Mario Iannuzziello

nato a Bari nel 1990, è un contrabbassista, bassista e compositore la cui formazione si muove tra il jazz e la tradizione classica. Avvia il proprio percorso musicale presso il…

BIOGRAFIA

#Mario Iannuzziello

nato a Bari nel 1990, è un contrabbassista, bassista e compositore la cui formazione si muove tra il jazz e la tradizione classica. Avvia il proprio percorso musicale presso il Pentagramma di Bari sotto la guida di Guido Di Leone, per poi conseguire il Diploma di I Livello in Basso Elettrico al Conservatorio E.R. Duni di Matera con Pierluigi Balducci, arricchendo ulteriormente la propria esperienza con un anno di studi all’HKU Conservatorium di Utrecht. Prosegue quindi con il Diploma di II Livello in Contrabbasso alla Siena Jazz University nel 2022, dove ha modo di confrontarsi con musicisti di rilievo internazionale come Damian Cabaud, Joe Sanders, Jeff Ballard, Ralph Alessi e Logan Richardson.

La sua ricerca artistica si concentra sull’incontro tra l’avanguardia jazz e la tradizione cameristica del primo Novecento, un dialogo che trova espressione nel suo primo album da leader, End of May, pubblicato da Working Label. Questo interesse si riflette anche nel suo percorso accademico, sviluppato nel biennio di Composizione Jazz al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari sotto la guida di Vito Andrea Morra, con una tesi dedicata alle affinità tra il linguaggio jazzistico e quello di compositori come Ravel, Debussy e Milhaud.

Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di rilievo internazionale quali Dave Kikoski, Gilad Hekselman, Jerry Bergonzi e Aaron Parks, esibendosi in contesti di prestigio come il Monfrà Jazz di Casale Monferrato e il North Sea Jazz Round Town di Rotterdam. La sua attività lo porta a essere stabilmente presente anche sulle scene musicali di Parigi e New York, dove è coinvolto in diversi progetti con musicisti come Emanuele Filippi, Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez. Attualmente è rappresentato da Mila Art Agency di Zurigo ed è sotto contratto con l’etichetta Working Label di Lecce, continuando a sviluppare una ricerca musicale che coniuga rigore compositivo e apertura sperimentale.

Cos’è per te la musica?
Per me, la musica è l’espressione più profonda dell’esperienza umana. Essa, oltre ad essere una necessità con cui non ci è dato scendere a patti, è un linguaggio non del tutto umano che trascende e diserta tanto le immagini quanto la parola, ma che non necessariamente ha valore universale. È un dialogo tra l’artista e il mondo, un mezzo per esplorare e dare forma a ciò che ognuno ha dentro di sé.

Quando hai iniziato a percepire il contrabbasso non solo come strumento, ma come voce personale nella tua ricerca artistica?
Questo è avvenuto gradualmente, ma ha avuto un’accelerazione significativa nel momento in cui ho iniziato a confrontarmi in modo più intimo e critico con i grandi contrabbassisti della storia del jazz: Paul Chambers, Jimmy Blanton, Reggie Workman, Percy Heath, Eddie Gomez, Scott LaFaro, Dave Holland, Ray Brown. Non si è trattato più solo di emulare lo stile, apprendere una tecnica o analizzare la scelta delle note, ma di comprendere come ciascuno di essi abbia plasmato il proprio suono e la propria identità in modo irripetibile e unico attraverso una voce propria. Partendo da questo, ho iniziato a cercare la mia unicità, a capire come il mio vissuto e le mie influenze potessero tradursi in una voce autentica attraverso il contrabbasso. È stato un processo di introspezione e di continua ricerca di suono.

In che modo il dialogo tra jazz e musica classica del primo Novecento influenza concretamente il tuo processo compositivo?
Il dialogo tra jazz e musica classica del Novecento è una delle linee guida del mio processo compositivo. Dal jazz traggo il fraseggio ritmico, l’improvvisazione come elemento strutturale e la profondità armonica derivante dalla tradizione afroamericana. Dalla classica, in particolare da compositori come Ravel, Debussy e Milhaud, assimilo un approccio raffinato alla timbrica, alla tessitura orchestrale e a soluzioni armoniche e formali che si discostano dal manierismo classico tradizionale, prima che venisse messo in crisi anch’esso nel corso del Novecento. Questo si traduce in composizioni dove le armonie modali si fondono con la ricchezza coloristica e le progressioni non funzionali tipiche dell’impressionismo o del neoclassicismo. Cerco di creare strutture, spesso anche asimmetriche, che possano accogliere l’improvvisazione in modo organico, mantenendo al contempo una coerenza formale e una profondità emotiva ispirate entrambe alla tradizione della musica colta.

Qual è stata l’esperienza più significativa durante il tuo percorso alla Siena Jazz University e cosa ti ha lasciato nel tuo modo di suonare?
Il percorso SJU è stato fondamentale per la mia formazione e consapevolezza. L’esperienza più significativa è stata senza dubbio l’opportunità di studiare e interagire alla pari con maestri del calibro di Joe Sanders, Damien Cabaud, Ziv Ravitz, Stefano Battaglia, Seamus Blake, Reinier Baas, David Linx, Jeff Ballard. Ognuno di loro ha contribuito in modo unico alla mia crescita. Da Cabaud ho appreso una profondità tecnica e una consapevolezza sul contrabbasso che hanno ridefinito il mio approccio allo strumento. Con Ravitz e Ballard ho esplorato le infinite possibilità ritmiche e l’importanza dello sviluppo ritmico-melodico, imparando a pensare la musica non solo come solista, ma come parte integrante di un discorso collettivo. Da Sanders ho imparato la necessità di ascoltare e interagire attivamente con quello che si ha attorno in un costante susseguirsi di momenti di equilibrio e di crisi, seppure al netto di un confronto spesso acceso e di un rapporto personale non facile. Mi ha lasciato un’incrollabile curiosità, la spinta a non accontentarmi mai e la consapevolezza di aver compreso quanto la musica sia un percorso di ricerca continua, dove l’esecuzione è al servizio dell’espressione e della comunicazione.

Come è nato End of May e quale idea o esigenza espressiva lo ha generato?
End of May è nato come album, un progetto ambizioso che unisce un sestetto jazz a un quartetto d’archi. L’idea centrale era quella di esplorare la fusione tra la spontaneità e l’energia del jazz e la ricchezza timbrica e la profondità strutturale della musica da camera moderna. L’esigenza espressiva che lo ha ispirato è stata di superare i confini stilistici, creando un suono che fosse al contempo intimo e orchestrale, spontaneo e finemente arrangiato. Volevo raccontare storie musicali che avessero la libertà del jazz ma anche la profondità emotiva e la complessità armonica che ammiro nella musica classica. “End of May” è stato il mio tentativo di creare un ponte tra questi due mondi, dando vita a un linguaggio personale che potesse esprimere la mia visione più completa.

Cosa ti affascina maggiormente nei linguaggi di Ravel, Debussy e Milhaud e come li rielabori in chiave contemporanea?
Dei linguaggi di Ravel, Debussy e Milhaud mi affascina soprattutto la loro capacità di ricercare soluzioni armoniche, timbriche e formali che si discostano radicalmente dal manierismo, aprendo nuove strade espressive. Di Debussy amo la fluidità armonica e la consequenzialità delle idee compositive e la sua capacità di evocare atmosfere suggestive attraverso il colore orchestrale. Ravel mi colpisce per la sua precisione formale, la brillantezza strumentale e la sua orchestrazione cristallina. Milhaud, con la sua audacia ritmica e l’integrazione di elementi transoceanici, è stato un pioniere. Rielaboro questi linguaggi in chiave contemporanea cercando di integrare queste soluzioni, o talvolta anche solo ispirazioni, nel contesto del jazz della scena contemporanea. Questo significa servirsi di disegni armonici ispirati a Debussy, applicare la chiarezza formale di Ravel a griglie improvvisative, o esplorare poliritmie e politonalità circoscritte ad una estetica che operi nel jazz e non al di fuori di esso. L’obiettivo è creare una musica che sia legata alla tradizione ma che guardi al futuro, con un suono fresco e originale.

Le collaborazioni con musicisti internazionali hanno cambiato il tuo approccio alla musica? Se sì, in che modo?
Decisamente sì. Le collaborazioni hanno rappresentato un catalizzatore fondamentale per la mia evoluzione artistica. Ogni incontro è stato un’opportunità per confrontarsi con diverse sensibilità culturali, approcci stilistici e tradizioni musicali. Questo ha ampliato enormemente la mia prospettiva, insegnandomi l’importanza dell’ascolto profondo e della flessibilità. Ho imparato a comunicare musicalmente oltre le barriere linguistiche, culturali e identitarie, e, di conseguenza, a cogliere sfumature che prima mi sfuggivano, oltre che a integrare nuove idee alla mia visione personale. Queste esperienze mi hanno reso un musicista più versatile, aperto e consapevole del fatto che la musica è un incontro dialettico in un processo di evoluzione continua.

Che differenze percepisci tra le scene musicali di Parigi, New York e l’Italia?
Le scene musicali di Parigi, New York e quella italiana, pur essendo tutte vibranti, presentano differenze distintive. New York è tuttora la città del jazz, e lì si percepisce un’energia e una spinta all’innovazione quasi palpabili; è il luogo dove nascono le idee e le tendenze che si riverberano a loro volta su tutta la scena mondiale. Parigi, d’altra parte, offre uno spazio unico per la sperimentazione, l’intellettualismo e le contaminazioni, con una forte tradizione di dialogo tra jazz e musica di derivazione europea, oltre ad un ambiente culturale che incoraggia la ricerca. L’Italia, infine, si distingue per la peculiarità di un pubblico esigente, oltre ad una sensibilità e un talento diffusi largamente tra musicisti e compositori. C’è una grande apertura nelle nuove generazioni ed una capacità innata di infondere passione e lirismo alla performance, creando momenti di grande calore e partecipazione.

Nel tuo percorso, quanto spazio lasci all’improvvisazione rispetto alla scrittura?
Nel mio percorso, l’improvvisazione e la scrittura sono due componenti complementari, in un equilibrio sempre dinamico. La scrittura non prescinde dalla forma, una sorta di cornice, una direzione emotiva ed un elemento di partenza a cui segue uno sviluppo. L’improvvisazione è il respiro, la spontaneità, l’energia del momento presente e il dialogo tra i musicisti. Non c’è gerarchia tra le due cose, piuttosto un’interazione costante: a volte la scrittura è molto dettagliata per guidare l’improvvisazione in una direzione specifica, altre volte lascio ampi spazi affinché l’interplay e la creatività estemporanea possano esprimersi senza paletti formali. Credo che il punto di contatto sia quel momento in cui la scrittura è così ben integrata e naturale da sembrare improvvisata, e l’improvvisazione è così coerente da sembrare scritta.

Come si sviluppa il tuo lavoro quando componi: parti da un’idea teorica, da un’immagine o da un’intuizione sonora?
Il mio lavoro compositivo può nascere da diverse intuizioni. A volte una particolare disposizione dei suoni, un’immagine, un profumo, uno stato d’animo che ho anche difficoltà a definire, che poi viene sviluppato e non di rado contraddice o si discosta dall’idea di partenza. Non è raro che anche un’idea teorica o una struttura formale non convenzionale possano innescare il processo. Spesso queste diverse fonti di ispirazione si sovrappongono: una suggestione sonora può evocare un’immagine, che a sua volta suggerisce una direzione teorica o formale. È un processo non lineare, dove l’ispirazione si nutre di esperienza, consapevolezza, estetica e sensibilità.

Qual è il ruolo del silenzio e dello spazio nelle tue composizioni?
Silenzio e spazio sono elementi cruciali nelle mie composizioni, tanto quanto il suono. Non sono semplici assenze, ma componenti attivi che ridefiniscono la musica. Il silenzio crea tensione, permette alle frasi di respirare, enfatizza l’importanza delle figure successive e invita l’ascoltatore a una maggiore attenzione. Lo spazio, inteso come l’intervallo tra gli eventi musicali o la rarefazione della tessitura, permette alla musica di non addensarsi oltremisura, di far emergere ogni voce e di creare un senso di profondità e contemplazione. Senza il silenzio e lo spazio, essi stessi parte della composizione e del processo creativo, la musica rischia di chiudersi in un flusso autoreferenziale e monocorde; con essi, acquista dinamismo, chiarezza e un respiro più vicino all’umano.

Cosa cerchi oggi nella tua evoluzione artistica che magari non cercavi agli inizi?
Agli inizi, la mia ricerca era forse più focalizzata sulla padronanza tecnica e sull’assimilazione dei linguaggi esistenti, che ero certo mi avrebbero fornito i mezzi per esprimere me stesso in modo più compiuto e coerente. Oggi cerco una maggiore autenticità e una profondità espressiva. Non mi accontento più di suonare bene o di scrivere in modo chiaro e corretto sul
piano formale; cerco di distillare la mia percezione e ciò che sono, di trovare la mia voce più vera e di comunicare ad un livello più intimo con l’ascoltatore, consapevole che la sensibilità di ognuno comporta una diversa percezione, e non per questo meno meritevole di dignità laddove si discosta dall’intenzione originaria dell’artista. Cerco la sintesi tra complessità e immediatezza, tra ricerca intellettuale e impatto emotivo, e una musica che sia sempre più onesta e coerente con me stesso.

In che modo il tuo background accademico dialoga con la dimensione più istintiva e performativa del jazz?
Il mio percorso accademico fornisce le fondamenta, la grammatica e la sintassi, mentre la dimensione istintiva e performativa del jazz è il linguaggio vivo che si costruisce su quelle basi. Il dialogo è costante: la disciplina mi ha fornito gli strumenti per comprendere le strutture complesse, le armonie e le tecniche esecutive, permettendomi di navigare con consapevolezza nel vasto panorama musicale. Tuttavia, è nel jazz che queste conoscenze si liberano, trasformandosi in intuizione, reazione e interazione spontanea. L’accademia mi ha suggerito cosa e come suonare, il jazz mi ha suggerito il perché. È la fusione tra rigore e libertà, tra consapevolezza e istinto, che mi permette di esprimermi appieno.

Qual è stata la sfida più complessa che hai affrontato finora come musicista e compositore?
La sfida più complessa è stata probabilmente quella di dover affermare l’unicità della mia voce in un panorama musicale così vasto e saturo. Inizialmente si tende a emulare i propri idoli o mentori, a cercare di riprodurre ciò che si ama. Il vero ostacolo è stato superare questa fase, elaborare e formalizzare tutte le influenze e poi lasciarle decantare per lasciar emergere
qualcosa di autenticamente mio. Questo ha richiesto non solo un enorme lavoro tecnico e compositivo, ma anche una profonda ricerca di consapevolezza per capire chi sono come artista e cosa voglio veramente comunicare. È una sfida continua, ma ogni passo in questa direzione è una vittoria.

Che tipo di esperienza desideri offrire all’ascoltatore attraverso la tua musica?
Desidero offrire all’ascoltatore un’esperienza che sia al contempo intellettualmente stimolante ed emotivamente coinvolgente. Vorrei che la mia musica fosse un viaggio, un invito a esplorare paesaggi sonori complessi ma accessibili, dove la bellezza melodica si intreccia con continui elementi di variazione e contrasto. Spero di poter evocare immagini, sentimenti e riflessioni, creando un momento di connessione profonda. Voglio che l’ascoltatore si senta parte di un dialogo, non solo un fruitore passivo assorto in una sorta di astrazione contemplativa.

C’è una direzione futura o un progetto che senti particolarmente urgente sviluppare?
Sento l’urgenza di continuare a esplorare e approfondire la fusione tra il jazz e la musica da
camera, spingendo ulteriormente i confini di questa interazione. Mi piacerebbe esplorare nuove combinazioni strumentali e collaborare con artisti provenienti da diverse esperienze tanto accademiche quanto professionali. C’è anche un forte desiderio di portare la mia musica a un pubblico sempre più ampio, sia attraverso la performance che mediante progetti educativi e di divulgazione, condividendo la mia visione e ispirando a mia volta altri musicisti.

Descriviti in tre parole.
Ricerca, contrasto, variazione.

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