Marco Patuzzi

nato a Bassano del Grappa il 6 agosto 1980, è poeta e performer. Pur non avendo ancora pubblicato un volume personale, alcuni suoi testi sono apparsi in diverse antologie di…

BIOGRAFIA

#Marco Patuzzi

nato a Bassano del Grappa il 6 agosto 1980, è poeta e performer. Pur non avendo ancora pubblicato un volume personale, alcuni suoi testi sono apparsi in diverse antologie di poesia. Dal 2014 porta in tutta Italia performance in cui poesia e teatro si incontrano in una dimensione fortemente emotiva e coinvolgente, affiancando a questo percorso anche spettacoli di mimo.

Il suo primo lavoro, Frammenti d’inquietudine, è stato presentato per due volte al Teatro Trastevere di Roma e successivamente anche presso il prestigioso Spazio 5 nel quartiere Prati. La sua ricerca artistica si distingue per una particolare attenzione alle tematiche sociali e civili, che lo ha portato a esibirsi in occasione della Giornata mondiale della lotta al Parkinson e in diversi eventi dedicati al contrasto della violenza sulle donne. Nel maggio 2021 ha inoltre realizzato una performance contro l’omobitransfobia.

Tra i lavori più recenti figura Perdita del cielo, perdita dell’altro, progetto che accosta alle sue poesie testi di Bertolt Brecht, Mahmoud Darwish e Sergey Stratanovskij, confermando una ricerca capace di intrecciare parola poetica, teatro e riflessione sull’attualità. Nell’ottobre 2022 ha preso parte agli eventi canoviani con una performance ispirata a Il compianto di Abele di Antonio Canova, presentata presso la Chiesetta dell’Angelo di Bassano del Grappa in occasione della presentazione del volume Laboratori di scultura oggi: Antonio Canova di Marialuisa Parolin.

Nel luglio 2023 si è esibito insieme al cugino, il musicista Giulio Patuzzi, al prestigioso Chigiana International Festival di Siena. Nello stesso anno ha partecipato a un tributo dedicato a Peter Brötzmann, condividendo il palco con oltre venti musicisti provenienti dagli ambiti jazz e free jazz. Nel dicembre 2024 ha aperto lo spettacolo di Pierpaolo Capovilla e Giancarlo Onorato, Se questa è una guerra. Gaza e non solo Gaza. Parole e musiche nell’assurdità del nostro tempo, portando ancora una volta la propria ricerca artistica all’interno di un contesto in cui poesia, musica e impegno civile si incontrano.

Nel febbraio 2026 è tornato a collaborare con Giulio Patuzzi, realizzando una performance ispirata alla sua opera sonora Tessuto produttivo, presentata da Costenaro Assicurazioni nell’ambito della rassegna 70 + 40 + 190 = 300 storie POP. Il suo percorso continua così a svilupparsi attraverso una contaminazione costante tra poesia, teatro, mimo, musica e performance, utilizzando la parola e il corpo come strumenti per esplorare inquietudini personali, temi sociali e interrogativi del presente.

Cos’è per te la poesia e quale spazio occupa nella tua ricerca artistica?

La mia poesia nasce dall’osservazione della realtà che ci circonda. All’interno della mia ricerca artistica la poesia ha un ruolo dominante. I versi che scrivo sono come un telaio, un misto di descrizione e di immagini su cui appoggiare l’emotività e la tensione tragica che poi il palco amplifica.

Come nasce l’idea di unire poesia, teatro e performance e cosa ti permette di esprimere questa contaminazione?

All’età di trentaquattro anni decisi di unire le due cose che amo di più, ovvero il teatro e la scrittura. Ho avuto sin da piccolo una teatralità innata che ho successivamente sviluppato e migliorato nei vari corsi di teatro, sia classico che sperimentale, compiuti negli anni. Quest’ultimo mi ha insegnato un nuovo modo di pormi in scena, soprattutto nei confronti dello spettatore. È un teatro questo che porta a rivelarti, a mostrare al pubblico quelli che sono i tuoi pensieri più intimi, le tue emozioni più profonde. La mia fisicità poi aggiunge una dimensione nuova e drammatica ai miei versi, dando un pathos che nessuna lettura riuscirebbe a rendere. Questa contaminazione mi permette di far arrivare al pubblico tutta la partecipazione emotiva che c’è dietro le mie poesie così come nelle mie esibizioni di mimo.

Nel 2014 hai iniziato a portare le tue performance in diverse città italiane: come è cambiato il tuo rapporto con il pubblico nel corso degli anni?

Devo dire che, nel corso degli anni, il mio rapporto col pubblico si è fidelizzato! Noto tutt’ora con piacere che chi viene a vedermi una volta poi ritorna!

Frammenti d’inquietudine è stato il tuo primo lavoro: da quali emozioni e riflessioni nasceva quel progetto?

Frammenti d’inquietudine nasceva da un profondo senso di insofferenza. Attraverso questa prima importante performance ho voluto rendere partecipe il pubblico di tutta la tensione emotiva che c’era dietro questi primi miei versi.

Quanto è importante per te utilizzare l’arte per affrontare tematiche sociali e civili?

Considero l’arte uno strumento particolarmente potente per affrontare tematiche sociali e civili. A differenza della politica e della propaganda essa arriva dritta al cuore senza imporre idee. Dandoci sempre nuovi spunti attraverso cui vedere il mondo l’arte ci spinge continuamente a interrogarci.

In che modo esperienze come le performance contro la violenza sulle donne e l’omobitransfobia hanno influenzato il tuo percorso artistico?

Son state due esperienze molto significative. Mi sono avvicinato a queste tematiche con molta delicatezza e rispetto e ho cercato di costruire delle performance il più possibile consone alle importanti situazioni dentro cui mi esibivo, cercando di fare in modo che nessuno si sentisse offeso o a disagio.

Perdita del cielo, perdita dell’altro mette insieme i tuoi testi con quelli di Brecht, Darwish e Stratanovskij: come hai costruito questo dialogo tra voci e sensibilità così diverse?

“Perdita del cielo, perdita dell’altro” è stata una performance che ha richiesto un lungo lavoro da parte mia. Più di un anno ho speso a riguardo, cercando di amalgamare al meglio i miei testi con le poesie di Brecht, Darwish e Stratanovskij. Per rispondere alla tua domanda, quello che unisce queste voci così diverse è il fatto che tutti e tre questi scrittori raccontano quelli che sono gli ultimi di questa società.

Cosa ha significato per te confrontarti con l’opera di Antonio Canova attraverso la performance dedicata a Il compianto di Abele?

A distanza di anni ricordo la creazione di questa performance come una bellissima esperienza formativa! Mi sono avvicinato all’opera del Canova col massimo rispetto per poi ideare qualcosa di consono all’occasione. Aggiungo inoltre che la storia dell’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino ben si prestava, per la sua drammaticità, a essere rappresentata in scena.
Ho cercato di trasmettere al pubblico tutta la ferocia dell’atto criminale del fratricida e poi tutta la sua successiva disperazione.

Hai collaborato più volte con tuo cugino Giulio Patuzzi: come cambia il tuo linguaggio quando la poesia incontra la musica?

Quando la parola poetica incontra il suono diventa essa stessa suono. In conseguenza di questo anche il testo poetico cambia aprendosi a crescendi, a pause, a ripetizioni e a echi.

Che esperienza è stata esibirti al Chigiana International Festival di Siena e successivamente partecipare al tributo dedicato a Peter Brötzmann?

Sono state due bellissime esperienze. Soprattutto il Chigiana Festival! L’essere così tanto apprezzato per il mio lavoro in un contesto così importante mi ha dato una nuova consapevolezza e una rinnovata sicurezza in scena. Per quanto riguarda il tributo a Peter Brötzmann mi ha dato modo di avvicinarmi a un genere che conoscevo poco, ovvero il free jazz. Partecipare a questo evento mi ha dato inoltre la possibilità di conoscere più di venti musicisti di area jazz e free jazz provenienti da tutta Italia.

Nel dicembre 2024 hai aperto uno spettacolo di Pierpaolo Capovilla e Giancarlo Onorato dedicato alla guerra e all’assurdità del nostro tempo: quanto può essere potente la poesia nel raccontare il presente?

Credo che la poesia sia uno strumento estremamente potente. La sua peculiarità è la sua capacità di rendere noto l’indicibile.
In un mondo che corre e sbraita ci invita a rallentare. Toglie inoltre tutto il superfluo e tutte le banalità del quotidiano. Crea infine connessione fra chi declama e chi ascolta, facendosi così ponte fra gli esseri umani.

Nel tuo ultimo progetto Tessuto produttivo hai lavorato a partire da un’opera sonora: quali possibilità ti offre il dialogo tra parola, corpo e suono?

Grazie a mio cugino Giulio sto scoprendo, pian piano, tutte le infinite possibilità che offre il dialogo fra parola, corpo e suono.

Quali sono oggi le inquietudini, le domande o i temi che senti più urgenti da portare nelle tue prossime performance?

Son tante ora le tematiche che mi inquietano. Quella che al momento più mi preoccupa è questa continua corsa al riarmo.
Ci stanno portando verso una guerra che tutti sembrano volere ma su cui noi, inteso come popolo italiano, non abbiamo parola.

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