Ilaria Monfardini

nasce a Firenze e si laurea in lettere classiche ad indirizzo archeologico, specializzandosi successivamente in Egittologia a Torino. Contemporaneamente all’università consegue un diploma triennale presso la prestigiosa accademia di arte…

BIOGRAFIA

#Ilaria Monfardini

nasce a Firenze e si laurea in lettere classiche ad indirizzo archeologico, specializzandosi successivamente in Egittologia a Torino. Contemporaneamente all’università consegue un diploma triennale presso la prestigiosa accademia di arte drammatica di Firenze Max Ballet Academy, sotto la guida del regista Massimo Stinco. Dopo una lunga carriera nel teatro, in cui spazia dal teatro russo al vernacolo fiorentino fino alla commedia e al thriller, decide di dedicarsi anche al cinema, e nel 2013 frequenta a Torino un corso di recitazione cinematografica tenuto dal regista Fabio Padovan, che si conclude con la realizzazione del mediometraggio Inkognito – L’uomo senza casa. Ma il suo vero e proprio debutto nel cinema avverrà nel 2021 con il regista Pupi Oggiano, che la inserirà nel cast del quarto film della sua esalogia, …e tutto il buio che c’è intorno. Con Oggiano realizzerà poi altri due film, Svanirà per sempre del 2022 e Contro un iceberg di polistirolo del 2023. Da quel momento comincerà una vera e propria ascesa nel mondo del cinema indipendente di genere, collaborando con registi quali Riccardo Ceppari, Luigi Scarpa, Andrea Bacci, Paola Settimini, Guerrilla Metropolitana, Max Nascente, Dario Germani, Alex Lucchesi, Paolo Del Fiol, Davide Pesca, Francesco Tassara, Leonardo Barone, Emanuela Messina, Michele Kossler, Alex Visani, Dario Almerighi, Lorenzo Lepori, Andrea Maccarri, Luca Pincini, Davide Cancila, Gianni Carbotti, Angelo Cannella, Giuseppe Puntorotto e Ivan Brusa. Ma la sua passione per l’horror non si limita alla recitazione:, da anni è amministratrice del gruppo Facebook FILM HORROR… CHE PASSIONE con oltre 30.000 iscritti, dal 2020 conduce su Radio Saigon una rubrica di cinema di genere e dal 2021 collaboracon le testate di cinema Malastrana Vhs e Mondospettacolo.

Cos’è per te l’arte?

L’arte per me è un modo di dialogare con il tempo. Tiene insieme il presente e ciò che lo precede, ma anche ciò che potrebbe venire dopo. Come l’archeologia o il teatro, è un gesto fragile ed insieme resistente: qualcosa che accade ora e lascia tracce per sempre, anche invisibili.

Come convivono nella tua formazione l’archeologia e l’egittologia con il lavoro dell’attrice, e in che modo questi studi influenzano il tuo approccio ai personaggi?

Archeologia ed egittologia convivono con il mio lavoro di attrice in modo molto naturale, perché entrambe mi hanno insegnato a guardare l’essere umano attraverso le tracce. Lo studio del passato allena all’ascolto di ciò che non è immediatamente visibile: frammenti, silenzi, assenze, stratificazioni. Quando lavoro su un personaggio, mi avvicino a lui nello stesso modo: come a un reperto incompleto, fatto di ciò che mostra e di ciò che manca. Non cerco mai una spiegazione totale o psicologica, ma una coerenza interna che emerga per strati — nel corpo, nella voce, nel ritmo. Questo approccio mi permette di rispettare l’opacità del personaggio, di non esaurirlo in una lettura unica, lasciando che resti vivo, contraddittorio e aperto.

Dopo tanti anni di teatro, cosa ti ha spinto davvero a cercare il linguaggio del cinema e quali differenze senti più forti tra palcoscenico e macchina da presa?

Dopo molti anni di teatro, il cinema è arrivato per me come una necessità più che come un obiettivo. Sentivo il bisogno di un linguaggio capace di lavorare sul dettaglio, sulla sottrazione, su ciò che accade anche quando non viene dichiarato. La macchina da presa permette un’intimità diversa: registra le micro-variazioni, i pensieri che attraversano il volto prima ancora di diventare gesto. La differenza più forte che avverto tra palcoscenico e cinema è proprio il rapporto con lo sguardo. A teatro il corpo deve espandersi, occupare lo spazio e raggiungere lo spettatore; nel cinema, invece, il lavoro è spesso verso l’interno, richiede una precisione quasi invisibile. In entrambi i casi si tratta di verità, ma cambiano la scala, il tempo e il grado di esposizione. Il mio percorso nasce dal desiderio di attraversare entrambe queste dimensioni senza gerarchie, lasciando che si nutrano a vicenda.

Il tuo debutto cinematografico con Pupi Oggiano ha segnato una svolta importante: cosa ti ha lasciato quella collaborazione, artisticamente e umanamente?

Lavorare con Pupi Oggiano è stato uno dei percorsi più intensi e formativi della mia carriera cinematografica: ho preso parte a quattro suoi film, iniziando con …e tutto il buio che c’è intorno (2022) e poi proseguendo in Svanirà per Sempre (2023) e Contro un Iceberg di Polistirolo (2024), fino ad arrivare all’ultimo progetto, Il Grande No, in cui interpreto una dei tre protagonisti e che è attualmente in post-produzione in vista dell’uscita prevista nel 2026. Questa collaborazione mi ha lasciato moltissimo, sia artisticamente che umanamente. Artisticamente, è stato un continuo esercizio di fiducia nel linguaggio del cinema di genere: Pupi ha una visione rigorosa e insieme giocosa delle regole del thriller e dell’horror, e questo mi ha insegnato ad ascoltare e amplificare ciò che il personaggio richiede, anche quando assume tensioni estreme o contrastanti. Umanamente, ritornare sul set con lui più volte ha significato costruire un clima di lavoro fondato su rispetto, curiosità e libertà creativa, una sorta di dialogo continuo in cui ogni scena diventa occasione di scoperta. Ne Il Grande No questa fiducia si è trasformata in responsabilità: interpretare uno dei ruoli principali mi ha spinto ad approfondire ancora di più l’aspetto emotivo e psicologico del personaggio, restituendo uno spazio narrativo complesso e multilivello. Quello con Pupi è stato un percorso di lavoro intenso e stimolante, ma nel tempo quel set è diventato anche un luogo di amicizia autentica: collaborare fianco a fianco ci ha insegnato a fidarci l’uno dell’altra, ed oggi il legame professionale è cresciuto fino a diventare una solida amicizia.

Il cinema di genere, in particolare l’horror, è diventato un terreno centrale del tuo percorso: cosa ti affascina di più di questo universo narrativo?

Quello che mi affascina del cinema di genere, e in particolare dell’horror, è la sua capacità di esplorare limiti ed estremi dell’esperienza umana, senza mediazioni. L’horror lavora sull’istinto, sul corpo, sulle emozioni primarie, ma lo fa sempre attraverso un linguaggio codificato e simbolico: è un genere che richiede precisione e al tempo stesso permette libertà creativa. Mi interessa soprattutto la tensione tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto, tra paura reale e stilizzazione: in questo spazio il personaggio si rivela in modo spesso inaspettato, e il cinema diventa uno strumento potente per raccontare non solo il terrore, ma anche desideri, fragilità e contraddizioni dell’essere umano.

Nei film indipendenti spesso si lavora con grande libertà ma anche con molti limiti: come vivi questo equilibrio tra vincoli produttivi e creatività?

Nei film indipendenti c’è una tensione costante tra vincoli e libertà, e proprio questa tensione è spesso ciò che rende il lavoro stimolante. I limiti produttivi costringono a scelte creative più precise, a inventare soluzioni inaspettate, e a dare valore a ogni dettaglio. Allo stesso tempo, la libertà che l’indipendenza permette — di sperimentare linguaggi, tempi e intensità emotive — trasforma ogni difficoltà in occasione di scoperta. Per me, lavorare in questo equilibrio significa imparare a fidarmi del processo creativo, accogliere l’imprevisto e far sì che i vincoli diventino strumenti, non ostacoli, per dare vita a un cinema personale e vivo. Nei film indipendenti, e soprattutto nei progetti di Pupi Oggiano, ho imparato che vincoli produttivi e libertà creativa non sono opposti, ma alleati. I limiti costringono a scelte precise e inventiva continua, mentre la libertà del set indipendente permette di sperimentare linguaggi, intensità emotive e dettagli che altrimenti non avrebbero spazio. In questo equilibrio, ogni imprevisto diventa occasione di scoperta e ogni scelta – dal gesto più piccolo all’interpretazione più complessa – contribuisce a dare vita a personaggi vivi e coerenti. È un modo di lavorare che ha formato profondamente il mio percorso attoriale, insegnandomi a fidarmi del processo creativo e ad abbracciare l’inaspettato.

Hai collaborato con un numero impressionante di registi diversi: cosa cerchi in un set per sentirti davvero stimolata come attrice?

In un set cerco soprattutto uno spazio di fiducia e ascolto, dove il lavoro di squadra diventa vero dialogo creativo. Per me, collaborare con registi diversi è sempre un’occasione di scoperta: cerco registi che sappiano stimolare la mia curiosità, che rispettino il personaggio e la sua evoluzione, ma che non abbiano paura di mettermi di fronte a rischi e sfide. Lo stimolo nasce dall’incontro tra la mia preparazione e la loro visione, dalla libertà di provare e dal coraggio di affidarsi all’imprevisto. Quando questi elementi ci sono, anche un set con vincoli produttivi si trasforma in un laboratorio vivo, dove ogni scena può diventare un’esperienza intensa e irripetibile.

Il tuo lavoro di divulgazione, dalla radio ai social fino alla critica cinematografica, come dialoga con la tua esperienza davanti alla camera?

Il mio lavoro di divulgazione — dalla radio (Radio Saigon) ai social (gruppo FILM HORROR… CHE PASSIONE su Facebook), fino alla critica cinematografica (Mondospettacolo) — è strettamente connesso a ciò che faccio davanti alla camera. Parlare di cinema, analizzare storie e personaggi, spiegare linguaggi diversi mi ha insegnato a osservare con precisione, a cogliere dettagli invisibili e a leggere ciò che non è detto. Tutto questo arricchisce il mio approccio attoriale: mi permette di costruire personaggi più sfaccettati, di capire la dimensione simbolica di ogni scena e di portare consapevolezza senza mai perdere spontaneità. In fondo, sia la critica sia la recitazione sono forme di ascolto e di attenzione al mondo e alle storie che ci attraversano.

Amministrare una grande community dedicata all’horror ti ha cambiato lo sguardo sul pubblico e sulle sue aspettative?

Gestire la grande community di FILM HORROR… CHE PASSIONE, di oltre 30.000 membri, ha sicuramente ampliato il mio sguardo sul pubblico e sulle sue aspettative. Mi ha insegnato a distinguere tra ciò che attrae perché immediato e ciò che resiste nel tempo, tra reazioni istintive e riflessioni più profonde. Questa esperienza ha influenzato il mio lavoro davanti alla camera: mi ha aiutato a capire come certi dettagli, scelte narrative o intensità emotive possano essere percepiti, accolti o fraintesi, senza però limitare la libertà creativa. In un certo senso, gestire la community è diventato un laboratorio di empatia e di attenzione al modo in cui le storie vivono fuori dal set.

C’è un ruolo o un tipo di personaggio che senti di non aver ancora esplorato e che rappresenterebbe una nuova sfida per te?

Ci sono sicuramente ruoli che sento ancora lontani dal mio percorso, in particolare personaggi che si muovono in zone di estrema ambiguità morale o emotiva, figure che sfidano le certezze dello spettatore e richiedono un equilibrio molto sottile tra controllo e abbandono. Sarebbe per me una nuova sfida esplorare personaggi così complessi, perché richiedono di spingere ulteriormente il lavoro sul corpo, sulla voce e sulle sfumature interiori, senza perdere autenticità. È proprio il desiderio di confrontarmi con queste zone inesplorate che continua a spingermi a cercare progetti nuovi e stimolanti.

Guardando il tuo percorso finora, ti senti più attrice che attraversa i generi o artista che li usa per raccontare se stessa?

Guardando il mio percorso, credo di essere entrambe le cose, ma sempre con uno sguardo molto personale: sono un’attrice che attraversa generi diversi — dal teatro al cinema di genere, dall’horror al cinema indipendente — ma uso ogni esperienza per raccontare me stessa, le mie domande e le mie curiosità. Ogni personaggio, ogni progetto diventa uno strumento per esplorare temi, emozioni e contraddizioni che mi appartengono, senza mai fermarmi a un’etichetta. In questo senso, il genere non è mai fine a se stesso: è un linguaggio attraverso cui costruisco uno spazio di espressione autentica e multidimensionale.

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