è un attore, autore e comico italiano con una lunga carriera nel mondo dello spettacolo, costruita tra teatro, televisione, radio e cinema. Fin dagli anni Novanta si distingue nel panorama del cabaret nazionale, ottenendo importanti riconoscimenti come il primo posto al Festival Nazionale del Cabaret di Salerno nel 1996, premiato da Nino Manfredi su Rai3, e la vittoria della Zanzara d’Oro a Bologna nel 1997, dove viene premiato da Alberto Sordi su Rai1. Tra i suoi successi anche il Sabot d’Oro di Champoluc nel 2002 e il Premio speciale Charlot a Foggia.
La sua carriera televisiva si sviluppa tra le principali emittenti nazionali, con partecipazioni a programmi Rai, Mediaset e La7, tra cui “Gelato al limone”, “Supergiovani”, “Laboratorio 5”, “La Festa del Cabaret”, “Premio Troisi”, “Convencion”, “Rido” e “Il Boss dei Comici”. Parallelamente è protagonista di numerosi format sulle televisioni locali, affermandosi anche come autore e conduttore, in particolare con il programma satirico “Ultimo Stadio”, dedicato al mondo del calcio, e con serie come “I Sovrani” e diverse sitcom di produzione propria.
Accanto alla televisione, Lanzuise sviluppa una solida presenza radiofonica, collaborando con emittenti come Radio CRC e Radio Marte in programmi di intrattenimento e comicità. Il suo percorso si estende anche al cinema, dove prende parte a film come “Sodoma – L’altra faccia di Gomorra” di Vincenzo Pirozzi, “Vita, cuore, battito” degli Arteteca per la regia di Sergio Colabona, “Felicissime condoglianze” di Claudio Insegno e “Finalmente sposi” diretto da Lello Arena.
Il teatro rappresenta uno degli ambiti centrali della sua attività artistica, sia come interprete sia come autore. Firma e porta in scena numerosi spettacoli comici, tra cui “Statisticamente parlando”, “Shetc a parte” e “Vasto assortimento all’interno”, e partecipa a produzioni con importanti nomi del teatro napoletano come Nino Frassica, Biagio Izzo e Benedetto Casillo. Nel corso degli anni prende parte a numerosi spettacoli di successo, lavorando con registi e attori di rilievo e costruendo una carriera solida e riconoscibile.
Negli anni più recenti consolida il proprio ruolo di autore e regista teatrale, firmando e dirigendo diversi lavori, tra cui “Una notte con Dora”, “Il matrimonio come va? Bene… corna facendo”, “A…A…A avviato ristorante cedesi” e numerose produzioni legate al progetto “The Mast”, confermando una costante evoluzione creativa.
Parallelamente sviluppa anche una presenza sul web, realizzando contenuti comici e format digitali, oltre a collaborazioni con aziende e brand. Il suo percorso artistico si caratterizza per una versatilità che unisce comicità, scrittura e interpretazione, mantenendo un forte legame con la tradizione teatrale italiana e con il linguaggio contemporaneo dell’intrattenimento.
Cos’è per te l’arte?
Amo dipingere, amo tutte le forme d’arte; quando penso all’arte penso a tutto ciò che ci è stato lasciato come patrimonio artistico e culturale. Guai se non ci fosse: forse solo l’arte può smuovere le coscienze.
Qual è stato il momento in cui hai capito che il cabaret sarebbe diventato il tuo percorso principale?
Prima era solo una passione, poi nel 1995 mi sono reso conto che era diventato il mio lavoro. Ho iniziato per gioco con due amici, Rosario Verde e Lello Musella. Formammo un trio di cabaret che si chiamava i Teandrìa. Assieme abbiamo collezionato dieci anni di successi, grazie ai premi, alla TV e alla radio. Ovviamente lo spettacolo live è quello che ci ha dato più soddisfazioni.
In che modo i premi ottenuti agli inizi della tua carriera hanno influenzato il tuo percorso artistico?
Inizialmente, quando ho vissuto tutto questo, ero giovane: parliamo del 1997-98, certo ho gioito. Ma è solo nella maturità che apprezzi davvero il percorso che hai fatto. Ancora oggi, se guardo indietro, mi dico: caspita, ho vinto la Zanzara d’Oro a Rai Uno, premiato da Alberto Sordi, un colosso del cinema. Poi il Premio Charlot a Rai Tre, premiato da Nino Manfredi. La cosa che mi ha stupito è che sia Sordi che Manfredi erano di un’umiltà disarmante. Ho vinto anche il Premio Telesette e, grazie a questi riconoscimenti, Nino Frassica ci portò nel suo tour estivo e a Rai Uno, definendosi il nostro Pigmalione.
Com’è cambiato il tuo approccio alla comicità dagli esordi negli anni Novanta a oggi?
La comicità è sempre la stessa, cambiano l’epoca e il mezzo: prima si faceva in TV, ora sui social. Personalmente ho sempre amato il personaggio, il trucco, il cambio di tono, l’immedesimazione in un’altra personalità. Ovviamente cambiano i temi: vent’anni fa si parlava del cellulare, una novità che entrò prepotentemente nelle nostre vite, e si ironizzava su chi lo avesse più grande; poi, con il tempo, si è ironizzato su chi lo avesse più piccolo. Certo, non potevo immaginare che oggi se ne parlasse ancora, ma in relazione a quanto siamo diventati schiavi di questo mezzo.
Quali differenze hai riscontrato tra il lavorare in televisione, a teatro e sul web?
Sono tre mezzi totalmente diversi. Grazie all’esperienza di dieci anni di radio, ho avuto una grande preparazione per la TV: si dice che la radio sia l’anticamera della televisione, ed è vero, lì ho esplorato diversi personaggi. Ovviamente il teatro mi dà un’enorme gioia: sentire il pubblico, le reazioni, gli applausi ti tengono vivo. Infatti, quando posso, cerco di far capire a chi ci segue che dal vivo è tutt’altra cosa.
Il teatro sembra essere una costante nel tuo percorso: cosa rappresenta per te il palcoscenico?
Quando nel 2003 ci siamo divisi con il trio di cabaret, ho fatto una scelta coraggiosa e ricca di sacrifici. Invece di fare il solista nel cabaret scrivendomi un repertorio, ho preferito ripartire da zero come scritturato di teatro. Questo mi ha permesso di imparare molto. Ho avuto buoni maestri: tre anni con i Fratelli Gallo, Carlo Croccolo, tre anni con Gigi Savoia, quindici anni con Benedetto Casillo. Il teatro di tradizione mi ha permesso di conoscere i grandi autori di un repertorio incredibile.
Come nasce l’idea di uno spettacolo firmato da te, dalla scrittura alla messa in scena?
Avendo attitudine alla scrittura con il cabaret, fare teatro mi ha permesso di imparare la scrittura teatrale: l’intreccio, il colpo di scena, la gag comica. Il teatro di tradizione è la radice di tutto. Il teatro va riscritto: cambia l’epoca, ma la comicità resta. Questo mi ha permesso di collaudare diverse pochade comiche come Cornuti e contenti, Grossi affari in famiglia, Voto di scambio, Una notte con Dora. Grazie alla lunga gavetta teatrale oggi mi ritrovo con un repertorio mio, fatto di testi attuali e moderni che conservano il sapore della tradizione.
Quanto è importante l’osservazione della realtà quotidiana nella costruzione dei tuoi personaggi?
È una deformazione professionale: osserviamo tutto ciò che ci circonda. Se non fosse così, non potremmo mettere in scena i personaggi della nostra società, spesso denunciando ciò che li rende ridicoli. Anche se oggi in TV non si può fare molta satira, stranamente se ne faceva di più in passato, quando c’era la censura. Questo fa riflettere, soprattutto pensando a comici come Vianello, Totò, Tognazzi.
Il progetto “The Mast” segna una fase recente della tua carriera: cosa lo rende centrale nel tuo percorso?
La maturità nello scrivere qualcosa che non faccia solo ridere, ma anche riflettere. “The Mast”, con il datore di lavoro che sfrutta i suoi operai, è una vera e propria satira sul mondo del lavoro. Questa dimensione ha fatto apprezzare al pubblico la veridicità dei racconti e delle gag. Dal successo di “The Mast” sono nate tre commedie andate in scena al Teatro Totò di Napoli: The Mast cerca operaio con voglia di lavorare, Mast & Chef – avviato ristorante cedesi e Gran Mast Hotel – suite per due, dove si affronta anche il tema dei robot che sostituiranno gli operai.
Com’è cambiato il pubblico della comicità negli anni e come ti relazioni con le nuove generazioni?
Il teatro è percepito come qualcosa di “vecchio”: negli ultimi vent’anni testi come Miseria e Nobiltà sono stati rappresentati in tutte le salse. Amo il teatro di tradizione, ma i giovani hanno un linguaggio diverso: per attirarli bisogna raccontarli, farli immedesimare. Quando Eduardo De Filippo portò in scena Napoli Milionaria, era una commedia moderna che parlava del dopoguerra e il pubblico si riconosceva. Oggi, per me, è una grande soddisfazione vedere giovani che entrano a teatro per la prima volta, spesso grazie ai social. Credo che in un cartellone teatrale di tradizione debba esserci una percentuale di nuove proposte e nuovi autori, altrimenti il teatro rischia di rimanere solo un ricordo.
Quali sono i progetti televisivi che più porti nel cuore?
Sono tanti: Funikulì Funikulà, dove è nato SasàMen; Telegaribaldi, un cult della TV campana da cui sono nate le Brigate Mosce; Ciakkati, il primo programma come autore televisivo. Ma il progetto che più mi è rimasto dentro è I Sovrani, uno sceneggiato comico in costume del Settecento andato in onda per tre anni. Lì ho dato tutto me stesso come autore, primo attore e casting director. Ho amato raccontare la rivoluzione partenopea fino all’Unità d’Italia, facendo satira su un Regno delle Due Sicilie che non esiste più. Attualmente si sta preparando la decima edizione di Ultimo Stadio, programma in onda su Canale 21, dove si ironizza sul mondo del calcio.
Qual è stata la collaborazione artistica che ti ha lasciato di più, sia umanamente che professionalmente?
Tutti ti lasciano qualcosa. Come attore sono stato una spugna: ho assorbito tutto ciò che potevo dai miei maestri. Casillo mi ha lasciato l’ingenuità e l’etica di non essere mai volgare, perché la volgarità non paga. Gigi Savoia mi ha trasmesso la qualità, un modo di recitare che si acquisisce con l’esperienza: far sembrare tutto naturale, al punto che lo spettatore dimentica che stai recitando.
Guardando al futuro, quali nuovi linguaggi o progetti ti piacerebbe esplorare?
Spero di poter scrivere altri testi da portare in teatro. Mi piacerebbe realizzare qualcosa che possa sensibilizzare sul tema del femminicidio. La vita è così breve: non capisco perché molti uomini non si rassegnino a essere lasciati. Non conosciamo il futuro, non sappiamo chi potremmo incontrare. Grazie al mio divorzio ho vissuto storie d’amore che mi hanno arricchito l’anima. Come si dice: ama e lascia vivere.
Descriviti in tre parole.
Sono un sognatore.