nasce il 13 febbraio 1984 a Reggio Emilia, città dove cresce e vive tuttora. Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte, diplomandosi in architettura e arredo, sceglie di seguire una strada diversa da quella strettamente artistica, intraprendendo la carriera di parrucchiere e barbiere sulle orme della madre. Inizia a lavorare con lei e, nel tempo, arriva a fondare un proprio barbershop dedicato esclusivamente agli uomini, trasformando la passione familiare in un’attività imprenditoriale personale e consolidata.
Fin da bambino manifesta una forte inclinazione per il disegno e la creatività, che coltiva nel tempo libero. Con gli anni, però, altre priorità prendono il sopravvento e l’attività artistica resta in secondo piano. Solo recentemente decide di tornare a dare spazio a quell’esigenza espressiva mai sopita, iniziando a realizzare opere soprattutto in acrilico su tela e riscoprendo un linguaggio creativo che sentiva da tempo dentro di sé.
Artista contemporaneo, Ruggiero sviluppa uno stile che fonde pop art e street art, dando vita a lavori dal forte impatto visivo ed emotivo. Le sue opere nascono dall’incontro tra cultura urbana e immaginario pop, dove colori intensi, contrasti marcati e simboli iconici si trasformano in un linguaggio personale e riconoscibile. La sua ricerca si concentra sui temi della società contemporanea, dell’identità e della comunicazione visiva, reinterpretando elementi della cultura di massa con uno sguardo critico e creativo. Attraverso la contaminazione tra estetica urbana e vibrazioni pop, trasforma la tela in uno spazio dinamico in cui arte e strada si incontrano, generando immagini moderne, energiche e autentiche.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è libertà totale, senza limiti né confini, dove il giudizio ha il giusto peso e non influenza la creatività e il lavoro dell’artista.
Quando hai capito che il richiamo dell’arte era diventato troppo forte per restare in secondo piano rispetto al tuo lavoro di barbiere?
Non ho avuto un momento preciso perché ho sempre avuto dentro di me la parte artistica che in qualche modo ho espresso nel mio essere, ora ho solo iniziato anche a rappresentarla, probabilmente ho raggiunto una consapevolezza migliore nell’ultimo anno.
In che modo la tua esperienza nel barbershop, a contatto quotidiano con le persone, influenza il tuo sguardo sulla società e quindi le tue opere?
Tantissimo, osservo tanto le persone e ho un salone in cui i clienti spesso si sentono in un salotto tra amici in cui si può chiacchierare di qualsiasi argomento, ho gente di tutte le età e questo mi fa riflettere ogni giorno e appunto osservare la società nel mio piccolo.
Cosa ti affascina della fusione tra pop art e street art e perché senti che rappresenta al meglio la tua identità visiva?
Mi affascina, come detto in precedenza, la non regola, il fatto che non ci siano schemi o canoni precisi, solo spazio alle emozioni, al divertimento e alla fusione di parole, icone, colore e fantasia.
I simboli iconici che utilizzi nascono da ricordi personali, da suggestioni collettive o da una riflessione critica sulla cultura di massa?
I simboli iconici che uso li ho sempre portati nel mio cassetto dei ricordi e della fantasia, cercando di mettere sempre un po’ di ironia nell’opera, non per forza critica ma forse più un diverso punto di vista sulla cultura di massa.
Quanto conta per te l’impatto immediato rispetto al messaggio più profondo che l’opera può rivelare nel tempo?
Conta tanto perché credo che l’opera sia un po’ come con le persone: se ti trasmettono subito un’emozione e ti fanno brillare gli occhi probabilmente sono quelle giuste. Poi è bello anche scoprire col tempo i dettagli e interpretare a proprio gusto il messaggio o le sensazioni più profonde.
C’è un artista o un movimento che ha acceso in te la scintilla per tornare a dipingere?
Sicuramente la pop art che ho sempre portato nel cuore, Andy Warhol credo sia sempre stato il mio “guru”.
Che differenza emotiva provi tra creare un taglio o uno stile su una persona e realizzare un’opera su tela?
Sono sicuramente due mondi diversi, creare un taglio dopo tantissimi anni diventa molto automatico e nell’uomo è quasi sempre tecnico. Le persone ora arrivano con le idee chiare, si tagliano i capelli per bisogno non per provare un’emozione. Un’opera su tela ogni volta è una sensazione unica: si crea un’intimità tra l’artista e la tela che pian piano viene mostrata agli altri ma che emotivamente ha una forza pazzesca.
Qual è il tema sociale che senti più urgente raccontare oggi attraverso la tua arte?
Non ho un tema preciso ma, se dovessi associare le mie opere alla società, forse vorrei raccontare come basterebbe poco per evitare tanta cattiveria, insofferenza e invidia che credo oggi siano i problemi maggiori nell’essere umano, quindi raccontare semplicemente un po’ di ironia e una visione delle cose fuori dagli schemi che possano fare sorridere.
Ti immagini in futuro più legato alla dimensione urbana, magari con murales e interventi pubblici, o preferisci mantenere la tela come tuo spazio principale di espressione?
La tela la vedo per ora più intima e personale, cioè un’opera commissionata o già fatta e scelta da un cliente da mettere in casa propria sia motivo di orgoglio per me e comunque una mia emozione e rappresentazione diventa parte emozionante anche per chi la sceglie. Lavori urbani direi “magari potessi farli!”, ma sarebbe diversa la sensazione: diventerebbero comunque opere che tanti forse vedrebbero solo come un disegno su un muro.
Se dovessi descrivere la tua arte con tre parole, quali sceglieresti?
Ironia, creatività, esperienza.