Luana Miano

è una cantautrice siciliana capace di raccontare, con ironia e autenticità, le sfumature più vere della quotidianità. Con il singolo “Maritu e Mugghieri” porta nei digital store una narrazione genuina…

BIOGRAFIA

#Luana Miano

è una cantautrice siciliana capace di raccontare, con ironia e autenticità, le sfumature più vere della quotidianità. Con il singolo “Maritu e Mugghieri” porta nei digital store una narrazione genuina dell’amore di ogni giorno, fatta di discussioni, sorrisi, incomprensioni e riconciliazioni. Il brano, scritto di getto in un pomeriggio assolato, nasce dall’osservazione e dall’esperienza diretta: un racconto che attraversa generazioni, dai nonni ai genitori fino alle relazioni contemporanee, restituendo l’immagine di un legame autentico, capace di ritrovare sempre il proprio equilibrio.

Il suo stile, ironico e profondamente radicato nella cultura siciliana, trasforma scene di vita comune in musica, celebrando la quotidianità delle relazioni e i valori della famiglia, tra nostalgia, passione e desiderio di rinascita. Le sue canzoni uniscono tradizione e identità, riuscendo a parlare a chiunque abbia vissuto l’amore nelle sue infinite sfumature.

Nata a Taormina il 26 maggio 2001, Luana Pia Miano si avvicina alla musica fin da giovanissima: a soli dieci anni inizia a partecipare a concorsi locali e a studiare canto. Dopo il diploma prosegue la sua formazione al Conservatorio, dove consegue la laurea triennale in Canto Pop/Rock con il massimo dei voti. Attualmente frequenta il biennio specialistico nello stesso indirizzo e affianca al percorso artistico anche quello didattico, insegnando canto presso l’Accademia Pianistica Italiana di Taormina, dove ha iniziato come tirocinante.

Artista in continua evoluzione, Luana Miano costruisce un percorso che unisce studio, esperienza e sensibilità, portando nella sua musica una voce autentica, capace di raccontare storie intime con leggerezza e profondità.

Cos’è per te la musica?
Per me la musica è il modo più sincero che ho di comunicare, senza filtri. È il linguaggio che uso quando le parole da sole non bastano, quando le emozioni sono troppo grandi o troppo complesse per essere spiegate. È casa, rifugio, specchio… mi permette di guardarmi dentro, ma anche di raggiungere gli altri, di creare relazione, forse di curare e farmi curare. La musica è il posto in cui posso essere completamente autentica: con le mie fragilità, la mia ironia, la mia profondità e le mie radici. È il filo che unisce la mia vita personale, il mio percorso artistico e quello accademico.

Cosa ti ha spinto a raccontare l’amore quotidiano in “Maritu e Mugghieri”?
Mi ha spinto l’osservazione di ciò che vedo ogni giorno: le coppie vere, quelle che litigano, ridono, si punzecchiano, ma alla fine restano. Volevo raccontare l’amore non come qualcosa di perfetto, ma come una convivenza fatta di abitudini, difetti, piccole guerre e grandi complicità.

Quanto c’è della tua esperienza personale nel brano?
C’è molto della mia esperienza personale, anche se non è un racconto autobiografico in senso stretto. Nel brano ci sono le mie osservazioni, la mia famiglia, le coppie che vivo fin da bambina, le dinamiche che ho vissuto e quelle che ho sentito raccontare. C’è il mio modo di percepire l’amore: non come favola perfetta, ma come percorso fatto di errori, di scontri, di crescita e di cura reciproca. In “Maritu e Mugghieri” c’è la mia sensibilità, un po’ di romanticismo e il mio sguardo ironico sulle relazioni, e anche un po’ della mia nostalgia per quei matrimoni “di ‘na vota”, pieni di carattere e di verità.

In che modo la cultura siciliana influenza la tua scrittura musicale?
La cultura siciliana è la radice da cui, spesso, per me, parte tutto. Influenza il mio modo di usare le parole, i colori delle immagini che scelgo, il ritmo delle frasi, persino il modo in cui costruisco le melodie. In particolare, quando scrivo in dialetto (perché scrivo anche in italiano), significa per me dare alla musica un sapore preciso: quello delle piazze, delle case piene di voci, delle feste di paese, dei racconti dei nonni e degli attimi di serietà e intimità. La Sicilia entra nella mia scrittura attraverso l’ironia, la teatralità, la passione, la forza, ma anche attraverso una certa malinconia dolce che appartiene molto alla nostra terra.

Ti piace di più raccontare storie ironiche o emotive?
In realtà mi piace stare proprio nel confine tra le due cose. L’ironia, per me, è un modo delicato e intelligente di parlare di emozioni profonde senza appesantirle; l’emotività è ciò che dà senso e verità a quello che racconto. Mi piace raccontare storie che fanno sorridere, ma che, se le ascolti bene, possano lasciarti anche un nodo in gola, un messaggio, un’emozione. “Maritu e Mugghieri”, per esempio, è esattamente questo: una storia ironica, ma piena di sentimento, dove dietro la battuta c’è sempre una verità emotiva. Poi ci sono volte in cui magari accantono un po’ di più l’ironia, con l’intento di lanciare un altro tipo di messaggio, che richiede un ascolto più critico, attento e prettamente emozionale.

Com’è stato scrivere un brano così spontaneo e “di getto”?
È sempre liberatorio, mi capita spesso. “Maritu e Mugghieri” è nato quasi come una chiacchierata: le immagini, le frasi, i personaggi sono arrivati uno dopo l’altro, come se fossero già lì e aspettassero solo di essere messi in musica. Scriverlo “di getto” mi ha permesso di non censurarmi, di non cercare necessariamente la perfezione, ma la verità. Ho seguito l’istinto, la lingua che mi veniva naturale, le emozioni del momento. E credo che proprio questa spontaneità sia una delle cose che rende il brano vivo e autentico.

Qual è il messaggio che speri arrivi a chi ascolta la tua musica?
Nel caso specifico di “Maritu e Mugghieri”, spero arrivi l’idea che l’amore vero non è quello perfetto, ma quello che resiste.
Che le relazioni sono fatte di alti e bassi, di incomprensioni e di riavvicinamenti, e che non c’è nulla di “sbagliato” nel conflitto, se alla base c’è rispetto e un bene profondo. In generale, nei miei brani, vorrei che chi ascolta si sentisse visto: che riconoscesse un pezzo della propria storia, della propria famiglia, delle proprie fragilità o vittorie. La mia musica non è mai solo “mia”, spero sempre che diventi di qualcun altro, che si riveda nelle parole e nelle emozioni della musica.

Come riesci a conciliare il tuo percorso artistico con quello accademico?
Non è sempre semplice, ma per me le due cose non sono in conflitto: si nutrono a vicenda. Il percorso accademico mi dà strumenti, profondità, consapevolezza… quello artistico mi permette di trasformare tutto questo in esperienza vissuta, in suono, in relazione. Quello che studio entra in ciò che scrivo e canto… quello che vivo sul palco e nella scrittura arricchisce il mio modo di studiare e insegnare.

Cosa significa per te insegnare canto alle nuove generazioni?
Per me insegnare canto è una responsabilità e un privilegio. Non si tratta solo di tecnica vocale, ma di accompagnare qualcuno a trovare la propria voce, la propria identità, il proprio modo di stare nella musica. Con le nuove generazioni sento forte il desiderio di trasmettere autenticità: non inseguire solo la performance perfetta, ma un rapporto sano con la propria voce e con le emozioni. Significa anche educare all’ascolto, al rispetto del proprio corpo, alla cura di sé e alla consapevolezza che la musica può essere un luogo di crescita e di benessere.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo stile?
Mi hanno influenzata artisti che uniscono intensità emotiva e autenticità, sia nel mondo pop-rock che in quello cantautorale.
Amo chi sa raccontare storie vere, con una scrittura forte e una voce che non ha paura di mostrarsi imperfetta ma viva. Sicuramente, nella scrittura siciliana, le prime “insegnanti” sono state Rosa Balistreri, Carmen Consoli ma anche spesso Gerardina Trovato. In generale, nella musica italiana ascolto molto Giuliano Sangiorgi con i Negramaro, mi lascio ispirare dai testi di Biagio Antonacci e sicuramente Riccardo Cocciante. Ultimamente ascolto anche La Nina, che adoro, e Mango. Per quanto riguarda la musica internazionale, ne ascolto moltissima: primo su tutti forse Michael Jackson, ma credo che gli Imagine Dragons siano la mia maggiore ispirazione.

In che direzione immagini evolverà il tuo percorso musicale nei prossimi anni?
Immagino un percorso sempre più coerente con chi sono: più radicato nella mia identità, ma anche aperto a contaminazioni e sperimentazioni. Vorrei continuare a scrivere in siciliano, ma ho sempre scritto e scrivo molto anche in italiano. Mi piace esplorare altre forme e linguaggi, anche in inglese, per esempio, mantenendo sempre al centro la verità emotiva. Spero di costruire un repertorio che racconti storie, persone, relazioni, con quella miscela di ironia e profondità che sento molto mia… e di poterlo portare in giro per la Sicilia sempre di più. E chissà, forse anche in giro per l’Italia e oltre.

Descriviti in tre canzoni.

  1. Radioactive degli Imagine Dragons: questa canzone parla di risveglio, di forza che esplode dopo un periodo di trasformazione. In me rappresenta la parte che non ha paura di cambiare pelle, che accoglie il nuovo con coraggio e con fame creativa.
  2. Nobody’s Wife di Anouk: qui emerge la donna che non si lascia definire da nessuno, che sceglie, che guida, che non accetta compromessi sulla propria libertà emotiva e professionale. Rappresenta forse la mia voce più rock: diretta, autentica, senza filtri.
  3. Your Spirit di Tasha Cobbs: questa canzone racconta la connessione profonda con ciò che ti ispira, con la spiritualità, con la missione artistica. Sento che rappresenti la Luana che canta, nel suo piccolo, per elevare, per guarire, per portare bellezza e verità.
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