Giorgia Muscas

conosciuta anche come Gio e con lo pseudonimo di Tala Masca, è un’artista, acquerellista e illustratrice. La sua ricerca pittorica si concentra soprattutto sulla figura umana, in particolare femminile, attraverso…

BIOGRAFIA

#Giorgia Muscas

conosciuta anche come Gio e con lo pseudonimo di Tala Masca, è un’artista, acquerellista e illustratrice. La sua ricerca pittorica si concentra soprattutto sulla figura umana, in particolare femminile, attraverso la quale indaga temi legati alla fragilità, all’imperfezione, al desiderio e alla capacità di resistere e ricominciare.

La sua pratica nasce dall’acquerello, ma si apre alla sperimentazione e alla contaminazione con tecniche e linguaggi differenti, inclusa l’arte digitale. Tra i suoi lavori si distingue la serie di acquerelli La grazia dell’incompiuto, in cui il corpo femminile viene rappresentato lontano dagli standard convenzionali di perfezione, trovando nella propria vulnerabilità una diversa forma di bellezza.

Parallelamente all’attività visiva, porta avanti anche la scrittura: nel 2020 ha pubblicato Le donne del fiume con lo pseudonimo di Tala Masca e partecipa a presentazioni e incontri dedicati al libro e alla letteratura. Si dedica inoltre alla poesia, che considera un linguaggio più istintivo e intimo attraverso cui dare forma a ciò che osserva e sente.

Partecipa a esposizioni artistiche, anche itineranti, ed è attiva all’interno di due gruppi culturali con cui condivide progetti e iniziative sul territorio. Dipinge e scrive come strumenti per osservare il mondo, attraversarlo e restituirlo in forma narrativa e visiva.

Cos’è per te l’arte?

L’arte mi permette di mostrare il mio modo di vedere e intendere le cose, soffermandomi su ciò che normalmente passerebbe inosservato, per analizzarlo e darne una mia personale visione. Sono nata e cresciuta in una famiglia in cui l’espressione artistica visiva era quotidianità. Dopo averla accantonata mio malgrado per quasi trent’anni, ho ritrovato di nuovo il desiderio e bisogno di esprimermi attraverso di essa.

Come nasce il tuo bisogno di raccontare il corpo femminile attraverso l’acquerello e cosa senti che questa tecnica ti permette di esprimere meglio rispetto ad altre?

Il corpo femminile è per me un territorio conosciuto e allo stesso tempo inaspettato. Vi convivono bellezza e imperfezione, fragilità e forza. L’acquerello è una tecnica altrettanto incontenibile: ho imparato ad assecondare l’acqua e i colori per liberare la mia spontaneità e l’opera stessa. Anche per me in ogni acquerello c’è sempre qualcosa di sorprendente.

La serie La grazia dell’incompiuto sembra mettere al centro l’idea di bellezza non convenzionale: in che modo hai costruito questo immaginario e quanto è legato alla tua esperienza personale?

È sicuramente legato alla mia esperienza personale. Ho raffigurato il corpo che cambia, ma quelle figure rappresentano la mancanza in senso più ampio: può essere una malattia, una fragilità psicologica, una ferita sentimentale o qualsiasi tipo di lutto che ognuno porta con sé. Ho voluto raccontare la grazia, intesa come forza, che può scaturire da ciò che intendiamo diverso, imperfetto, non più convenzionale.

Ti muovi tra pittura, scrittura e poesia: come dialogano tra loro questi linguaggi nel tuo processo creativo, si sovrappongono o restano separati?

Non si incontrano quasi mai nel processo creativo. Sono però linguaggi che usano la mia personalità nei suoi diversi bisogni. È questo ciò che mi libera davvero. La pittura porta fuori il mio bisogno di lentezza, ordine ed eleganza. La scrittura mi permette di dire ciò che ho imparato sulla vita e i comportamenti umani. La poesia invece libera di solito il mio animo segreto e le mie fragilità.

Quando scrivi come Tala Masca, senti di essere la stessa voce che dipinge oppure cambia qualcosa nel tuo modo di guardare il mondo?

Quando scrivo e dipingo guardo il mondo allo stesso modo. Lo espongo con un linguaggio diverso. Tala Masca è la mia voce destabilizzante che non si tiene niente dipingere mi fa essere più riflessiva e cauta.

Nel tuo lavoro ricorre il tema della fragilità, ma anche della resistenza: è un equilibrio che osservi fuori da te o che riconosci prima di tutto dentro di te?

Entrambe le cose. Lo riconosco negli altri perché lo conosco bene. La fragilità e la resistenza, per me, non sono opposti: spesso stanno insieme.

Partecipi a gruppi culturali e progetti collettivi: quanto è importante per te la dimensione condivisa nell’arte rispetto alla ricerca individuale?

Lavorare da soli è necessario. Ma la dimensione condivisa mi piace moltissimo. Confrontarsi con altre persone, conoscere nuovi artisti e ammirare le opere altrui garantisce un’evoluzione che da soli non potremmo avere. È divertente, apre alla gratitudine e a un panorama ampio di opportunità.

Descriviti in tre parole.

Intensa. Risoluta. Ironica.

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