è un’artista contemporanea italiana che vive e lavora in Toscana. La sua formazione inizia al Liceo Artistico di Lucca e prosegue con la laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Pisa. Per oltre trent’anni sviluppa il proprio percorso professionale nel mondo della moda come stilista, maturando una conoscenza profonda dei tessuti, delle superfici, delle costruzioni e dei dettagli, fino a instaurare con la materia un rapporto che diventerà fondamentale nella successiva ricerca artistica.
Nel 2020, durante la pandemia, il patrimonio di esperienze accumulato nella moda assume una nuova forma espressiva. Tessuti, pelle, bottoni, bijoux, accessori e frammenti provenienti anche dal suo archivio personale diventano gli elementi di partenza di un linguaggio artistico fondato sul recupero e sulla trasformazione. Materiali apparentemente destinati a essere dimenticati acquistano così una nuova identità e vengono ricomposti attraverso una sorta di mosaico materico contemporaneo.
Al centro della ricerca di Toncelli si trova soprattutto il volto femminile, indagato non come rappresentazione di una perfezione estetica, ma come spazio nel quale far emergere fragilità, contraddizioni, ferite, forza e capacità di rinascita. Ogni frammento utilizzato conserva la memoria della propria storia e, entrando in relazione con gli altri, contribuisce alla costruzione di una nuova narrazione. La materia diventa quindi memoria, mentre lo scarto viene trasformato in bellezza e la frammentazione diventa metafora dell’identità.
Il legame con il mondo della moda rimane riconoscibile all’interno delle sue opere, ma viene completamente reinterpretato. Toncelli non cerca infatti di nascondere la provenienza dei materiali: bottoni, cuciture, tessuti, perline e pezzi di pelle continuano a mostrare ciò che sono stati, portando con sé le tracce della loro precedente esistenza. È proprio attraverso l’accostamento di questi elementi che l’artista costruisce i suoi volti e dà una seconda vita alla materia.
Dal 2020 partecipa a esposizioni e progetti dedicati all’arte contemporanea, ottenendo diversi premi e riconoscimenti. Tra questi figurano il Visual Artist Award al Paris Art Expo e il Premio Pittura – Arte Contemporanea al Concorso Internazionale d’Arte “Leonardo da Vinci”, entrambi nel 2020; il Premio della Critica alla Biennale d’Europa Arte Contemporanea nel 2022 e, nel 2025, il Premio Arte Espositiva al Castello Isimbaldi.
Il suo lavoro è stato inoltre pubblicato in diversi volumi di Art Now e della Biennale d’Europa, mentre alcune sue opere fanno parte di collezioni private italiane. Ilaria Toncelli è anche autrice del libro “Non ci sono paure”, concepito come un’estensione narrativa della sua ricerca sui temi della memoria, della vulnerabilità e della trasformazione.
Il percorso di Ilaria Toncelli si sviluppa così nel dialogo tra materia, memoria e identità, trasformando ciò che ha già avuto una vita in qualcosa di nuovo. Una ricerca nella quale l’esperienza maturata nella moda incontra l’arte contemporanea e nella quale ogni frammento, proprio perché porta con sé una storia, può diventare parte di una nuova possibilità espressiva.
Cos’è per te l’arte e che cosa rappresenta oggi nel tuo percorso personale e professionale?
Per me l’arte è prima di tutto libertà. È la possibilità di esprimere ciò che spesso non riusciamo a raccontare attraverso le parole, di dare forma alle emozioni, alle esperienze e persino alle contraddizioni che ci appartengono. Non ho mai considerato l’arte semplicemente come qualcosa di esteticamente bello. Credo che un’opera debba avere qualcosa da raccontare, debba suscitare una domanda, un’emozione, magari anche un disagio. Oggi l’arte rappresenta la parte più autentica del mio percorso. Dopo tanti anni trascorsi in un settore in cui spesso tutto ruota intorno all’apparenza, alla perfezione e alle tendenze, ho sentito il bisogno di costruire qualcosa che andasse oltre la superficie. Attraverso le mie opere posso raccontare storie, dare voce a identità e trasformare materiali dimenticati in qualcosa che torna ad avere un significato.
Per me creare significa soprattutto questo: guardare le cose da una prospettiva diversa e dimostrare che il valore non coincide necessariamente con ciò che appare perfetto.
Dopo oltre trent’anni trascorsi nel mondo della moda, cosa ti ha spinto a trasformare la tua esperienza con tessuti e materiali in un nuovo linguaggio artistico?
Credo che il mio percorso artistico sia nato proprio dalle mie mani, prima ancora che dalla mia mente. Per oltre trent’anni ho lavorato nella moda, imparando a conoscere profondamente i tessuti, le loro caratteristiche, le lavorazioni e le infinite possibilità di trasformazione. Ho sempre avuto un rapporto particolare con la materia. Dove altri vedevano semplicemente un ritaglio di tessuto o un pezzo di pelle inutilizzato, io riuscivo a immaginare qualcosa di diverso. Con il tempo ho iniziato a osservare con maggiore attenzione la quantità di materiali che venivano scartati durante le lavorazioni. Materiali ancora bellissimi, spesso preziosi, che avevano perso la loro funzione originaria e per questo venivano considerati inutili. Mi sono chiesta perché qualcosa dovesse smettere di avere valore soltanto perché non serviva più allo scopo per cui era stato creato.
È stata questa domanda a spingermi verso una nuova sperimentazione. Non volevo semplicemente riciclare materiali, ma trasformarli in un linguaggio capace di raccontare qualcosa. In fondo, non ho abbandonato la moda: ho preso tutto ciò che mi aveva insegnato e gli ho dato una nuova forma espressiva.
Il 2020 rappresenta un momento importante nel tuo percorso. Come è avvenuto il passaggio dalla moda all’arte contemporanea?
Il 2020 è stato un anno di cambiamento per tutti, ma per me ha rappresentato anche un momento di profonda riflessione personale e creativa. Il mondo sembrava essersi fermato e, in quella sospensione, ho avuto l’opportunità di guardare con occhi diversi ciò che avevo costruito fino a quel momento. La creatività aveva sempre fatto parte della mia vita, ma sentivo il bisogno di esprimerla senza i vincoli imposti dal mercato, dalle collezioni e dalle esigenze produttive. Ho iniziato così a sperimentare, utilizzando materiali che conoscevo perfettamente, ma attraverso tecniche e composizioni completamente nuove. I primi lavori sono nati quasi istintivamente. Poi ho capito che quei frammenti, accostati tra loro, potevano diventare qualcosa di molto più significativo. Il passaggio all’arte contemporanea non è stato quindi una rottura con il passato, ma una naturale evoluzione. Nello stesso anno sono arrivati anche importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Leonardo da Vinci e il Premio Visual Artist a Parigi, che mi hanno incoraggiata a proseguire questa ricerca. Ma il riconoscimento più importante, per me, è stato comprendere che avevo finalmente trovato un linguaggio attraverso il quale esprimermi senza compromessi.
Nelle tue opere utilizzi tessuti, pelle, bottoni, bijoux e altri materiali recuperati. Come scegli i frammenti che entreranno a far parte di un nuovo lavoro?
Non esiste una regola precisa. A volte è il progetto a suggerirmi quali materiali utilizzare, altre volte è proprio un frammento a farmi immaginare una nuova opera. Quando osservo un materiale non vedo soltanto il suo colore o la sua consistenza, ma cerco di immaginare cosa potrebbe diventare. Un pezzo di pelle può trasformarsi in un’ombra del viso, un bottone può diventare un dettaglio dello sguardo, un frammento di tessuto può suggerire un’espressione. Mi piace sperimentare anche con materiali che apparentemente non hanno alcuna relazione con il mondo dell’arte, compresi oggetti provenienti dalla quotidianità o da settori produttivi molto diversi dalla moda. La scelta è quindi sia estetica sia istintiva, ma soprattutto narrativa. Ogni frammento deve trovare il proprio posto all’interno dell’opera, come accade con le parole quando si costruisce un racconto. E spesso sono proprio gli elementi più improbabili a suggerirmi le soluzioni più interessanti.
Il volto femminile è al centro della tua ricerca artistica. Perché hai scelto proprio il volto della donna per raccontare fragilità, forza, identità e rinascita?
Perché credo che il volto di una donna possa raccontare molto più di quanto siamo abituati a vedere. Viviamo in una società che continua a chiedere alle donne di essere tante cose contemporaneamente: forti, belle, indipendenti, madri, compagne, professioniste. Spesso dimenticando che dietro ogni ruolo esiste una persona, con le proprie fragilità, paure, contraddizioni e desideri. Attraverso il progetto I 1000 Volti delle Donne cerco di raccontare proprio questa complessità. Non mi interessa rappresentare una bellezza convenzionale o idealizzata. Mi interessa ciò che si nasconde dietro uno sguardo, dietro un’espressione, dietro un volto che porta con sé una storia. Ogni donna che raffiguro rappresenta un’identità, ma anche un insieme di esperienze nelle quali altre donne possono riconoscersi. Vorrei che chi osserva le mie opere non si fermasse alla superficie, ma si chiedesse chi sia quella donna, cosa abbia vissuto, cosa abbia perso e quale forza abbia trovato per andare avanti. E c’è un altro aspetto al quale tengo particolarmente: non voglio soltanto rappresentare i volti delle donne, voglio raccontare anche le loro storie. Perché ogni donna ha una storia che merita di essere ascoltata, anche quando nessuno le ha mai dato la possibilità di raccontarla.
Hai affermato che nelle tue opere “la materia non è soltanto tecnica. È memoria”. Quanto è importante il passato dei materiali nella costruzione del significato di un’opera?
È fondamentale, perché credo che ogni materiale conservi qualcosa della propria esistenza precedente. Un frammento di tessuto può essere appartenuto a un abito, un bottone può aver fatto parte di qualcosa che qualcuno ha indossato, un oggetto può aver accompagnato un momento della vita di una persona. Anche quando non conosciamo la storia precisa di quei materiali, sappiamo che hanno avuto una funzione, un’identità, un passato. Quando li recupero non voglio cancellare tutto questo. Al contrario, voglio che diventi parte integrante dell’opera. Mi affascina pensare che qualcosa che ha già vissuto possa contribuire alla nascita di una nuova storia. È un concetto che sento molto vicino anche alla mia esperienza personale.
Siamo tutti il risultato di ciò che abbiamo attraversato, delle persone che abbiamo incontrato, delle esperienze che ci hanno cambiato. Per questo dico che la materia è memoria. Perché ciò che siamo stati non scompare: si trasforma e continua a vivere in ciò che diventiamo.
Trasformare ciò che apparentemente è uno scarto in qualcosa di nuovo è uno degli elementi centrali del tuo lavoro. Quanto questo processo diventa anche una metafora della vita e delle persone?
È probabilmente l’aspetto più profondo della mia ricerca. Viviamo in una società che tende a sostituire continuamente ciò che non considera più utile, interessante o sufficientemente perfetto. Questo accade agli oggetti, ma troppo spesso anche alle persone. Ci sono momenti della vita in cui ci si può sentire messi da parte, non riconosciuti, quasi invisibili. Eppure il valore di una persona non dovrebbe mai dipendere dalla funzione che svolge, dall’età che ha o da quanto riesce a corrispondere alle aspettative degli altri. Quando recupero un materiale destinato a essere scartato e lo trasformo in un’opera, compio simbolicamente anche un gesto di restituzione. Gli restituisco attenzione, dignità e una nuova possibilità. Credo che nella vita accada qualcosa di simile. Le esperienze difficili, le delusioni e persino le fratture possono diventare parte di una nuova costruzione. Non significa cancellare ciò che è successo, ma imparare a trasformarlo. È questo il messaggio che vorrei trasmettere attraverso la mia arte: nulla è davvero uno scarto. Né la materia, né le persone, né le storie che hanno attraversato una vita.
Nelle tue opere non cerchi di nascondere l’origine dei materiali, ma lasci che rimanga riconoscibile. Perché è importante che ogni elemento continui a raccontare ciò che è stato?
Perché non voglio che la trasformazione diventi una cancellazione. Trovo molto più interessante mostrare come qualcosa possa cambiare identità senza perdere completamente le tracce della propria origine. Se utilizzo una cerniera, un bottone, un pezzo di pelle o un frammento di tessuto, mi piace che l’osservatore possa riconoscerlo. Spesso chi guarda un mio lavoro inizialmente vede un volto, un’espressione, un’immagine d’insieme. Poi, avvicinandosi, scopre che quel volto è composto da materiali che conosce, che magari utilizza ogni giorno e ai quali non avrebbe mai attribuito un valore artistico. È proprio in quel momento che avviene qualcosa di interessante: cambia il modo di guardare. Mi piace provocare questa piccola sorpresa, perché credo che l’arte debba anche insegnarci a osservare ciò che abbiamo davanti senza fermarci alle apparenze.
La riconoscibilità dei materiali diventa quindi parte del messaggio dell’opera. Non dobbiamo necessariamente nascondere ciò che siamo stati per diventare qualcosa di nuovo.
Il tuo percorso ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti ed è arrivato anche in collezioni private. Quanto hanno influito queste esperienze sulla tua crescita e sulla consapevolezza del tuo linguaggio artistico?
I riconoscimenti hanno sicuramente avuto un ruolo importante, soprattutto perché il mio percorso nell’arte contemporanea è nato da una ricerca molto personale e inizialmente lontana dai linguaggi artistici più tradizionali. Ricevere premi e vedere il mio lavoro apprezzato in contesti diversi mi ha dato la conferma che ciò che stavo cercando di comunicare riusciva ad arrivare anche agli altri. Tra le esperienze che ricordo con particolare soddisfazione ci sono il Premio Leonardo da Vinci, il riconoscimento ricevuto a Parigi nel 2020 e il Premio della Critica alla Biennale d’Europa Art Now nel 2022. Anche sapere che alcune mie opere sono entrate a far parte di collezioni private rappresenta per me una grande soddisfazione. Significa che qualcuno ha scelto di portare nella propria vita non soltanto un’immagine, ma anche il significato che quell’opera racchiude. Naturalmente i premi fanno piacere, ma non credo debbano diventare il fine della ricerca artistica. Quello che conta davvero è continuare a sperimentare, mettersi in discussione e mantenere la propria identità. Con il tempo ho imparato che non devo necessariamente cercare di assomigliare a qualcosa che esiste già. La mia diversità, che per anni ho considerato semplicemente un modo personale di vedere le cose, è diventata la mia firma artistica.
Se dovessi immaginare il prossimo capitolo della tua ricerca, quali nuove forme, materiali o temi vorresti esplorare?
Vorrei continuare a spingermi oltre i confini dei materiali tradizionalmente utilizzati nell’arte. Negli ultimi tempi sto sperimentando anche con elementi provenienti da settori molto diversi dalla moda, compreso quello farmaceutico, perché mi interessa esplorare il rapporto tra materia, corpo, fragilità e trasformazione. Credo che ci siano infinite possibilità ancora da scoprire. Mi piacerebbe inoltre sviluppare progetti nei quali l’opera non sia soltanto qualcosa da osservare, ma diventi il punto di partenza per raccontare storie reali. Penso soprattutto alle donne che rappresento. Vorrei approfondire sempre di più il legame tra il ritratto e la storia della persona, dando spazio alle sue esperienze, alle sue difficoltà e alla sua capacità di reinventarsi. La scrittura, che oggi fa parte del mio percorso creativo anche attraverso il mio libro Non ci sono paure, potrebbe diventare uno strumento importante per sviluppare questo dialogo tra immagine e racconto. Mi interessano anche le collaborazioni con realtà produttive e aziende che vogliano ripensare il concetto di scarto, dimostrando come materiali apparentemente inutilizzabili possano trasformarsi in strumenti di comunicazione culturale e artistica. Non so ancora esattamente quale forma prenderanno tutti questi progetti, e forse è proprio questo l’aspetto che mi entusiasma di più.
Non voglio che la mia ricerca diventi qualcosa di prevedibile. Finché continuerò a guardare un oggetto e a immaginare qualcosa che ancora non esiste, saprò di avere ancora molto da raccontare.
Descriviti in tre parole.
Curiosa, determinata, anticonformista. Curiosa, perché non ho mai smesso di farmi domande e di cercare nuove possibilità anche nelle cose più semplici. Determinata, perché quando credo veramente in qualcosa difficilmente rinuncio, anche quando il percorso si rivela più complicato del previsto. Anticonformista, perché non mi è mai piaciuto seguire una strada soltanto perché è quella che tutti considerano giusta.