Luca Marano

nasce a Imperia il 12 agosto 1990 e cresce a Napoli, città in cui sviluppa fin da giovanissimo una forte passione per la recitazione. Si forma presso l’Accademia Internazionale d’Arte…

BIOGRAFIA

#Luca Marano

nasce a Imperia il 12 agosto 1990 e cresce a Napoli, città in cui sviluppa fin da giovanissimo una forte passione per la recitazione. Si forma presso l’Accademia Internazionale d’Arte & Drammatica “Vincenzo Bellini” di Napoli, diretta da Lucia Stefanelli Cervelli, iniziando presto il suo percorso artistico tra teatro, cinema e televisione.

Debutta a soli 19 anni al Teatro Bolivar con il dramma pirandelliano I Giganti della Montagna, nel ruolo di Milordino, e ne La favola del figlio cambiato, entrambi con la regia di Lucia Stefanelli Cervelli. Prosegue il suo percorso teatrale interpretando Colline ne La Bohème, tratta dall’opera di Giacomo Puccini, e recitando in Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare.

Nel 2011 incontra il regista e autore teatrale Angelo Rojo Mirisciotti, entrando a far parte della compagnia stabile Prove d’Amore. Con questa realtà porta in scena diversi spettacoli, tra cui Sipario!, il musical Mariuole Mariuò nel ruolo di Suricillo, e Burqa, dove interpreta Riccardino, ricevendo attenzione anche dalla critica su “Quartaparete”, noto giornale online di cultura e spettacolo.

Nello stesso anno approda in televisione con una partecipazione alla soap opera Un Posto al Sole e al cinema con Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto da Gabriele Mainetti. Prende parte inoltre al cortometraggio Il Signor Buonuomo, diretto da Stefano Miglio, al fianco di Salvatore Cantalupo. Nel 2014 appare nel videoclip musicale del brano “Comete” della band Le Strisce.

Nel 2016 è protagonista della sitcom radiofonica Assunta & Gennarino, premiata al Roma Web Independent Award come miglior sketch italiano, europeo e internazionale. Nello stesso anno esordisce come aiuto regista ed è coprotagonista del cortometraggio Elastic Heart, diretto da Giuseppe Cossentino, vincitore al Rome Web Awards per Miglior Trailer, Miglior Sceneggiatura e Miglior Musica.

Nel 2017 riceve una candidatura come attore non protagonista al Rome Web Awards per il ruolo del bullo in Elastic Heart. L’anno successivo è protagonista dello spettacolo Ebbravi e Servitore, interpretando Don Enrico, ruolo che gli vale la candidatura come miglior caratterista al Premio Nazionale Antonio Allocca.

Il suo percorso artistico si distingue per versatilità e continua evoluzione, tra palcoscenico, audiovisivo e sperimentazione, confermandolo come interprete attento e appassionato.

Quando hai capito che la recitazione non era soltanto una passione, ma qualcosa di cui non potevi fare a meno?

Non c’è stato un singolo “colpo di fulmine”, ma piuttosto una presa di coscienza progressiva. C’è stato un momento preciso, però, durante i primi passi su un palco: quando si sono spente le luci in sala e ho sentito che il respiro del pubblico si sincronizzava con il mio. In quel momento ho capito che recitare non era solo un desiderio, ma una necessità viscerale di comunicare e di vivere più vite oltre la mia.

Quanto ha influenzato Napoli il tuo modo di vivere e interpretare la recitazione?

Napoli è un teatro a cielo aperto, una città dove la tragedia e la commedia convivono nello stesso secondo. Vivere e crescere a Napoli ti regala un’ipersensibilità al ritmo della vita, ai gesti, alle sfumature dei sentimenti. Questa città mi ha insegnato l’istinto, la fame di verità e quell’urgenza espressiva che cerco di portare in ogni ruolo, che sia comico o drammatico.

Quanto è stata importante la formazione in accademia nel tuo percorso di attore?

L’accademia è stata fondamentale: ha preso la mia passione grezza e le ha dato una struttura, un metodo. Ti insegna la disciplina, il rispetto per il testo e per i colleghi, ma soprattutto ti dà gli strumenti per superare i momenti in cui l’ispirazione da sola non basta. È stato il luogo in cui ho imparato a sbagliare in sicurezza per poi crescere consapevole.

Cosa ha significato per te confrontarti fin dagli esordi con testi complessi come quelli di Pirandello?

Scontrarsi subito con giganti come Pirandello è stato al contempo terrorizzante ed esaltante. Debuttare con testi di quella complessità ti costringe a maturare in fretta: non puoi permetterti di essere superficiale. Pirandello ti scava dentro, ti interroga sulle tue stesse “maschere” e ti lascia una venerazione sacra per la parola pronunciata sul palco.

Quali sono, secondo te, le principali differenze tra il lavoro dell’attore a teatro e quello davanti alla macchina da presa?

A teatro il flusso è continuo, c’è un’energia viva che si crea con il pubblico ed è “buona la prima” ogni sera; il corpo parla nella sua interezza. Davanti alla macchina da presa, invece, il lavoro è di micro-chirurgia: l’obiettivo ruba anche il pensiero più impercettibile. Nel cinema il potere sta nella misura e nel controllo dell’intenzione; a teatro sta nel far arrivare quell’intenzione fino all’ultima fila.

Quanto è stato importante l’incontro e il lavoro con Angelo per la tua maturazione artistica?

L’incontro con Angelo è stato un passaggio chiave per la mia maturazione. Lavorare con lui mi ha permesso di esplorare nuove sfumature espressive e di confrontarmi con una visione artistica rigorosa ma aperta. È stata un’opportunità di scambio umano e professionale che ha arricchito notevolmente il mio bagaglio e la mia consapevolezza sul set.

Quali sono i personaggi che senti più vicini alla tua sensibilità e che riescono a lasciarti maggiormente qualcosa?

Tendo a legarmi ai personaggi che nascondono una fragilità dietro una facciata di forza. Tra i ruoli interpretati, quelli in cui ho dovuto lavorare sulle crepe emotive sono quelli che mi sono rimasti più addosso. Trovare il punto in cui la mia vulnerabilità incontra quella del personaggio è sempre il momento più autentico del mio lavoro.

Hai vissuto esperienze molto diverse, come Un Posto al Sole e Lo chiamavano Jeeg Robot: cosa ti hanno insegnato questi due mondi?

Sono state due palestre incredibilmente diverse ma ugualmente preziose. Un Posto al Sole ti insegna la rapidità, la prontezza e la tenuta a ritmi di macchina serratissimi. Una produzione di culto come Lo chiamavano Jeeg Robot ti mostra invece la cura maniacale del dettaglio, l’ambizione visiva e la potenza di un genere sapientemente contaminato. Entrambe mi hanno insegnato la versatilità e il rispetto per la macchina produttiva.

Hai avuto anche l’opportunità di lavorare dietro la macchina da presa come aiuto regista: quanto ha cambiato questa esperienza il tuo modo di essere attore?

È stato illuminante. Stare dietro la macchina da presa ti libera dall’egocentrismo tipico dell’attore e ti fa capire che il cinema è un’opera collettiva immensa. Come aiuto regista impari a gestire la visione d’insieme, i tempi, la risoluzione dei problemi. Oggi, quando torno davanti all’obiettivo, sono un attore molto più consapevole delle esigenze della troupe.

Quanto contano per te premi e riconoscimenti nel percorso di un attore?

I premi e i riconoscimenti fanno indubbiamente piacere: sono una carezza all’ego e una conferma che il lavoro fatto ha risuonato negli altri. Tuttavia, non possono essere l’unico obiettivo. Il premio vero resta la stima dei colleghi, la fiducia dei registi e la sensazione, a fine giornata, di aver dato tutto per la riuscita di una scena.

Qual è la difficoltà più grande che un attore deve imparare ad affrontare nel corso della propria carriera?

La precarietà e l’incertezza costante sono la sfida più grande di questo mestiere. Bisogna imparare a gestire i momenti di “silenzio”, l’attesa tra un provino e l’altro, e sviluppare una resistenza mentale fortissima ai rifiuti. La vera difficoltà sta nel mantenere viva la passione e la fame anche quando le porte sembrano chiudersi.

Che tipo di attore vuoi diventare e quale identità artistica desideri costruire?

Voglio diventare un attore affidabile, credibile e coraggioso. Un interprete capace di trasformarsi senza mai perdere la propria anima, capace di spaziare tra i generi senza etichette e che i registi vedano come un vero e proprio collaboratore creativo.

C’è un ruolo che sogni particolarmente di interpretare?

Sogno un ruolo fortemente drammatico o d’epoca, magari un personaggio storico o complesso con una forte evoluzione psicologica e fisica. Dal punto di vista dei generi, mi piacerebbe cimentarmi in un thriller psicologico o in un noir contemporaneo dal sapore internazionale.

Come immagini il futuro del tuo percorso artistico?

Lo immagino come un cammino in continua espansione. Vorrei continuare ad alternare teatro, cinema e serie TV, mantenendo sempre alta l’asticella della qualità. E in futuro non escludo di firmare qualcosa di mio, passando magari alla regia o alla scrittura per raccontare storie con la mia voce personale.

Se dovessi descriverti in tre parole, quali sceglieresti?

Determinato, curioso, passionale.

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