Liala Bettini

nata a Vigevano l’11 novembre 1978, si avvicina all’arte inizialmente come grafica e illustratrice, per poi approfondire anche il body painting, sviluppando nel tempo una ricerca personale basata sul colore,…

BIOGRAFIA

#Liala Bettini

nata a Vigevano l’11 novembre 1978, si avvicina all’arte inizialmente come grafica e illustratrice, per poi approfondire anche il body painting, sviluppando nel tempo una ricerca personale basata sul colore, sul disegno e sulla contaminazione tra linguaggi e tecniche differenti. Dopo quasi quattro anni di pausa dai pennelli, dovuta a un importante intervento neurochirurgico, torna alla pittura intraprendendo un percorso complesso di riscoperta, segnato dal cambiamento del corpo e della percezione visiva. Questa esperienza la porta a confrontarsi nuovamente con il gesto, lo spazio, le proporzioni e il modo stesso di osservare.

Piuttosto che recuperare il suo stile precedente, sceglie di trasformare questo cambiamento in una nuova possibilità espressiva, dando vita a una pittura che diventa indagine sullo sguardo, dove tecnica, percezione e materia si intrecciano. La sua ricerca attuale si concentra principalmente sulla pittura figurativa contemporanea, con una particolare attenzione al mondo animale e alla natura. Attraverso l’uso di acrilico, stratificazioni, texture, impressioni organiche, collage e pigmenti metallici e cangianti, costruisce superfici vive e dinamiche, in cui il soggetto resta riconoscibile ma sembra emergere dalla materia stessa.

Gli animali, nelle sue opere, non sono semplici soggetti da rappresentare, ma presenze da interpretare attraverso prospettive insolite e contrasti di luce, colore e materia. Il suo interesse non è la resa fotografica, bensì la ricerca di una forma capace di restituire la fisicità e la presenza dell’animale, lasciando spazio all’interpretazione. Un ruolo significativo nel suo immaginario è occupato dall’Africa, dove ha vissuto parte dell’infanzia, in Kenya: un legame che riaffiora nella scelta dei soggetti, nelle texture, nei materiali e in una ricerca visiva profondamente connessa alla terra, alla vegetazione e alla memoria. Il suo percorso artistico attuale nasce così dall’incontro tra esperienza, trasformazione e riscoperta, traducendosi in una pittura in continua evoluzione, che non si limita a rappresentare ciò che vede, ma esplora ciò che accade quando lo sguardo incontra la materia.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un luogo in cui posso estraniarmi. Quando dipingo, posso smettere per un po’ di pensare e di sentire tutto ciò che esiste intorno a me, al di fuori della musica che scelgo di avere in sottofondo. È uno spazio in cui posso permettermi di essere me stessa, senza dover dimostrare nulla e senza dover essere perfetta. Credo che una delle cose più importanti che ho riscoperto tornando alla pittura sia proprio questa: nell’arte non c’è errore. Posso sbagliare, cambiare idea, seguire una strada diversa da quella che avevo immaginato. E, paradossalmente, proprio questa consapevolezza mi ha dato una libertà che prima non avevo. La pittura è diventata uno spazio in cui il limite non è necessariamente qualcosa da nascondere o correggere, ma può diventare parte di ciò che rende un’opera autentica. In questo senso, dipingere è diventato anche un modo per accettare il cambiamento e trasformarlo in qualcosa di mio.

Qual è stato il momento più significativo del tuo ritorno alla pittura dopo l’intervento e cosa hai scoperto di nuovo nel tuo modo di vedere?
Credo che il momento più significativo sia stato proprio il primo vero tentativo di tornare a dipingere. Mi sono resa conto che non potevo semplicemente riprendere da dove mi ero fermata. Il mio corpo era cambiato e anche la mia percezione visiva era diversa. All’inizio è stato frustrante e faticoso: avevo il rifiuto e pensavo che non avrei mai più dipinto. Per fortuna ho avuto tante persone intorno a sostenermi e incoraggiarmi; proprio lì ho scoperto che potevo smettere di cercare ciò che ero stata e iniziare a costruire qualcosa di nuovo. Ho scoperto un modo di vedere meno legato alla perfezione e più attento alla percezione e all’emozione.

In che modo il cambiamento della percezione visiva ha trasformato il tuo approccio al gesto e alla composizione?
Dopo l’intervento sono diventata ipovedente dall’occhio destro. La differenza tra i due occhi ha modificato anche la mia percezione della profondità: faccio più fatica a leggere alcune distanze e a percepire correttamente la tridimensionalità dello spazio. In qualche modo, questo limite è entrato anche nella mia pittura. La tela è una superficie piatta ed è proprio su quella superficie che oggi cerco di costruire una profondità che posso percepire e controllare attraverso il colore, la materia, le sovrapposizioni, la luce e la prospettiva. Quello che inizialmente ho vissuto come una difficoltà è diventato anche uno stimolo. La pittura mi permette di creare uno spazio che, pur essendo fisicamente piatto, posso esplorare e leggere secondo le mie nuove modalità di percezione. Allo stesso tempo, però, ho imparato a lasciare più spazio all’istinto e all’imprevisto. Oggi non cerco necessariamente di riprodurre ciò che vedo in modo preciso, ma di interpretarlo attraverso il mio modo di vedere, lasciando che materia, colore e gesto abbiano un ruolo nella costruzione dell’immagine.

Cosa significa per te oggi “imparare di nuovo a guardare”?
Significa accettare che vedere non è soltanto una questione fisica: è anche percepire, selezionare, interpretare. Ho dovuto imparare ad avere fiducia in quello che vedo anche quando non corrisponde più esattamente a ciò che vedevo prima. In questo senso la pittura mi ha aiutata: mi ha insegnato che una percezione diversa non è necessariamente un limite, ma può diventare un altro punto di vista.

Come dialogano tra loro materia, tecnica ed emozione nelle tue opere più recenti?
La materia, per me, è innanzitutto scoperta. Mi entusiasma vedere quale impronta può lasciare ogni materiale sulla tela: una foglia, un tappo di plastica, persino una corda della tapparella. Anche gli oggetti più comuni possono diventare strumenti capaci di creare texture grezze, vissute e imprevedibili. Spesso scelgo i materiali perché una forma mi colpisce, lasciando spazio alla curiosità e alla sperimentazione. Mi piace che le stratificazioni restino visibili: alcune evidenti, altre appena percettibili, come memoria del processo. Anche il colore non deve essere realistico: può nascere da ciò che sento. L’emozione cresce insieme al quadro: si parte dall’incertezza, ci si lascia guidare dall’istinto e si arriva a un momento in cui l’opera “riesce”. Forse è proprio questo il dialogo tra tecnica ed emozione.

Il mondo animale è centrale nella tua ricerca: cosa ti affascina di più nel rappresentarlo?
Mi affascina la loro presenza. Non mi interessa soltanto riprodurre un animale, ma catturare qualcosa della sua identità: uno sguardo, una postura, una forza o una fragilità. Gli animali mi permettono di lavorare sul confine tra figurazione e interpretazione.

In che modo riesci a mantenere un equilibrio tra riconoscibilità del soggetto e libertà interpretativa?
Non stabilisco in anticipo cosa sarà riconoscibile e cosa no: è un equilibrio che nasce durante il lavoro. Il muso è l’elemento che per me deve rimanere, perché è lì che riconosco la presenza dell’animale. Tutto il resto può trasformarsi, fondersi con la materia o assumere colori innaturali. Mi piace lasciare che l’opera suggerisca la direzione.

Quanto ha inciso l’esperienza vissuta in Kenya nella costruzione del tuo immaginario artistico?
Il Kenya ha inciso profondamente nel mio immaginario, più di quanto avessi compreso per anni. Ho vissuto lì una parte importante della mia infanzia e ho visto animali che per molti restano solo immagini. Ma non sono solo i ricordi visivi: quell’esperienza ha influenzato il mio modo di guardare il mondo e le persone. Mi ha insegnato a non fermarmi alla superficie. Gli animali che dipingo sono anche un omaggio a quella parte della mia vita.

Come scegli materiali e tecniche per ogni opera e quanto spazio lasci alla sperimentazione?
Quando inizio un’opera, so solo quale soggetto voglio dipingere. Non parto da un’immagine definita né stabilisco prima materiali o tecniche. Costruisco la superficie e lascio che sia la tela a suggerirmi il passo successivo.

C’è un’opera che rappresenta meglio di altre questa tua fase di rinascita artistica? Perché?
Sicuramente il rinoceronte. Mi affascina la sua fisicità, ma non voglio fermarmi alla forma: cerco il suo punto di vista, la sua percezione. È un animale trasformato attraverso colore, materia e prospettiva. Mi rappresenta perché, come lui, anche io sono cambiata: non sono più quella di prima, e il mio modo di vedere e dipingere si è trasformato.

Quali direzioni senti di voler esplorare in futuro nella tua ricerca pittorica?
Non sento di avere una direzione precisa, ed è proprio questo l’aspetto più stimolante. Continuerò a sperimentare materiali e tecniche. Mi incuriosisce tornare a esplorare un immaginario più oscuro, legato al gotico e all’horror, ma allo stesso tempo sto cercando un modo per rappresentare le sensazioni senza passare necessariamente dalla figura animale. È una ricerca aperta.

Descriviti in tre parole
Paziente, empatica, alla ricerca.

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