nato nel 1983, è un artista che ha trovato nel disegno uno strumento privilegiato per conoscere il mondo e indagare se stesso. La sua ricerca si sviluppa principalmente attraverso l’utilizzo del carboncino e della grafite, materiali essenziali con i quali cerca di far emergere presenze, forme e relazioni, andando progressivamente oltre la semplice rappresentazione del reale.
Il suo interesse per l’iperrealismo si è infatti evoluto verso un’indagine più profonda dell’immagine e dei meccanismi che ne determinano la percezione. La somiglianza non rappresenta più l’unico obiettivo del suo lavoro: Geronimo concentra la propria attenzione sul comportamento della luce sulle superfici, sulle trasformazioni delle ombre e sulle relazioni che si instaurano tra gli oggetti, cercando di comprendere ciò che rende possibile la costruzione stessa di un’immagine.
Un ruolo importante nella sua formazione è ricoperto dal percorso di studio con Emanuele Dascanio, attraverso il quale sta approfondendo il valore dell’osservazione e del disegno dal vero. Un esercizio che lo pone costantemente di fronte alla distanza tra ciò che crede di conoscere e ciò che realmente osserva, richiedendo pazienza, capacità di analisi e disponibilità a mettere in discussione il lavoro svolto. Anche cancellare e ricominciare diventa così parte integrante del processo creativo, nella consapevolezza che il tempo dedicato a un dettaglio non rappresenti necessariamente una ragione sufficiente per conservarlo.
La ricerca tecnica si intreccia con una dimensione più intima e riflessiva, attraversata da interrogativi legati all’identità, alla libertà e al rapporto tra individuo e collettività. L’opera “WHO AM I?” nasce proprio intorno alla domanda sull’identità, mentre in “Ethereal Freedom” la figura di Archita e la colomba diventano strumenti attraverso i quali avvicinarsi al rapporto tra l’esperienza individuale e l’idea di un’anima comune a tutto ciò che esiste.
Anche la spiritualità occupa uno spazio significativo nella sua esperienza personale e artistica. Una ricerca vissuta attraverso dubbi e incertezze, alimentata dalla meditazione, dall’osservazione e dalla pratica quotidiana, che inevitabilmente trova espressione anche nelle sue opere.
Per Giuseppe Geronimo il disegno rappresenta quindi un modo per avvicinarsi, attraverso il lavoro delle mani, a domande alle quali non sempre è possibile trovare una risposta definitiva. La conclusione di un’opera non coincide necessariamente con il raggiungimento di una certezza: talvolta il risultato più importante consiste nell’essere riuscito a formulare una domanda più precisa, trasformando il processo artistico in un percorso continuo di conoscenza e consapevolezza.
Nel corso della sua attività ha ottenuto anche diversi riconoscimenti. È stato selezionato tra i finalisti del 17° ARC Salon e tra i Top 100 del Tartget Prize 2026. Il suo lavoro è stato inoltre incluso nella Polaris Collection del progetto Lunar Codex. Traguardi che Geronimo considera soprattutto un incoraggiamento a proseguire nello studio, nella sperimentazione e nello sviluppo della propria ricerca artistica.
Cos’è per te l’arte e quale ruolo occupa il disegno nella tua vita?
L’arte, per me, è quel momento sospeso tra l’inspirazione e l’espirazione. Quando disegno, tutto intorno a me si zittisce e la mia attenzione si raccoglie sulla punta della matita. I pensieri continuano a esserci, ma per tutta la durata del lavoro rimangono in muto. È come guardare una televisione accesa senza volume: le immagini scorrono, eppure posso continuare a disegnare senza doverle seguire. Il disegno occupa questo spazio nella mia vita: un tempo in cui posso stare dentro ciò che faccio, senza dover rispondere a ogni pensiero che mi attraversa.
Quando hai capito che carboncino e grafite sarebbero diventati i materiali principali attraverso cui esprimere la tua ricerca artistica?
Prima di iniziare a disegnare ero appassionato di fotografia. Durante la postproduzione mi capitava di convertire in bianco e nero proprio le immagini che sentivo più mie. Mi trasmettevano una nostalgia che non sapevo spiegare, ma davanti alla quale avevo voglia di fermarmi. Quella sensibilità mi ha accompagnato nel disegno. Mi piace pensare al bianco e nero come a un’«essenza di colore». Mi riporta a qualcosa di essenziale e al principio ermetico della polarità, una prospettiva attraverso cui mi piace interrogare l’esistenza. Tra luce e oscurità ci sono tutte quelle gradazioni nelle quali una forma può diventare visibile. Il legame con i materiali è anche concreto. Nel carboncino vedo una seconda vita: un pezzo di legno attraversa il fuoco, diventa carbone e poi, attraverso le mani dell’artista, può diventare poetica. Mi fa pensare all’araba fenice, alla possibilità che una trasformazione apra un nuovo inizio. La grafite, con la sua origine minerale, mi lega alla terra. Questi materiali mi ricordano da dove vengo e dove tornerò. Mi commuove pensare che una materia così semplice possa custodire qualcosa di quello che sentiamo durante il tempo che abbiamo.
Il tuo rapporto con l’iperrealismo sta andando oltre la semplice ricerca della somiglianza. Che cosa cerchi oggi quando inizi una nuova opera?
Quando inizio una nuova opera cerco di rappresentare il momento della vita che sto attraversando. Ci sono cose che sento prima di riuscire a esprimerle a parole, e la composizione comincia a nascere da lì. Gli elementi si incontrano in modo intuitivo. All’inizio non so sempre spiegarmi perché scelgo una figura, un gesto o un oggetto; lavorandoci, comincio a riconoscere il legame con quello che sto vivendo. Per questo definire tutto casuale non mi convince: credo che anche le scelte più spontanee portino qualcosa della nostra esperienza. Oggi la somiglianza, da sola, non esaurisce ciò che cerco. Voglio che la precisione del disegno mi aiuti a dare forma a quel vissuto. Vorrei poter ritrovare nell’opera qualcosa di me che, mentre la realizzavo, stavo ancora imparando a conoscere.
Quanto è importante per te comprendere il comportamento della luce, delle ombre e delle superfici prima ancora di riuscire a rappresentarle?
La luce mi ha affascinato prima ancora che iniziassi a studiarla attraverso il disegno. L’ho cercata anche dentro di me, nel desiderio di trovare un legame con Dio. Quando osservo come illumina una superficie, sento che quella curiosità coinvolge qualcosa di personale. Attraverso lo studio cerco di comprendere i principi fisici di ciò che vedo: perché una zona riceve luce, perché un’altra rimane in ombra e come gli oggetti si influenzano a vicenda. Porto in questo lavoro anche il mio sguardo spirituale, pur sapendo che comprendere un fenomeno luminoso e vivere un’esperienza interiore sono due cose diverse. Mi colpisce soprattutto quanto accade dentro un’ombra. Una zona che inizialmente mi appare buia può ricevere luce riflessa dalle superfici vicine. Comincio così a cercare relazioni dove prima vedevo soltanto una parte scura. Il punto di massima luce e l’ombra di contatto mi appaiono come due estremi della relazione tra luce e materia. Comprenderla mi permette di dare un senso ai passaggi che disegno.
Il disegno dal vero ti mette di fronte alla distanza tra ciò che pensiamo di conoscere e ciò che realmente vediamo. Che cosa ti ha insegnato questo modo di osservare?
Mi è successo mentre disegnavo un bicchiere d’acqua, con un panneggio alle sue spalle. Attraverso il vetro e l’acqua, le pieghe apparivano deformate, interrotte, spostate. Faticavo a rappresentarle e, nello stesso tempo, a comprendere quello che stavo osservando. Ero esausto. A un certo punto mi sono strofinato un occhio e, guardando con quello rimasto aperto, ho notato che l’immagine dentro il bicchiere era diversa. Mi sono fermato e ho provato con l’altro: cambiava ancora. Il bicchiere era lo stesso, ma ciascun occhio lo osservava da una posizione leggermente diversa. Quell’esperienza mi ha fatto pensare a quanto facilmente confondiamo ciò che vediamo con tutto ciò che esiste. Ho avuto l’intuizione che la realtà potesse contenere molte più possibilità di quante riusciamo ad abbracciare con un solo sguardo. Siamo noi, forse, a cercare di ricondurle a un’unica immagine, a qualcosa che possiamo dire di conoscere. Davanti a quel bicchiere, la fatica di non capire mi ha costretto a fermarmi. Proprio in quella pausa ho notato qualcosa che mi era sfuggito. Da allora cerco di ricordarmi che anche un oggetto familiare può mostrarmi qualcosa che non avevo ancora imparato a vedere.
Nel tuo percorso di studio con Emanuele Dascanio, quali aspetti hanno maggiormente influenzato la tua crescita tecnica e artistica?
Emanuele ha influenzato tutta la mia crescita artistica, e anche qualcosa che va oltre il disegno. Una mia amica mi mostrò la sua pagina Instagram e rimasi folgorato. Avevo già incontrato artisti di grande capacità tecnica; nelle sue opere mi colpì soprattutto la poetica, quello che riusciva a comunicare. Ricordo di aver pensato: «Lui sarà il mio maestro». Non lo conoscevo e non avevo alcun motivo concreto per esserne così sicuro. Poi quel percorso è cominciato davvero, e nel tempo è nata anche una grande amicizia. Riconoscere nel suo lavoro qualcosa che desideravo comprendere mi ha permesso di fidarmi, anche quando il senso di un’indicazione non mi era subito chiaro. Alcuni insegnamenti richiedono tempo: li ascolti in un momento, ma li comprendi attraverso quello che vivi dopo. Anni fa mi disse che, quando avessi saputo da dove venivo, avrei saputo dove andare. Ho cominciato a comprendere quella frase accorgendomi che, nella solitudine del disegno, cercavo la luce e insieme qualcosa della mia origine. Mi è venuta in mente l’immagine della nascita, il passaggio dal buio dell’utero alla luce del mondo. Una parte importante del suo insegnamento, per me, è questa: approfondire gli strumenti del disegno e capire da quale necessità nasce il desiderio di usarli.
Hai parlato dell’importanza di saper cancellare anche qualcosa su cui si è lavorato a lungo. Quanto è difficile per un artista imparare a rinunciare a una parte del proprio lavoro per migliorare l’opera?
Per me imparare a cancellare ha un legame con l’impermanenza, con l’accettazione che nulla rimanga per sempre nella stessa forma. Questo non rende facile rinunciare a qualcosa: prima mi fermo e cerco di capire che cosa richieda davvero il disegno. All’inizio ero preso dalla frenesia di produrre. La voglia di arrivare al risultato mi portava a scelte affrettate e, a volte, a dover ricominciare. Mi aiuta ridimensionare quel gesto: in fondo sto sporcando un foglio bianco. Posso dare valore al lavoro senza considerare intoccabile ogni segno. Finché avrò respiro, sento di poter cercare una forma più vicina alla mia interpretazione della verità. Questo approccio lo devo molto a Emanuele. Ricordo un esercizio su un occhio: impiegavo un paio d’ore a disegnarlo e lui mi diceva di rifarlo. Credo di averlo ripetuto una ventina di volte. A un certo punto ho smesso di aspettare la sua approvazione e ho cominciato a studiare davvero quell’occhio. Quel tentativo era forse meno bello di alcuni precedenti. Eppure conteneva qualcosa di più: cominciavo a capire ciò che disegnavo e il motivo delle mie scelte. Cancellando posso perdere un risultato a cui mi ero affezionato, ma quello che ho imparato rimane con me. È da lì che riparto.
“WHO AM I?” nasce da una riflessione sull’identità. Quali domande ti hanno accompagnato durante la realizzazione di quest’opera?
Mi capita spesso di sentirmi come se indossassi delle scarpe strette. La domanda «chi sono?» mi accompagna da tempo, e “WHO AM I?” nasce anche da questa inquietudine, dal desiderio di comprendere il mio posto nell’esistenza. Ho cercato di dare una forma umana al desiderio di sentirmi parte del tutto. Mi sono avvicinato a questa esperienza da umile viandante, con le mie domande. La mano destra dell’uomo preme sulla tempia: richiama la ragione, la struttura mentale attraverso cui cerchiamo di comprendere ciò che esiste. La sinistra cerca il contatto con il creato, rappresentato da una bolla di sapone. In quel braccio ho ripreso, invertendolo, il gesto della Creazione di Adamo di Michelangelo: qui è l’uomo a tendere verso il creato. La bolla esprime la fragilità di questo incontro. Ho immaginato che, per un istante, l’uomo possa sentirsi pienamente parte dell’esistenza, vivere quello che per me sarebbe un momento di grazia. Un istante breve quanto la vita di una bolla, ma capace di lasciare qualcosa dentro di noi. La domanda era questa: chi sono, quando per un momento riesco a sentirmi parte di qualcosa di più grande?
In “Ethereal Freedom” affronti il rapporto tra esperienza individuale e idea di un’anima comune. Qual è il significato della figura di Archita e della colomba all’interno dell’opera?
Ho scelto Archita inizialmente per rendere omaggio alla mia terra. In quel periodo mi interessavo allo stoicismo e, più in generale, alla filosofia antica. Approfondendo la storia di Taranto ho scoperto la sua figura e il racconto della colomba meccanica a lui attribuita. Mi sono riconosciuto nel desiderio di comprendere qualcosa, come il volo, e renderlo possibile. L’ho immaginato assorto in quel passaggio: quando un pensiero cerca una forma concreta. La colomba assume un significato personale. Le mani dell’uomo la accolgono senza stringerla. Possiede tutto ciò che le serve per esplorare il mondo, ma rimane lì. Forse per inesperienza, forse per ingenuità: in quelle mani si sente al sicuro. In questa esitazione riconosco qualcosa di me, la distanza tra le possibilità che abbiamo e il coraggio di viverle. Immagino l’anima mundi come un’anima comune che attraversa e unisce tutto ciò che esiste. La colomba ne fa già parte, anche mentre esita. Il mondo che le appare sconosciuto è lo stesso mondo a cui appartiene. Spiccare il volo significa trovare fiducia anche in questa appartenenza. “Ethereal Freedom” rappresenta l’istante prima del volo. Convivono il bisogno di sentirsi al sicuro e la possibilità di scoprire il mondo. Ho voluto fermarmi lì, quando tutto è possibile e il primo movimento deve ancora avvenire.
La spiritualità occupa uno spazio importante nella tua vita. In che modo la meditazione e la ricerca interiore entrano concretamente nel tuo processo creativo?
Per me meditazione e disegno sono pratiche complementari. Entrambe nascono dalla capacità di fermarmi e osservare. Posso farlo a occhi chiusi, raccogliendo l’attenzione dentro di me, fino a vivere brevi istanti che percepisco come un vuoto, un silenzio profondo. Oppure a occhi aperti, osservando ciò che ho intorno e seguendo il tratteggio sulla carta. In entrambi i casi cerco di far coincidere l’attenzione, il respiro e la presenza in quello che sto facendo. È così che la spiritualità entra nel mio processo creativo: attraverso la qualità dell’attenzione. Il gesto della mano, ciò che osservo e il respiro diventano occasioni per accorgermi di dove sono con la mente e tornare a quel momento. A volte questa presenza dura soltanto pochi istanti. La pratica consiste anche nell’imparare a tornarci.
Hai affermato che, alla fine di un’opera, non sempre trovi una risposta, ma talvolta una domanda più precisa. Quanto è importante il dubbio nella tua ricerca artistica?
Per me il dubbio è essenziale, perché apre la possibilità di scoprire aspetti della realtà che fino a un momento prima ignoravo. Quando metto in discussione ciò che credo di conoscere, lascio spazio a qualcosa che non avevo considerato. Sento che la ricerca dovrebbe accompagnare tutta la mia esistenza. Spesso comincia da una domanda acerba: avverto che c’è qualcosa da comprendere, ma non so ancora come formularlo. Nel disegno succede questo. Inizio con un’intenzione e, mentre lavoro, emergono cose che non avevo previsto. Alla fine posso non avere una risposta, ma riconoscere meglio ciò che mi sto chiedendo. Dare precisione a una domanda significa cominciare a capire dove cercare.
Essere stato selezionato tra i finalisti del 17° ARC Salon e tra i Top 100 del Tartget Prize 2026 che significato ha avuto per il tuo percorso?
Ho accolto queste selezioni come un riconoscimento del lavoro svolto. Sapere che le mie opere hanno suscitato interesse in quei contesti ha un valore, anche se il mio rapporto con i concorsi rimane piuttosto distante. La dimensione competitiva dell’arte mi coinvolge poco. Faccio fatica a pensare a percorsi così personali in termini di classifica. Considero questi risultati come occasioni per far incontrare il mio lavoro a persone che forse non lo avrebbero conosciuto. È soprattutto questa possibilità di incontro che mi interessa.
Una tua opera è entrata nella Polaris Collection del progetto Lunar Codex. Che emozione provi pensando che il tuo lavoro sia stato incluso in un progetto di questo tipo?
Questa notizia mi ha davvero sorpreso ed entusiasmato. A emozionarmi è stata soprattutto una coincidenza: “Ethereal Freedom” rappresenta l’istante prima del volo, e proprio quell’opera è stata inclusa in un archivio destinato a raggiungere la Luna. L’idea che Archita e la sua colomba potessero compiere un viaggio simile mi ha colpito profondamente. Il Lunar Codex raccoglie testimonianze della nostra cultura — arte, musica, cinema, letteratura — per conservarle in capsule del tempo. Sapere che anche il mio lavoro possa contribuire a questo racconto della civiltà contemporanea mi ha dato una soddisfazione enorme. Quando disegno sono solo davanti a un foglio, immerso in qualcosa di personale. Pensare che da quello spazio possa nascere un’immagine capace di viaggiare così lontano e di essere conservata per un futuro che non vedrò cambia la misura di quel gesto. La colomba che ho rappresentato ancora esitante è destinata a un viaggio che io stesso non avrei immaginato per lei.
Quanto contano oggi per te i riconoscimenti rispetto alla necessità di continuare a studiare, sperimentare e approfondire il tuo linguaggio?
I riconoscimenti possono dare fiducia e aiutare un artista a proseguire. Anche una critica costruttiva, pur essendo a volte difficile da accogliere, può sostenere il percorso: qualcuno ha dedicato attenzione al tuo lavoro e ti offre un’occasione per comprenderlo meglio. Credo però sia importante mantenere coerenza con il proprio sentire, con o senza gratificazione. Vorrei che lo studio e la ricerca continuassero a nascere da una necessità autentica, senza dipendere dall’approvazione che posso ricevere. Conta anche ciò che riesco a dare attraverso il lavoro. Desidero che l’arte diventi uno strumento rivolto alla persona, capace di offrire uno spazio in cui fermarsi, riconoscersi o porsi una domanda. Cerco di mantenere questa direzione: partire da qualcosa di mio e renderlo disponibile all’esperienza di qualcun altro.
Guardando al futuro, quali nuove domande vorresti esplorare attraverso il disegno e in quale direzione immagini possa evolvere la tua ricerca artistica?
Ho già un progetto in mente che inizierò presto a sviluppare attraverso i primi bozzetti. Preferisco custodirne ancora il contenuto, ma posso dire che vorrei realizzarlo su una scala molto grande, intorno ai tre metri per tre. Per dargli forma avrò bisogno di un sostegno economico importante, degli strumenti adatti e di molto tempo. Mi piacerebbe incontrare un committente o un mecenate disposto a credere nel progetto e a renderne possibile la realizzazione. Il primo passo, adesso, è cominciare a disegnarlo. I bozzetti mi permetteranno di capire meglio ciò che questa idea richiede e di darle una forma concreta da poter condividere con chi vorrà sostenerla.