Leonardo

Nel raccontarsi parte da un’ammissione disarmante: non sa ancora descriversi davvero. Preferisce piuttosto tornare all’inizio, a quel momento preciso in cui qualcosa si è incrinato e, allo stesso tempo, ha…

BIOGRAFIA

#Leonardo

Nel raccontarsi parte da un’ammissione disarmante: non sa ancora descriversi davvero. Preferisce piuttosto tornare all’inizio, a quel momento preciso in cui qualcosa si è incrinato e, allo stesso tempo, ha preso forma. La sua storia nasce da una presa di coscienza difficile, maturata quando ha capito che molti dei sogni in cui aveva creduto non si sarebbero mai realizzati. Le aspettative si erano trasformate in delusioni e, guardandosi indietro, aveva avuto la sensazione di aver compiuto una lunga serie di scelte sbagliate. Viveva come sospeso tra due dimensioni inconciliabili: la realtà e la fantasia. E proprio la realtà, con il suo peso e le sue richieste, aveva iniziato a spaventarlo da ogni punto di vista.

Aveva intrapreso un percorso di studi con l’idea di poter fare qualcosa di utile e bello per gli altri, convinto che questo lo avrebbe appagato. Ma l’ingresso nel mondo del lavoro aveva rivelato un volto completamente diverso da quello immaginato. Non si riconosceva nel contesto sociale in cui viveva e, ancora più profondamente, non si riconosceva nella persona che gli altri dicevano che fosse. Si sentiva raccontato in modi che non gli appartenevano. A questo si aggiungevano difficoltà relazionali che lo facevano sentire sempre più distante, sempre più estraneo. Non accettava quella condizione, ma non sapeva nemmeno come affrontarla. Così, sopraffatto, aveva scelto la strada più immediata: smettere di pensarci.

In quel periodo aveva appena letto la teoria di Alan Turing sul gioco delle imitazioni. Turing sosteneva che per capire se si sta parlando con una persona o con una macchina basti continuare a porre la stessa domanda: la macchina darà sempre la stessa risposta, mentre un essere umano no. Era spesso descritto come una persona apatica, priva di sentimenti, quasi simile a una macchina. Quelle parole lo avevano colpito. Così aveva iniziato a porsi delle domande, come faceva da bambino. Voleva capire con chi stesse parlando davvero, quale fosse la verità. Era anche un modo per distrarsi, per non affrontare direttamente i problemi che lo tormentavano.

Un giorno, tornando a casa dal supermercato, accadde qualcosa che segnò una svolta. Appena chiusa la porta, si chiese: “Perché sono qui?”. Si guardò intorno e vide una casa vuota e silenziosa, una scena che gli restituiva l’immagine della sua vita. Le buste gli caddero di mano e lui si rannicchiò a terra, con la sensazione fisica che qualcuno lo stesse prendendo a calci nello stomaco. Il dolore era reale, intenso. Esausto, andò in bagno a sciacquarsi il viso, ma quando alzò lo sguardo verso lo specchio non riuscì a sostenere la propria immagine. Non vide se stesso, ma una massa informe. Cominciò a urlarle contro parole dure, così oscure che, ripensandoci, gli sembrano ancora oggi difficili da pronunciare. Finì per sputare contro lo specchio. Quel gesto lo calmò, lo riportò a una dimensione concreta, quasi banale: doveva pulire.

Si mise a letto e fece un sogno vivido. Si trovava in una stanza completamente buia e davanti a lui c’era un uomo incatenato. Iniziarono a parlare. Senza sapere perché, gli raccontò tutto: le scelte fatte, le difficoltà, il modo in cui gli altri lo vedevano, la confusione su chi fosse davvero. Alla fine gli chiese come si chiamasse. L’uomo gli rispose che poteva chiamarlo come voleva. In quel periodo era affascinato da Leonardo da Vinci, così decise di dargli quel nome.

Quando si svegliò, non era più a letto. Si ritrovò in cucina, davanti al tavolo, con libri, quaderni e fogli pieni di scarabocchi sparsi ovunque. La sensazione era simile a quando ci si ritrova davanti al frigorifero aperto senza ricordare come ci si sia arrivati. Aveva la testa piena di pensieri, ricordi che gli provocavano un forte mal di testa e un peso costante allo stomaco. Sentiva il bisogno di esternare tutto, di trovare un modo per andare avanti. Provò a scrivere, ma non riusciva a mettere insieme nemmeno una parola. La musica, in quel momento, non lo aiutava. Così iniziò a disegnare.

Fece quattro o cinque disegni e cominciò a sentirsi meglio. Non del tutto, ma abbastanza da capire che quella poteva essere una strada. Quei disegni lo portarono a riflettere sulla sua vita e su come la stesse vivendo. Aveva la sensazione di non lasciare nulla negli altri, di non lasciare traccia nel mondo. Al massimo, pensava, creava disagio. Gli tornò in mente una frase letta tempo prima: se entri silenziosamente in una stanza piena di persone, nessuno si accorgerà di te; se entri urlando, tutti si gireranno. Quella frase gli rimase addosso.

Rivalutò molte delle sue scelte e decise di iniziare a lasciare quei disegni in giro. Se avevano suscitato riflessioni e conforto in lui, forse potevano fare lo stesso con qualcun altro. Non tutti reagiscono allo stesso modo, lo sa bene. Non tutti condividono il suo modo di fare, e qualcuno lo guarda con diffidenza. Ma per lui è proprio questa varietà a rendere il mondo interessante.

Oggi, quando gli si chiede chi sia davvero, risponde che non lo sa. Se glielo si chiedesse ogni giorno, darebbe ogni volta una risposta diversa. I motivi che lo spingono a disegnare sono tanti, e cambiano continuamente. Gli piace quando chi osserva i suoi lavori costruisce un pensiero personale. Non gli piace, invece, quando le sue immagini vengono strumentalizzate per alimentare odio o quando qualcuno gli attribuisce parole che non ha mai detto.

Disegna quando ne sente il bisogno o quando non riesce a dormire. Ci sono notti in cui esce e si mette a lavorare, e poi finisce per sedersi su un muretto, a osservare le persone. Altre anime, le chiama. C’è chi porta fuori il cane, magari ancora in pigiama o già vestito per andare a lavorare. C’è chi corre, chi cammina assorto nei propri pensieri. Ci sono coppie che passeggiano lungo il mare, stringendosi la mano o abbracciandosi come se volessero trattenere quel momento. E poi c’è lui, che non sa bene perché si trovi lì, ma sa che guardarli lo fa sentire meglio.

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