nasce a Donnici Inferiore, in provincia di Cosenza, dove fin da giovane sviluppa una profonda passione per la pittura. Il suo percorso artistico prende forma inizialmente da autodidatta, fase in cui espone le proprie opere nel contesto locale, anche all’interno del suo stesso spazio, costruendo un primo dialogo diretto con il pubblico.
Un momento decisivo nella sua crescita avviene durante una mostra alla Sagra del Vino, quando un critico individua nei suoi lavori uno “spirito infantile”: un’osservazione che diventa per l’artista uno stimolo concreto a evolversi e a maturare il proprio linguaggio. Spinto da questa consapevolezza, Raso intraprende un percorso di formazione accademica iscrivendosi alla scuola d’arte di Cosenza, dove studia fino al 2023, continuando ancora oggi ad approfondire il disegno con l’obiettivo di affinare sempre più la resa anatomica.
La sua produzione artistica è caratterizzata dalla presenza di figure enigmatiche, spesso donne e bambini, cariche di intensità emotiva e suggestione. Le sue opere, attraversate da una dimensione introspettiva, diventano veicolo di un racconto interiore che si traduce in immagini evocative e personali.
Nel corso degli anni ha esposto in diverse città, tra cui Roma, Parigi e Barcellona, ottenendo riconoscimenti e consolidando la propria presenza nel panorama artistico. Parallelamente, collabora con gallerie e partecipa a progetti sociali rivolti a bambini e immigrati, dimostrando una sensibilità che va oltre la dimensione estetica e si apre a quella umana e relazionale.
Giovanni Raso continua oggi il suo percorso con dedizione, trasformando ogni tela in un mezzo espressivo attraverso cui dare forma al proprio mondo interiore e costruire un dialogo autentico con chi osserva le sue opere.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è un viaggio nel nostro mondo interiore: analizza l’interiorità umana e la esteriorizza con pennelli e colori. Cattura la bellezza, dalle figure umane ai paesaggi, riconducendola alle emozioni interiori.
Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di passare da autodidatta a una formazione accademica?
Nel 2017, durante una mostra nel mio paese, un critico mi disse che vedeva un bambino che giocava con i colori. Inizialmente mi infastidì, ma decisi di far crescere quel bambino, iscrivendomi a scuola d’arte per imparare davvero.
In che modo l’osservazione dello “spirito infantile” nei tuoi lavori ha trasformato la tua ricerca artistica?
Ho fatto crescere quel bambino per andare oltre i significati dell’infanzia. Ho dato spazio a donne, bambini, e a simboli forti e fragili, raccontando anche la povertà. Amo rappresentare le sfumature delle donne e dei bambini, vedendo in loro la forza e la fragilità del mondo.
Cosa cerchi quando studi l’anatomia: precisione tecnica o maggiore capacità espressiva?
Cerco entrambi. La tecnica mi aiuta a cogliere la bellezza del corpo, ma più conosco, più posso esprimere significati profondi. Come diceva Picasso: impara le regole per infrangerle.
Le figure di donne e bambini nelle tue opere hanno un significato simbolico preciso?
Sì, rappresentano la forza e la fragilità poco comprese. Amo raccontare le donne in tutte le sfumature, come nell’antica Grecia, e nei bambini ritrovo quella spensieratezza che dovremmo ricordare.
Come nasce una tua opera: da un’immagine, da un’emozione o da un’idea?
Nasce dalle emozioni del momento. Se un’emozione mi spinge a dipingere una donna o un paesaggio, lo rappresento. Le mie opere sono guidate dalle emozioni che mi accompagnano.
Quanto è importante per te il legame con il tuo territorio d’origine nel tuo percorso creativo?
Il mio territorio è essenziale. Cresciuto ispirato da una pittrice e sostenuto da mia madre, in Calabria l’arte è ovunque, e la Calabria stessa è un’opera vivente. Formarmi qui ha dato radici alla mia arte.
Che differenza hai percepito esponendo in città diverse come Roma, Parigi e Barcellona?
All’inizio ero terrorizzato. Vedere le mie opere, nate in Calabria, arrivare a Roma o Parigi era incredibile. Ma vederle lì è stata un’emozione immensa, un piccolo passo verso un grande sogno.
In che modo le esperienze nei progetti sociali influenzano la tua arte?
Progetti come “Mare Rosso”, con migranti che dipingono, o lavorare con bambini, mi hanno insegnato a non mollare mai. Vedere le loro emozioni farsi arte ha toccato la mia anima.
Ti senti più vicino a una dimensione narrativa o emotiva nel tuo lavoro?
Emotiva, tutta la vita. Le mie opere nascono da emozioni distinte, voglio rendere mio ciò che sento. Non ho mai pensato alla narrativa, perché vivo di emozioni.
Qual è la sfida più grande che stai affrontando oggi come artista?
La mia sfida è affermarmi, trovando piani B. Mi sono avvicinato anche al tatuaggio, un ramo che richiede creatività e precisione. Così posso continuare a lavorare con la mia passione, sempre con il sorriso.
Che rapporto cerchi con chi osserva le tue opere?
Un rapporto emotivo. Voglio che chi guarda si senta ammaliato e provi qualcosa di profondo. Quando questo accade, è la critica più bella.
C’è un artista o un movimento che ha influenzato particolarmente il tuo stile?
Van Gogh. Amo i girasoli e i colori forti, anche scuri, con cui esprimeva emozioni. Mi ha affascinato fin dall’inizio. Certo, anche altri come Giotto o Caravaggio, ma Van Gogh è la mia guida.
Come immagini l’evoluzione futura della tua pittura?
All’inizio puntavo all’iperrealismo, poi ho capito che voglio precisione, ma mantenendo il mio stile. Colori forti, scuri, gioiosi, che suscitano emozioni. E sogno di esporre un giorno in una galleria importante. Mi piace sognare in grande.
Se dovessi descrivere la tua arte in tre parole, quali sceglieresti?
Emozione, mondo interiore, scoperta dell’ignoto.
Descriviti in tre colori.
Arancione, giallo e terra di Siena.