Luca Liverotti

è un giovane artista che vive nella provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche. Si avvicina alla pittura come a una necessità vitale, un’esigenza primaria e irrinunciabile attraverso cui portare alla…

BIOGRAFIA

#Luca Liverotti

è un giovane artista che vive nella provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche. Si avvicina alla pittura come a una necessità vitale, un’esigenza primaria e irrinunciabile attraverso cui portare alla luce e attraversare le proprie ferite interiori, mettendo a nudo la dimensione più autentica dell’essere umano. Il processo pittorico diventa per lui uno spazio di ascolto e di emersione, in cui ciò che è invisibile, informe e privo di colore trova la possibilità di manifestarsi.

La sua ricerca si concentra sul genere umano, sul pensiero profondo e sugli stati interiori, intesi come territori complessi e in continuo mutamento, non riconducibili a forme o cromie prestabilite. Attraverso la materia, il gesto e la stratificazione, la pittura si trasforma in un luogo di indagine emotiva ed esistenziale. Le opere non descrivono, ma rivelano tensioni, tracce e segni che parlano di vulnerabilità, resistenza e trasformazione, restituendo un’esperienza umana intensa e condivisibile.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un bisogno primario, quasi fisico. È l’unico modo che conosco per tirare fuori il mio mondo interiore, per dare forma a ciò che vive dentro di me e che altrimenti resterebbe intrappolato.
È un atto di sopravvivenza, ma anche di verità verso me stesso: è un modo per abbandonare le maschere e mostrarmi per ciò che sono, senza vergogna, senza paura, senza giudizio.

Cosa ti ha spinto inizialmente a vedere la pittura come una necessità vitale?
La pittura è arrivata in un momento di grande rinascita della mia vita. Dopo aver attraversato lotte interiori profonde e aver fatto i conti con i demoni del passato, dell’infanzia e di un’adolescenza turbolenta, ho sentito il bisogno di ricominciare da me. Dipingere è stato come respirare di nuovo, come rimettere insieme i frammenti e riconoscermi.

Come scegli i materiali e le tecniche che utilizzi nelle tue opere?
Non scelgo in modo razionale: mi lascio guidare dall’emozione. I materiali diventano un’estensione del mio stato d’animo, li uso per incidere, stratificare, sporcare, come se stessi lavorando sulla mia stessa pelle. Ho bisogno di sentire la materia reagire, resistere e trasformarsi.

C’è un’emozione o uno stato d’animo che senti particolarmente difficile da tradurre sulla tela?
La fragilità più silenziosa. Non il dolore evidente, ma quello che resta quando tutto sembra calmo e invece dentro continua a tremare. È una sensazione sottile, difficile da afferrare, che spesso emerge solo nel processo.

In che modo il tuo processo creativo ti permette di esplorare e comprendere le tue ferite interiori?
Il processo creativo è un atto di ascolto profondo. Dipingendo non cerco di nascondere le ferite, ma di guardarle, attraversarle e accettarle. Ogni gesto diventa un modo per riconciliarmi con ciò che sono stato e con ciò che sono oggi.

Come descriveresti la relazione tra il gesto pittorico e la materia nella tua ricerca artistica?
È una relazione viscerale. Il gesto nasce dall’istinto, dalla necessità di liberare qualcosa, mentre la materia accoglie e trattiene, lasciando tracce, cicatrici e segni. In questo dialogo nasce l’opera, come un corpo vivo e unico.

Quanto influiscono le tue esperienze personali nel definire i soggetti e le tensioni che emergono nelle opere?
Influiscono totalmente. Ogni tensione, ogni squilibrio che emerge sulla tela è legato a un’esperienza vissuta. Anche quando non racconto episodi specifici, porto con me il peso, la memoria e la trasformazione di ciò che ho attraversato.

Hai un’opera che, più di altre, senti che rappresenti davvero il tuo mondo interiore?
Sì, ma è un rapporto che cambia nel tempo. Alcune opere rappresentano il dolore, altre la rinascita. In ognuna, però, riconosco una parte autentica di me, un momento preciso del mio percorso di vita.

In che modo speri che chi osserva le tue opere possa relazionarsi con ciò che vuoi comunicare?
Spero che chi guarda possa sentire, prima ancora di capire. Vorrei che le opere diventassero uno spazio in cui riconoscersi, in cui sentirsi meno soli, liberi di portare il proprio vissuto senza filtri.

Descriviti in tre colori.
Rosso, come ferite ancora aperte che pulsano e non chiedono di essere guarite in fretta. Nero, come i demoni del passato, ombre profonde che hanno abitato il mio silenzio. Bianco, come una rinascita fragile: una luce che non cancella il buio, ma insegna a conviverci.

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