Kejsi Sulovari

nato a Elbasan nel 1999, manifesta fin dall’età di dieci anni una naturale inclinazione per l’arte e per lo studio della forma. Il suo percorso formativo prende avvio presso il…

BIOGRAFIA

#Kejsi Sulovari

nato a Elbasan nel 1999, manifesta fin dall’età di dieci anni una naturale inclinazione per l’arte e per lo studio della forma. Il suo percorso formativo prende avvio presso il Liceo Artistico Onufri, dove si specializza in scultura e sviluppa una solida sensibilità plastica e strutturale. In questi anni risulta determinante l’incontro con il professore Elis Hyshmeri, figura che l’artista riconosce come mentore fondamentale, con cui mantiene ancora oggi un rapporto di profonda stima e amicizia. Questo legame contribuisce a definire il suo approccio al disegno, concepito non solo come pratica grafica ma come vera e propria indagine volumetrica.

A diciannove anni si trasferisce in Italia per intraprendere gli studi in Design Industriale, esperienza che amplia la sua visione e gli consente di fondere la formazione artistica tradizionale con i linguaggi contemporanei della progettazione e del 3D, rafforzando precisione tecnica e consapevolezza progettuale.

La sua ricerca attuale si sviluppa nel dialogo costante tra disegno e scultura. Attraverso l’uso di carboncino, grafite e inchiostro, lavora per stratificazioni su grandi formati, indagando la materia e ridefinendo la percezione dello spazio attraverso il dettaglio e la monumentalità delle superfici.

È attualmente impegnato nella realizzazione della sua prima mostra personale in Italia, un progetto espositivo di ampia scala incentrato sui “14 Disegni Giganti”, una serie in cui il carboncino entra in relazione con le venature del legno, trasformando soggetti naturali in presenze intense, viscerali e fortemente evocative.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte nasce da qualcosa di concreto e vero. Il mio percorso è stato molto accademico: ho iniziato studiando la forma, la struttura, la materia. Solo dopo ho scoperto che, oltre alla tecnica e alle regole, esiste una dimensione più libera e concettuale, dove tutto può diventare possibile. Oggi penso che l’arte non abbia una definizione unica: ognuno la percepisce in modo diverso, e proprio in questa libertà sta la sua forza. Nel mio lavoro parto sempre dalla forma e dalla verità del soggetto; quando quella base è costruita con rigore, tutto il resto diventa quasi magia. L’arte, per me, è questo passaggio continuo tra realtà e immaginazione.

Quando hai capito per la prima volta che il disegno e la scultura sarebbero diventati il centro del tuo percorso artistico?

Il disegno è entrato nella mia vita prima della scultura: frequentavo corsi privati e inizialmente pensavo di dedicarmi alla pittura. La svolta è arrivata durante il concorso di ammissione al Liceo Artistico, tre giorni di prove su natura morta. In quei giorni diversi professori ci seguivano mentre disegnavamo, spiegandoci aspetti tecnici e accademici. Ma uno di loro, Elis Hyshmeri mi colpì in modo particolare: mi fece disegnare una semplice forma, 2 piramidi in esattezza, spiegandomi le ombre e il volume in un modo completamente diverso da quello che avevo visto fino ad allora. In quel momento capii, quasi d’istinto, che stavo guardando il disegno non più come superficie, ma come forma nello spazio. Gli chiesi quale fosse la sua disciplina e lui mi rispose: scultura. Da lì si è aperto un mondo. In seguito è diventato il mio professore e oggi lo considero ancora un mentore, mio amico. È stato il momento in cui ho capito che la scultura, insieme al disegno, sarebbe diventata il centro del mio percorso.

In che modo gli anni di formazione al liceo artistico hanno influenzato il tuo modo di osservare e costruire la forma?
Gli anni al liceo artistico hanno influenzato profondamente il mio modo di osservare e comprendere la forma, ma anche il mio modo di guardare la realtà in generale. La scultura mi ha insegnato a pensare in termini di volume, equilibrio e struttura, aiutandomi a sviluppare un approccio più concreto anche nella risoluzione dei problemi. Oggi, studiando Design Industriale, mi rendo conto di quanto quella formazione sia ancora fondamentale: grazie alla scultura riesco a percepire con naturalezza anche il mondo digitale e la progettazione tridimensionale, come quella dei prodotti e degli oggetti industriali. In questo senso, la mia formazione artistica continua a essere una base solida per tutto ciò che faccio.

Che ruolo ha avuto il tuo insegnante nel definire la tua visione artistica e il tuo approccio al lavoro?

Il mio insegnante ha avuto un ruolo fondamentale, perché il suo modo di insegnare non era mai superficiale o puramente tecnico. Cercava sempre di farci comprendere le cose in profondità, mostrando non solo ciò che era evidente, ma anche ciò che stava dietro al lavoro artistico, aiutandoci a sviluppare uno sguardo più consapevole. Nell’ultimo anno di liceo mi ha dato anche una grande responsabilità, coinvolgendomi in un progetto di sculture per un grande resort e lasciandomi molta autonomia. È stata la mia prima vera esperienza di lavoro e mi ha fatto capire cosa significhi confrontarsi con progetti reali, tempi e responsabilità concrete. La sua guida mi ha influenzato molto e continua ancora oggi a essere una fonte di ispirazione nel mio percorso.

Come si è trasformato il tuo linguaggio espressivo dopo il trasferimento in Italia e l’incontro con il design industriale?
All’inizio il mondo del design industriale mi sembrava molto distante dal mio modo di lavorare, quasi freddo e troppo legato alla funzione. Con il tempo però ho iniziato a trovare molte affinità con la mia formazione nella scultura e nel disegno, soprattutto nel modo di costruire le forme e pensare lo spazio. Quando ho riconosciuto questi punti di contatto, la mia parte espressiva ha iniziato a dialogare naturalmente con la progettazione. Oggi cerco di unire rigore tecnico e sensibilità artistica, e sento che questo incontro continua ancora a far evolvere il mio linguaggio.

Nel tuo lavoro, come dialogano disegno e scultura e dove senti che le due discipline si incontrano di più?

Nel mio percorso disegno e scultura non sono mai stati due linguaggi separati, ma discipline che convivono e si alimentano a vicenda. Per me un buon disegno contiene già un pensiero scultoreo, perché nasce dalla comprensione del volume e della struttura. Spesso utilizzo il disegno per studiare e costruire le forme in modo più diretto e immediato, mentre la scultura richiede tempi, spazi e processi tecnici più complessi. Proprio per questo il disegno diventa il luogo in cui posso sviluppare e chiarire ciò che poi potrebbe trasformarsi in scultura. Le due discipline si incontrano soprattutto nella ricerca del volume e nella costruzione della forma: cambia il mezzo, ma il modo di pensare rimane
lo stesso.

Cosa ti affascina delle grandi dimensioni e perché hai scelto di lavorare su formati monumentali?

Nel mio lavoro c’è sempre una tensione tra gesto istintivo e controllo della forma. Il segno può essere aggressivo, quasi caotico, ma allo stesso tempo rimane legato a una struttura molto rigorosa del soggetto. Quando lavoro su grandi dimensioni, questa energia diventa ancora più libera ed espressiva. Il formato monumentale cambia anche il rapporto con chi guarda: non è più solo lo spettatore a osservare l’opera, ma è quasi l’opera a imporsi nello spazio e a mettere lo spettatore davanti a sé. Mi interessa questo ribaltamento, dove il pubblico entra fisicamente dentro il lavoro e deve confrontarsi con l’immagine. Le grandi dimensioni quindi non sono solo una scelta estetica, ma un modo per rendere l’esperienza più diretta e intensa.

Come nasce l’idea dei “14 Disegni Giganti” e cosa rappresentano per te?

L’idea dei 14 Disegni Giganti nasce dall’osservazione di tutto ciò che ci circonda e che spesso ignoriamo perché lo consideriamo troppo piccolo o insignificante. Nella vita quotidiana molte presenze passano inosservate, proprio come
certi elementi naturali che fanno parte del nostro ambiente ma a cui non diamo valore. Ingrandendo questi soggetti fino a renderli monumentali, il rapporto si ribalta: diventano loro a osservare e quasi a giudicare noi. È un modo per ricordarci che nulla è davvero insignificante e che anche ciò che sembra piccolo o invisibile ha una sua importanza. Questo progetto è quindi un invito a guardare con più attenzione ciò che ci circonda e, allo stesso tempo, a non sottovalutare nemmeno noi stessi e la nostra presenza nel mondo.

In che modo il carboncino, la grafite e l’inchiostro ti permettono di esplorare la materia e lo spazio?

Non ho mai sentito una vera barriera tra i materiali che utilizzo: per me ogni strumento è semplicemente un mezzo per costruire la forma e lo spazio. Carboncino, grafite e inchiostro mi permettono di lavorare in modo molto diretto, quasi fisico, creando stratificazioni, profondità e contrasti che fanno emergere il volume sulla superficie. Di solito parto da ciò che ho davanti, dal materiale che ho in mano in quel momento, e lo lascio dialogare con l’immagine che sto costruendo. Quello che mi interessa davvero non è la tecnica in sé, ma la possibilità di trasformare una superficie piana in uno spazio vivo e tridimensionale.

Quanto conta per te il rapporto con il supporto, come il legno, e come interagisce con il soggetto rappresentato?

Il supporto per me non è mai neutro, ma parte integrante dell’opera. Ho scelto spesso il legno perché è un materiale vivo, con venature e imperfezioni che dialogano naturalmente con il disegno. Invece di coprirlo, cerco di farlo entrare nel lavoro: le texture e le tracce del materiale diventano parte dell’immagine e contribuiscono a costruire la presenza del soggetto. In questo modo il disegno non si appoggia semplicemente alla superficie, ma nasce insieme ad essa.

Cosa cerchi di trasmettere emotivamente attraverso queste presenze così intense e viscerali?

Non cerco la bellezza convenzionale, ma una tensione emotiva più autentica. Voglio che chi osserva percepisca una presenza viva, a volte inquietante, che susciti stupore, curiosità o persino fastidio. L’obiettivo è far emergere una reazione istintiva: un senso di rispetto o di timore verso ciò che sembra piccolo o insignificante, ma che, ingrandito e amplificato, diventa potente e impossibile da ignorare.

Qual è la sfida più grande che affronti quando lavori su opere di grande scala?

Assolutamente, la scala di per sé non è mai la difficoltà principale. La vera sfida è riuscire a trasmettere esattamente ciò che voglio comunicare con il soggetto. Ogni grande disegno mi porta a riflettere su come far emergere la presenza, la tensione e il carattere del soggetto in modo chiaro e potente, senza perdere l’intensità emotiva che cerco di creare.

Guardando al futuro, immagini una maggiore evoluzione verso la scultura o senti che il disegno resterà sempre il tuo linguaggio principale?

Sicuramente il disegno rimarrà sempre la mia base: è il linguaggio con cui costruisco e comprendo la forma. Ma credo che la scultura diventerà sempre più una “seconda arma”, un mezzo potente per esplorare lo spazio, il volume e le emozioni in modo più diretto e tridimensionale. Nel futuro vedo queste due discipline dialogare ancora di più, rafforzandosi a vicenda.

Descriviti in tre parole.

Volume – Intensità – Presenza.

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