può prendere forma visibile. Non la vivo come decorazione o racconto, ma come atto di conoscenza: dipingere significa avvicinarsi a qualcosa che sfugge, tentare di renderlo percepibile senza esaurirlo.

Quando hai capito per la prima volta che il mito sarebbe diventato una parte essenziale della tua ricerca pittorica?

Non è stato un momento improvviso, ma una lenta emersione. A un certo punto ho riconosciuto che le immagini che mi ossessionavano avevano una radice arcaica, quasi inevitabile. Il mito mi ha offerto una lingua più profonda della cronaca: una struttura capace di contenere il presente senza nominarlo direttamente.

Che rapporto hai con la Riviera degli Dei, e in che modo questo luogo entra nel tuo immaginario creativo?

È un luogo che per me ha una qualità sospesa, quasi liminale. Non lo vivo come semplice paesaggio, ma come soglia: tra luce e ombra, tra storia e leggenda. Nella mia pittura entra soprattutto attraverso l’atmosfera — quella luce verticale, il senso di tempo stratificato — più che attraverso una citazione diretta.

Nei tuoi dipinti il tempo sembra sospeso. È un modo per fermare un ricordo, un’emozione o qualcosa di più universale?

Il tempo sospeso nei miei lavori non nasce dal desiderio di conservare, ma da quello di sottrarre. Mi interessa portare l’immagine in una zona in cui il prima e il dopo perdono importanza. In quel vuoto temporale può emergere qualcosa di più universale: una condizione emotiva che non appartiene a un solo momento biografico.

Gli sguardi dei tuoi soggetti sono molto intensi. Cosa cerchi in uno sguardo prima di decidere di dipingerlo?

Cerco una soglia di ambiguità. Uno sguardo troppo dichiarato mi interessa poco; mi attrae invece quando non si lascia decifrare completamente, quando contiene una resistenza. È in quella tensione — tra rivelazione e chiusura — che sento nascere la necessità del dipinto.

Ti senti più vicino all’osservazione della realtà o alla costruzione di una dimensione interiore quando lavori?

Parto sempre dall’osservazione, ma non mi interessa restarvi fedele. La realtà è un innesco, non un approdo. Il lavoro vero avviene quando l’immagine comincia a scivolare verso una dimensione interiore, dove le proporzioni emotive contano più di quelle ottiche.

Quanto è importante per te la materia pittorica, il gesto, il contatto fisico con la superficie?

È fondamentale. La pittura, per me, non è solo immagine ma corpo. Il gesto, la densità del colore, la resistenza della superficie sono parte del pensiero dell’opera. Senza quella dimensione fisica il lavoro perderebbe verità e rischio.

Ci sono figure del mito classico in cui ti riconosci particolarmente, o che senti come compagne del tuo percorso?

Più che identificarmi in una figura sola, mi sento in dialogo con alcune presenze ricorrenti — figure liminali, spesso in trasformazione. Personaggi come Arianna o Persefone mi interessano per la loro condizione di passaggio, di soglia, più che per il racconto mitologico in sé.

Quando inizi un’opera, parti da un’immagine chiara o da una sensazione ancora indefinita?

Quasi sempre da una sensazione ancora instabile. Se l’immagine è troppo chiara fin dall’inizio, sento che il lavoro ha meno spazio per accadere davvero. Ho bisogno di una zona di incertezza in cui il dipinto possa contraddirmi.

Pensi che la pittura possa davvero rendere eterno un attimo fragile e umano?

Non credo all’eternità in senso retorico. Però la pittura può creare una forma di persistenza: può trattenere una vibrazione umana e renderla nuovamente esperibile nel tempo. Non salva l’attimo, ma ne prolunga la risonanza.

Dopo tanti anni di lavoro, cosa senti di stare ancora cercando attraverso la pittura?

Sto ancora cercando un’immagine necessaria. Qualcosa che non sia solo riuscito formalmente, ma inevitabile. Ogni quadro è un tentativo di avvicinarmi a quel punto di coincidenza tra visione, materia e silenzio.

Descriviti in tre colori.

Terra d’ombra bruciata, per la radice e la gravità. Blu profondo, per la dimensione interiore e notturna. Bianco caldo, per lo spazio di sospensione in cui tutto può ancora accadere.

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