Nata a Taormina, in Sicilia, intraprende fin da giovanissima lo studio della musica, dedicandosi al pianoforte, al contrabbasso e al mandolino presso il Conservatorio di Messina e Taormina. Entra a far parte della storica Orchestra a Plettro Città di Taormina, avviando un percorso artistico che la porta a esibirsi in tutta Europa, collaborando con diversi gruppi e orchestre a plettro in città come Parigi e Londra.
Attualmente vive a Barcellona, dove partecipa attivamente a numerosi ensemble musicali. La sua ricerca artistica è orientata alla valorizzazione della musica italiana e alla diffusione della versatilità del mandolino, attraverso un repertorio che spazia dalla lirica alle canzoni classiche napoletane fino alla musica popolare del Sud Italia, collaborando anche con tenori di fama internazionale.
È mandolinista solista della cantautrice calabrese Maria Teresa Lonetti, con cui porta in scena un repertorio interamente in dialetto calabrese e siciliano. La tutela e la trasmissione di questo patrimonio musicale e linguistico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale, rappresentano per lei una fonte profonda di ispirazione e motivazione.
Parallelamente, prende parte a diversi progetti musicali, tra cui Maracuyà, Passione, Roda de Choro de Barcelona, Duo Trinacria ed Ensamble Amoria, esperienze che le consentono di esplorare una grande varietà di linguaggi sonori e sviluppare una spiccata capacità di adattamento a differenti stili musicali. Ha inoltre collaborato con l’Orchestra del Gran Teatre del Liceu di Barcellona, partecipando alle produzioni di “Romeo e Giulietta” di Prokof’ev e “Otello” di Giuseppe Verdi sotto la direzione del Maestro Gustavo Dudamel, insieme all’orchestra sinfonica del Liceu.
Cos’è per te la musica?
È fedele compagna di vita e di viaggi. È passatempo, scoperta, sfida e, soprattutto, un modo per esprimermi e condividere emozioni.
Come è nato il tuo legame con il mandolino e cosa ti ha fatto scegliere questo strumento tra gli altri che hai studiato?
Nella mia città d’origine, Taormina, suonare il mandolino è una vera tradizione. Mio padre suonava già nella centenaria orchestra a plettro di Taormina e, nel tempo, la musica è diventata una passione di famiglia: oggi suoniamo tutti, mamma, papà, mio fratello, mia cognata, mio cugino e io. Il mandolino, quindi, fa parte della mia storia e della mia famiglia da sempre.
In che modo le tue radici siciliane influenzano il tuo modo di interpretare e vivere la musica?
Con il mandolino è inevitabile far emergere le mie radici siciliane e, più in generale, quelle del Sud Italia, in ogni concerto. Questo strumento è, in qualche modo, uno dei simboli dell’Italia meridionale. Per me è un grande onore poter diffondere la musica folk, le tradizioni e i diversi dialetti/lingue del Sud, facendo conoscere una parte della nostra cultura anche fuori dall’Italia.
Trasferirti a Barcellona ha cambiato il tuo approccio artistico? Se sì, in che modo?
Sì, in parte. Vivere a Barcellona ha ampliato molto il mio repertorio e le mie conoscenze musicali. È una città molto attiva dal punto di vista artistico, dove si incontrano e si intrecciano culture diverse. La musica brasiliana, e in particolare il choro, ha senza dubbio conquistato uno spazio importante nella mia vita. Adoro questo stile e, soprattutto, il modo in cui i brasiliani vivono gli incontri musicali, le cosiddette “rodas”. Ho anche scoperto che il mandolino, nella sua versione brasiliana, il bandolim, è da sempre uno degli strumenti principali e fondamentali del choro. È stata una scoperta che ha aperto una nuova porta nel mio percorso musicale.
Il tuo repertorio spazia dalla lirica alla musica popolare: come riesci a mantenere una coerenza espressiva tra generi così diversi?
Immagino grazie all’esperienza e alla tecnica. Suono il mandolino da quando avevo sette anni e, fin da piccola, ho avuto la possibilità di assistere a molti concerti e di ascoltare musica di generi molto diversi. Credo che tutte queste esperienze abbiano contribuito a formare il mio modo di suonare e di interpretare la musica.
Cosa significa per te portare in scena e valorizzare la musica tradizionale del Sud Italia in contesti internazionali?
È un’emozione grandissima. A volte, mentre suono, devo trattenere le lacrime. Vedere poi come un pubblico internazionale apprezza e valorizza questo mio lavoro non ha prezzo. Mia nonna era una grande suonatrice di tamburello siciliano e tutte le tarantelle che suono mi riportano a quei momenti in cui viaggiavo e suonavo accanto a lei. È come se, attraverso la musica, potessi rivivere quei ricordi. Ho anche scoperto che, quando suono le tarantelle, il mio corpo non riesce a stare fermo. A un certo punto lascio il mandolino e inizio a ballare. Il pubblico sembra apprezzare molto la possibilità di scoprire anche il ballo tradizionale e, generalmente, mi accompagna battendo le mani a ritmo folk. È un momento di condivisione che mi emoziona particolarmente.
La collaborazione con Maria Teresa Lonetti sembra molto significativa: cosa ti lega artisticamente a questo progetto e cosa ti dà sul piano umano?
Per me è una collaborazione molto importante, perché il suo repertorio è principalmente in lingua calabrese. I suoi testi, i ritmi, le musiche, le leggende, gli aneddoti familiari, le storie di vita quotidiana e gli effetti sonori trasformano i suoi concerti in veri e propri viaggi al centro della Calabria: una terra ricca di cultura, di storie e di tradizioni, ma ancora poco conosciuta. La sua pronuncia del calabrese è autentica e mi ricorda molto anche il mio siciliano, che non ho mai parlato perfettamente, ma che adoro ascoltare e decifrare. Da quando sono madre, è diventato ancora più importante per me poter trasmettere a mio figlio le lingue e la cultura delle mie origini. Grazie alle canzoni di Maria Teresa Lonetti, al mio mandolino e a mio padre, mio figlio può ricevere e conoscere una parte importante della sua cultura e delle sue radici del Sud Italia. Credo che, se non conosci il tuo passato, sia difficile capire davvero il tuo futuro. Mia madre è francese e mio padre italiano. La mia prima lingua è stata il francese. Mio figlio attualmente sta crescendo tra castigliano, catalano, italiano, francese e dialetti del Sud Italia, grazie anche alle canzoni che ascolta e ai concerti a cui assiste.
Quanto è importante per te la tutela delle lingue e delle tradizioni musicali riconosciute dall’UNESCO come patrimonio immateriale?
È importantissima. Purtroppo, molte lingue e molte tradizioni si stanno perdendo. Il fatto che non vengano studiate a scuola e che siano trasmesse soprattutto oralmente rende ancora più importante il lavoro della musica, della poesia e degli artisti che le mantengono vive. In Catalogna, per esempio, il catalano viene studiato a scuola fin da piccoli. Credo che la trasmissione delle lingue e delle tradizioni alle nuove generazioni sia fondamentale perché non vadano perdute.
Lavorare con orchestre e direttori di fama internazionale come Gustavo Dudamel che tipo di crescita ti ha portato?
Immensa. Sono state esperienze molto impegnative, sia a livello personale che professionale, ma anche di grande crescita. Poter suonare accanto a grandi musicisti, cantanti, ballerini e direttori, e far parte dello staff artistico di grandi teatri, è un’esperienza che ti insegna continuamente qualcosa di nuovo.
Partecipi a molti ensemble diversi: cosa cerchi ogni volta in una nuova collaborazione musicale?
Cerco soprattutto scoperta, sia musicale che personale. Non si finisce mai di imparare, di scoprire e di migliorare. Questo vale nella vita come nella musica.
Qual è la sfida più grande nel far conoscere la versatilità del mandolino al pubblico contemporaneo?
Far scoprire il mandolino non solo come uno strumento folk e popolare, ma anche come uno strumento virtuoso, espressivo e molto poliedrico, capace di adattarsi a generi e contesti musicali molto diversi.
C’è un momento sul palco, tra i tanti vissuti in Europa, che senti particolarmente rappresentativo del tuo percorso?
Per me sono importanti tutti, dal palco più sofisticato, come quello del Gran Teatre del Liceu, al palco più piccolo di una fiesta mayor o di un bar durante una roda de choro. Vivo la musica al 100%, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo. Sono molto critica con me stessa e cerco sempre di dare il meglio, che sia davanti a un grande pubblico o a poche persone.
In che direzione senti evolvere la tua ricerca artistica nei prossimi anni?
Per ora penso di continuare sulla stessa linea, senza troppi cambiamenti. La vita da artista e quella da madre non sono sempre facili da conciliare. Grazie a mio marito e a mio figlio, però, riesco a organizzarmi e a continuare a vivere la musica nel modo in cui la sto vivendo oggi. E, per il momento, è esattamente quello che desidero.
Descriviti in tre parole.
Camaleontica, sensibile, critica.