è un mosaicista che vive e lavora a Roma. Laureato in Arti della visione e produzione multimediale, sviluppa una ricerca artistica che affonda le radici nella tradizione musiva romana, reinterpretandola attraverso un linguaggio contemporaneo.
Il suo lavoro esplora il dialogo costante tra classicità e presente, fondendo tecnica musiva, simbolismo e design. Le sue opere spaziano dal mosaico figurativo a quello astratto e decorativo, mantenendo un equilibrio armonico tra rigore tecnico, ricerca formale e una raffinata sensibilità estetica.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è innanzitutto un linguaggio, un sistema di segni attraverso cui dare forma a un pensiero e a una visione del mondo. È un luogo di indagine ma anche di sintesi tra esperienza personale, memoria collettiva e materia. Non la intendo come pura espressione individuale, ma come uno spazio di dialogo, capace di attraversare il tempo e di parlare a contesti diversi. Nel mio lavoro l’arte è anche un esercizio di misura: scegliere cosa lasciare e cosa togliere, affinché l’immagine resti essenziale ma densa di significato.
In che modo la formazione in Arti della visione e produzione multimediale ha influenzato il tuo approccio al mosaico?
La formazione in Arti della visione mi ha dato uno sguardo trasversale, non esclusivamente legato alla manualità. Mi ha insegnato a pensare l’opera come immagine costruita, come narrazione visiva e come relazione con lo spazio e con chi guarda. Anche nel mosaico lavoro molto sul ritmo, sulle pause, sulle sequenze, quasi fosse un montaggio. Questo approccio mi permette di utilizzare una tecnica antica con una mentalità contemporanea, attenta alla comunicazione e alla percezione.
Cosa rappresenta per te la tradizione musiva romana e come la rielabori nel tuo linguaggio contemporaneo?
La tradizione musiva romana è una base solida, tecnica e culturale, da cui partire. È un patrimonio di conoscenze, materiali e soluzioni formali che considero imprescindibile. Allo stesso tempo, non mi interessa una riproposizione nostalgica. La rielaboro attraverso la sottrazione, la semplificazione delle forme e l’isolamento del soggetto, cercando un dialogo diretto con il presente. La tradizione diventa così uno strumento, non un vincolo.
Qual è il ruolo del simbolismo all’interno delle tue opere e come nasce il dialogo con il design?
Il simbolismo è centrale perché consente all’immagine di superare il dato puramente estetico. I simboli funzionano come archetipi: parlano a chi guarda senza bisogno di spiegazioni. Il dialogo con il design nasce dalla volontà di rendere queste immagini essenziali, leggibili e integrate nello spazio. Mi interessa che l’opera abbia una forza iconica, ma anche una misura formale che la renda capace di convivere con l’architettura e con gli ambienti contemporanei.
Ti senti più vicino al mosaico figurativo o a quello astratto e decorativo, e perché?
Non percepisco una reale contrapposizione tra figurativo e astratto. Il figurativo mi permette di lavorare sul mito, sulla memoria e sulla riconoscibilità dell’immagine. L’astratto e il decorativo, invece, mi consentono di concentrarmi sul ritmo, sulla materia e sulla composizione pura. Spesso queste due dimensioni convivono nello stesso lavoro, perché rispondono a esigenze diverse ma complementari della mia ricerca.
Come bilanci rigore tecnico e libertà espressiva nel processo creativo?
Il rigore tecnico è il fondamento del mio lavoro: conoscere a fondo la tecnica romana, i materiali e i tempi del mosaico è indispensabile. Proprio questo rigore mi permette di essere libero. Una volta interiorizzate le regole, posso decidere quando rispettarle e quando forzarle. La libertà espressiva nasce dalla consapevolezza, non dall’improvvisazione, ed è ciò che rende il processo creativo autentico e coerente.
Roma, come luogo di vita e lavoro, quanto incide sulla tua ricerca artistica?
Roma incide in modo profondo e inevitabile. È una città stratificata, in cui il passato è costantemente presente e visibile. Vivere e lavorare qui significa confrontarsi ogni giorno con simboli, rovine, frammenti di immagini antiche. Questo influisce naturalmente sulla mia ricerca, ma cerco sempre di filtrare Roma attraverso uno sguardo personale, evitando l’effetto illustrativo o celebrativo.
C’è un’opera o un progetto che consideri particolarmente significativo nel tuo percorso?
La Menade è un’opera fondamentale nel mio percorso. È l’unico mosaico che realizzo come copia di un originale romano, appartenente a un ciclo musivo di Antiochia. Questo lavoro ha rappresentato per me un momento di riflessione deontologica molto importante. Pur essendo estremamente fedele all’originale, mi ha chiarito che non intendo fare copie, ma piuttosto prendere spunto, rielaborare e reinterpretare. Da lì ho compreso che il mio lavoro deve sempre muoversi tra memoria e trasformazione, mai nella semplice replica.
Quali direzioni immagini per l’evoluzione futura del tuo lavoro musivo?
Immagino un’evoluzione sempre più orientata al dialogo con il design, l’architettura e il collezionismo contemporaneo. Mi interessa che il mosaico esca da una dimensione puramente decorativa o storicizzata e venga percepito come un linguaggio attuale. Continuerò a lavorare sulla sintesi formale e simbolica, mantenendo la tecnica tradizionale come base, ma aprendola a nuove possibilità di relazione e di contesto.
Descriviti in tre parole.
Radicato, essenziale, consapevole.