Francesco Sandirocco

è un artista contemporaneo nato a Pontecorvo, la cui ricerca si sviluppa attraverso un dialogo profondo tra simbolo, esperienza interiore e trasformazione. Il suo percorso creativo prende avvio dalla musica,…

BIOGRAFIA

#Francesco Sandirocco

è un artista contemporaneo nato a Pontecorvo, la cui ricerca si sviluppa attraverso un dialogo profondo tra simbolo, esperienza interiore e trasformazione. Il suo percorso creativo prende avvio dalla musica, linguaggio che accompagna la sua formazione fin dall’adolescenza attraverso la composizione, la scrittura e la sperimentazione sonora, per poi evolversi naturalmente nella pittura, trovando nel colore e nell’immagine nuovi strumenti espressivi.

Un lungo cammino personale, segnato anche da un viaggio in solitaria, contribuisce a ridefinire la sua visione artistica, portandolo a esplorare dimensioni interiori difficilmente traducibili attraverso il linguaggio razionale. La pittura diventa così uno spazio di ascolto e consapevolezza, in cui il significato dell’opera non è mai imposto, ma emerge progressivamente durante il processo creativo.

Le sue opere si muovono tra materia, mito, cosmologia e tensione spirituale, dando vita a immagini aperte che non offrono risposte definitive, ma invitano lo spettatore a confrontarsi con il proprio vissuto. Il colore assume una funzione emotiva e simbolica, capace di rendere visibile ciò che spesso resta nascosto, mentre la presenza materica dialoga con una dimensione più intima e riflessiva.

Nel 2026 presenta la mostra personale “L’arte come riflesso dell’anima” presso la Cappella di Santa Sofia ad Agrigento, ottenendo l’attenzione di pubblico e critica. Nello stesso anno partecipa a una mostra collettiva di arte italiana contemporanea a Manhattan, New York, avviando un percorso di apertura internazionale.

La sua ricerca si configura come un attraversamento continuo tra visibile e invisibile, tra umano e cosmico, tra memoria e trasformazione. Ogni opera si pone come una soglia da oltrepassare, un segnale lungo un cammino interiore che non indica una destinazione precisa, ma suggerisce possibilità. In questo senso, il lavoro di Sandirocco si distingue per una costante tensione verso una verità essenziale, mantenendo al tempo stesso una libertà espressiva che rifiuta ogni forma di rigidità o ripetizione.

Cos’è per te l’arte?

Credo che, quando si vive la vita a modo proprio, cioè cercando di seguire quelle che sono le nostre esigenze evolutive come esseri umani, comincino a svilupparsi una serie di meccanismi che ci conducono inevitabilmente verso noi stessi. Essendo ogni essere qualcosa di unico e irripetibile, ogni azione che nasce autenticamente da quella natura può, in qualche modo, essere associata all’arte, perché contiene in sé la qualità dell’unicità e quindi della creatività. Ecco quindi che, se cominciamo a dipingere, a cantare, a ballare, a cucinare o a riparare qualcosa, ci sarà sempre un senso di originalità in ognuna di queste azioni. Chiaramente in quest’ottica abbiamo tutti il seme dell’arte nascosto da qualche parte, il compito è trovare le chiavi di accesso. Che poi un’opera possa essere apprezzabile o meno è un altro discorso ma per chi la produce c’è una qualche forma d’arte.

Tempo fa ho cercato di sintetizzare questo pensiero in poche righe:

‘Un artista intaglia le giornate nell’acqua, veste le sfumature dell’occasione, le cambia, dà vita alle sue melodie, le ascolta, le impara, accetta le imperfezioni, riposa, non si ripete. Non si riconosce come pittore, è un musicista, un poeta, un cuoco, un amante, un artigiano, un illusionista, un attore, un flusso in continua espansione. Assimila e crea forme visive, melodiose, di pensiero, è creativo, genera universi prima sconosciuti, è ispirato. Un artista è un’incessante scoperta dei mondi intimi e degli spazi sconfinati. Da lì la sua arte nasce e si propaga tra le coscienze, raggiunge rive straniere si fonde e si confonde, unisce popoli e pensieri. Nutre la vita con il vigore del proprio ingegno, è cosciente di essere una unicità, un cristallo grezzo da ingentilire vivendo. Si inabissa nelle vastità dell’essere umano, ammaina le vele e si acquieta tra le correnti. Urta gli scogli, educa il tiro con una nuova scoperta pur sapendo che comunque non servirà a prevedere il corso delle correnti, vive ogni esperienza con la stessa attenzione con cui dipinge una tela. La stessa vita da vivere è un’opera da compiere.’

Qual è stato il momento in cui hai sentito il passaggio dalla musica alla pittura come una necessità espressiva?

In senso assoluto la musica non l’ho mai messa da parte. Continua a far parte della mia vita, attraverso l’ascolto o anche semplicemente con una chitarra tra le mani. Quindi posso dire che non c’è mai stato un passaggio netto dalla musica alla pittura sul piano creativo. Ad ogni modo quando ho scoperto la pittura si è aperto un mondo prima sconosciuto. Imparare a conoscere i colori, i pennelli, il disegno e tutte le possibilità espressive della tela ha richiesto molto tempo. Naturalmente a un certo punto è diventato difficile portare avanti entrambe le passioni con la stessa dedizione. Inizialmente ho cercato di mantenerle vive entrambe, continuando a sviluppare concetti musicali. Poi in modo naturale e silenzioso la pittura ha iniziato a occupare sempre più spazio fino a diventare il mio principale linguaggio espressivo. Naturalmente la musica mi manca come forma di espressione. Tuttavia preferisco concentrare le mie energie su ciò che sto portando avanti piuttosto che su ciò che in questo momento non posso fare.

In che modo il tuo passato musicale continua a influenzare oggi il tuo modo di dipingere?

Spesso l’ispirazione per un nuovo lavoro parte direttamente dalla musica. Che sia pop, classica, opera o danza non fa differenza. In realtà, anche quando l’idea non nasce dalla musica, in qualche modo ne viene influenzata, essendo costantemente presente come sottofondo durante la pittura. Ad esempio, quando ho dipinto Universi e mondi con atti di pensiero, sono partito con la sola voglia di creare qualcosa, senza un concetto ben definito. Pian piano mi sono accorto che ciò che stava prendendo forma era influenzato dalla musica che stavo ascoltando in quel momento, cioè Battiato. Il quadro ha quindi iniziato ad assumere una forma ben definita, giocando su una frase contenuta nella canzone L’ombrello e la macchina da cucire, dalla quale ha preso esattamente il titolo. È vero anche il contrario, cioè che l’idea di alcuni quadri sia nata dalla musica. Un esempio è Il fuoco di Roma, nato dall’ascolto di un’aria che mia figlia stava studiando al Conservatorio. L’opera era L’incoronazione di Poppea di Monteverdi e l’idea del dipinto nasce dall’aria Pur ti miro.

Quanto ha inciso il viaggio in solitaria sulla trasformazione della tua visione artistica?

Viaggiare in solitudine, alla scoperta di posti lontani dai nostri costumi, è stata un’esigenza interiore. Sapevo che avrei dovuto affrontare alcune problematiche interiori, ma sapevo anche dei benefici che questo avrebbe potuto darmi. Così è stato. In un viaggio ti rapporti con nuove persone, con una lingua diversa, nuove culture, con l’organizzazione, con il budget a disposizione e, soprattutto, essendo solo, hai tutto il tempo per pensare, con la possibilità di andare a fondo e scoprire l’origine dei timori che ti porti dentro. Devo dire che funziona: è assolutamente terapeutico. Ad esempio, durante un tour nella giungla mi sono ritrovato a trascorrere alcuni giorni con un gruppo di persone di varie nazionalità che parlavano perfettamente l’inglese. Il mio livello, invece, era quasi scolastico, per cui mi sentivo in difficoltà e questo timore non faceva altro che peggiorare la mia comunicazione. Quando ho affrontato la vera motivazione di quella paura, ho realizzato che la mia lingua è l’italiano e che non dovevo sentirmi in difficoltà se non capivo alcuni concetti o non riuscivo a entrare in qualche discorso. Questa consapevolezza ha sbloccato qualcosa dentro di me, facendomi comunicare serenamente, in base al mio livello. Che male c’è? Anzi, a dirla tutta, senza quel timore riesco anche a esprimermi meglio. Quando sono rientrato nella quotidianità, con le nuove consapevolezze maturate durante il viaggio, ho costruito una cuccetta in legno per la mia gattina. Non mi piaceva il legno grezzo, quindi gli ho dato un po’ di colore e aggiunto qualche disegno. Quello è stato il momento della scoperta della pittura, che da allora non mi ha più abbandonato.

Quando inizi un’opera, parti più da un’esperienza vissuta o da un’immagine interiore?

L’inizio di un’opera è legato al momento che sto vivendo. Molto spesso annoto idee su cui ragionare per elaborare qualche concetto. Queste idee possono nascere da un racconto di un amico, da un concetto contenuto in un libro, da un dettaglio di una fotografia, da una canzone oppure dalla sola voglia di dipingere. Ne consegue che comincio a interiorizzare il concetto, a esplorarlo e a immaginare come possa diventare un’immagine, cercando l’equilibrio tra i concetti, gli elementi e i colori. Questa è una delle cose che più mi attrae dell’intero mondo della pittura, il poter dare forma e colori a una parte di sé stessi nascosta nel subconscio. Oltre alla bellezza di tirarla fuori, considero questo anche un approccio terapeutico.

Che ruolo hanno il mito e la cosmologia nella costruzione del tuo immaginario visivo?

Quando è cominciato il mio viaggio interiore si sono aperti mondi di cui non conoscevo nulla. Leggevo e leggevo con una sete interminabile. Non facevo in tempo a scoprire un nuovo mondo che subito questo si collegava ad altri concetti, contribuendo ad ampliarne gli orizzonti. In questi studi rientravano la simbologia, la cosmologia, le antiche culture, l’esoterismo e la musica. Quando mi sono sentito sazio di tutto quello che avevo imparato, ho capito che fosse il momento di lasciare andare quelle informazioni, permettendo loro di sedimentare naturalmente, anche per paura di diventarne schiavo. Considero l’apprendimento una fase fondamentale, che però deve essere seguita dall’esperienza, cioè dal mettere in pratica i nuovi insegnamenti senza diventarne dipendenti. Quello che ho imparato è che il passato ha vissuto momenti di grande evoluzione, dai quali continuiamo ancora oggi a nutrirci, anche se generalmente la nostra società dà loro poca importanza. C’è un concetto Zen che condivido e che può spiegare bene questa situazione: «Impara tutta l’arte possibile e poi dimenticala.» In questa frase ho sempre visto l’importanza della formazione, ma anche quella di non dipendere da essa. Quindi, affinché si possa essere davvero liberi di creare, bisogna conoscere la tecnica senza permettere che questa influenzi le nostre azioni. Oggi tutto questo fa parte del mio modo di vivere, di essere e, di conseguenza, di esprimermi.

In che modo il concetto di trasformazione si traduce concretamente nelle tue opere?

Credo che in quasi tutte le mie opere ci sia una forma legata al concetto del divenire. Le azioni che compiamo sono come un seme: il frutto che ne nascerà sarà in funzione dell’intenzione e della consapevolezza che vi abbiamo riversato. I miei dipinti li vedo estremamente dinamici. È possibile cogliere aspetti legati all’istante rappresentato, ma anche intuire ciò che potrebbe avvenire. La trasformazione è una costante naturale dell’intera esistenza. Il problema nasce dal fatto che non siamo stati abituati a riconoscere e ad accettare il cambiamento. Preferiamo rimanere legati alle nostre paure e alla nostra zona di comfort piuttosto che esplorare, conoscere e imparare. Tendiamo così a diventare prigionieri delle nostre abitudini, rinunciando alle possibilità che il cambiamento può offrirci. Ecco, nelle mie opere c’è un invito celato rivolto alla trasformazione. In questo modo il dipinto diventa dinamico perché, cambiando ogni giorno, possiamo guardarlo con occhi nuovi e trovarvi significati diversi. Un esempio evidente di questo concetto è nascosto nell’opera Pegaso. Nella mitologia, dopo la decapitazione di Medusa per mano di Perseo, nasce Pegaso. Nel dipinto la trasformazione è già nel titolo dell’opera. Medusa guarda il proprio destino attraverso le barriere che le sono state imposte, mentre nel cielo è possibile cogliere la costellazione di Pegaso, simbolo di ciò che sta per nascere. Mi piace pensare che ogni trasformazione inizi proprio così: come un seme, invisibile agli occhi, che custodisce già la possibilità di diventare qualcosa di completamente nuovo.

Quanto è importante per te lasciare un’opera “aperta” all’interpretazione dello spettatore?

È molto importante. Sono sempre curioso di capire quali pensieri suscita un dipinto nell’osservatore. Quasi sempre le riflessioni sono diverse da ciò che avrei voluto comunicare, ma sono altrettanto vere e spesso diventano fonte di nuova ispirazione anche per me. Secondo me il significato, in alcune persone, può arrivare a più strati. Il primo è legato all’impatto visivo, il secondo a ciò che l’artista vorrebbe comunicare. C’è poi uno strato ancora più profondo, legato all’elaborazione del nostro subconscio e alle esperienze che ognuno porta con sé. Ho sempre ascoltato Franco Battiato fin da bambino. Mia madre mi comprò la musicassetta dell’album La voce del padrone. Conoscevo le canzoni a memoria, ma chiaramente ne ignoravo il significato. Da giovane ho continuato ad ascoltare altre opere di Battiato e, alla bellezza della musica, si è aggiunta la curiosità per i testi, nei quali riconoscevo istintivamente delle “verità”. Più in là negli anni ho iniziato alcune letture che sono state per me una sorta di Stele di Rosetta per decifrare molti dei significati nascosti nelle sue canzoni. Oggi, anche se quello che riconosco nei suoi testi probabilmente non coincide con ciò che lui intendeva, mi ha comunque permesso di esplorare mondi sconosciuti. Ed è proprio questo il punto: il risultato è stato comunque prezioso. Lo stesso accade rileggendo un libro o rivedendo un film. A distanza di anni è possibile cogliere sfumature nuove, alle quali probabilmente neanche l’autore o il regista avevano pensato. Questi nuovi punti di vista dipendono dal nostro stato d’animo, dalle esperienze che abbiamo vissuto e da come, nel frattempo, siamo cambiati. Per questo mi piace lasciare un’opera aperta all’interpretazione. Ogni persona la incontra in un momento diverso della propria vita e, proprio per questo, può trovarvi significati che io stesso non avevo immaginato. Credo che sia anche questa una delle forme più affascinanti dell’arte.

Cosa cerchi di attivare in chi osserva i tuoi lavori per la prima volta?

Come ho già accennato in precedenza, oltre all’aspetto visivo, per me è importante stimolare domande e riflessioni. In questo modo il dipinto non viene vissuto come una semplice immagine da osservare o come una carta da parati, ma diventa qualcosa di vivo: qualcosa con cui rapportarsi, dialogare e scendere, ogni volta, un po’ più in profondità.

Come vivi il rapporto tra materia e dimensione spirituale nella tua pittura?

Il rapporto è strettamente legato, in realtà non faccio distinzione. È come se fossero un’unica cosa. Attraverso la materia è possibile dare voce alla dimensione spirituale e, attraverso la spiritualità, è possibile dare luce alla materia. Forse è giusto dire che è l’elemento in cui ciò che non possiamo vedere prende forma. E’ come se il colore creasse un ponte tra il mondo della materia e il mondo interiore.

Qual è stata l’esperienza della mostra a Manhattan e cosa ha rappresentato per il tuo percorso internazionale?

Esporre a Manhattan dopo aver iniziato il mio percorso in Italia è stata un’esperienza meravigliosa. In realtà, da quella mostra si sono aperte anche diverse possibilità per esporre in altre città prestigiose. Il solo fatto che una galleria abbia ritenuto le mie opere degne di essere esposte rappresenta per me il riscontro più importante, farlo poi nel cuore di Manhattan è motivo di grande orgoglio. Su un piano più profondo il valore di questa esperienza va oltre il riconoscimento. Mi sta insegnando che attraverso la dedizione, la costanza e la fiducia nel proprio percorso, è possibile dare forma ai propri sogni e a quel bisogno di realizzazione che in qualche modo ognuno di noi porta con se.

C’è un’opera o un ciclo di lavori che senti rappresenti maggiormente la tua ricerca?

Credo che con la mia prima opera, Luci ed ombre, seguita da Andromeda, abbia aperto una porta decisiva dalla quale sono nati tanti lavori a cui sono profondamente legato. Nonostante per me siano fondamentali la ricerca e le continue possibilità di sperimentazione, credo che le atmosfere un po’ oniriche e un po’ metafisiche siano quelle maggiormente allineate al mio linguaggio espressivo. Senza questi lavori non sarei mai arrivato a realizzare La ruota del tempo, che considero una delle opere più importanti della mia galleria, sia per l’impegno tecnico che ha richiesto, sia per il valore sentimentale che mi ha guidato. È un dipinto che ha richiesto oltre sei mesi di lavoro durante i quali ho imparato quanto sia importante la pazienza e come questa si sia rivelata parte indispensabile del processo creativo. Prima o poi alle opere Luci ed ombre e Andromeda farà seguito un’opera conclusiva. Ne porto già l’immagine impressa nella mente anche se per il momento ho scelto di lasciarla nel cassetto. Credo che ogni dipinto abbia bisogno del proprio tempo per maturare. Quando arriverà il momento giusto concluderò la trilogia che racconta il percorso evolutivo dell’essere umano.  Dall’equilibrio necessario per iniziare il cammino, al coraggio di attraversare l’ignoto, fino alla consapevolezza che anche la ripetizione fa parte del viaggio. Quando riconosciamo che esiste sempre qualcosa oltre ciò che conosciamo, il percorso può evolversi.

Come immagini l’evoluzione del tuo linguaggio artistico nei prossimi anni?

Ritengo di aver già aperto molte porte del mio linguaggio interiore. La prima è legata al mondo onirico, poi c’è quella che conduce alla simbologia, quella della sperimentazione materica e concettuale, quella ispirata ai mosaici in vetro e quella del materico primordiale. La maggior parte di queste porte però è ancora soltanto socchiusa e, prima o poi dovranno essere spalancate. Credo che il mio percorso continuerà in questa direzione. Vorrei esplorare ciò che già sento mi appartenga ma che ancora non ho realizzato pienamente.

Qual è oggi la tua definizione personale di “arte come riflesso dell’anima”?

E’ un concetto a cui sono molto legato e che credo rappresenti abbastanza bene ciò che mi spinge a dipingere. Quello che mi ha attratto verso la pittura è stata la possibilità di creare un’istantanea del subconscio attraverso la quale, mentre porto alla luce mondi prima sconosciuti ho la possibilità di scoprire i miei lati più nascosti. E’ un processo creativo ma allo stesso tempo terapeutico. In quest’ottica utilizzo l’arte per comprendere e curare le mie ferite. Perché no, nutro anche la speranza che questo percorso possa suscitare domande e riflessioni anche nell’osservatore.

Se dovessi descrivere la tua arte in tre parole, quali sceglieresti?

Riflessione, movimento e trasformazione.

Descriviti in tre colori.

Il blu del cosmo rappresenta la curiosità verso l’ignoto. L’arancio dell’energia motrice, indispensabile per mettersi in cammino. Il bianco della rinascita.

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