classe 1981, nasce e vive a Nuoro, nel cuore della Sardegna. Graphic designer, pittore e illustratore, è un artista completamente autodidatta, che ha costruito il proprio linguaggio attraverso una ricerca personale costante e indipendente. Predilige l’acrilico, una tecnica che gli consente solidità espressiva e rapidità di esecuzione, elementi centrali nel suo modo di lavorare.
Da anni conduce uno studio approfondito sugli oggetti intesi come ancore e sponde del linguaggio visivo: frammenti, dettagli minimi all’interno di paesaggi vasti, capaci di diventare segni, lettere di una stessa parola tradotta in immagini. Il suo lavoro riflette sull’“adesso”, sul tempo presente e sul movimento che esiste nello spazio sottile tra un punto di partenza e uno di arrivo. Le sue opere sono finestre che si affacciano su altre finestre, vettori aperti verso nuovi pensieri, belli o disturbanti, mai neutrali.
La pittura diventa per lui una forma di autobiografia su tela: ogni lavoro racconta parti della sua vita, lasciando però spazio a chi osserva di riconoscersi nei propri giorni, nelle proprie esperienze. Essere testimone di sé stesso nella vita reale è il fulcro del suo senso di contemporaneità.
Nel corso degli anni ha esposto in numerose mostre personali e collettive, partecipando a progetti espositivi, festival, workshop e laboratori creativi in diverse città italiane ed europee, tra cui Nuoro, Sassari, Alghero, Roma, Bologna, Berlino e Tokyo. Il ciclo “I Do Things” rappresenta uno dei nuclei più riconoscibili della sua produzione, articolato in diverse tappe e declinazioni. La sua ricerca continua a evolversi, mantenendo una forte coerenza visiva e concettuale, sempre ancorata al presente e alla necessità di trasformare l’esperienza personale in immagine condivisa.
Cos’è per te l’arte?
Non so risponderti se non dicendo che è un’etichetta che racchiude un modo per parlare al mondo.
Come nasce un’opera nel tuo studio: parti da un’immagine mentale, da un oggetto o da una sensazione legata al presente?
Di solito è un connubio di tutte queste cose. A volte una sensazione o uno stato d’animo traccia il solco per tutto ciò che avverrà durante lo sviluppo dell’opera. Altre volte dipingo qualcosa solo per il piacere di realizzarla, e da lì emerge una sensazione che mi richiama un oggetto, come una calamita: un rinforzo del percorso emozionale, un collegamento mentale. Ascolto ciò che mi suscita e lo assecondo. È assolutamente legato al presente: quello che vivo e sento al momento. Guardarsi indietro crea troppe sovrastrutture e sporca il pensiero.
Che ruolo hanno gli oggetti nel tuo linguaggio visivo e perché li consideri “ancore” del pensiero?
La loro importanza è intrinseca nello studio che porto avanti da anni: elevata, essenziale. Subisco il fascino degli oggetti da sempre: le luci, le ombre, i dettagli. Sono ancore perché da un oggetto, da un pensiero o da un’emozione viene cristallizzato tutto ciò che compone l’opera, come se fosse una molecola in cui ogni elemento crea una geometria funzionale con un unico scopo. Ogni volta che vedrò quell’opera ricorderò tutti i legami: persone, momenti, emozioni. La sto fermando.
Il concetto di “adesso” è centrale nel tuo lavoro: come si traduce questa urgenza del presente sulla tela?
Essere il più immediato possibile mantiene vivo il senso di ciò che sto facendo. Dipingo tutti i giorni, almeno mezz’ora se non posso di più. È come raccontare “oggi” tra un mese: perderei la forza del momento e a distanza di tempo il racconto sarebbe più scarno e meno vivido. Raramente pianifico un’opera: se dipingo è perché voglio parlare di quel momento. Ho scelto l’acrilico per questo motivo: velocità, adattabilità.
Quanto conta il movimento, reale o mentale, nel passaggio tra un’opera e l’altra?
Molto. Il filo sottile tra un’opera e l’altra c’è sempre: movimento dentro un’opera e tra loro. Dal punto di vista temporale, chi mi conosce sa esattamente i momenti in cui certe opere sono state realizzate e riesce, senza che dica nulla, a ordinarle cronologicamente. Movimento è quanto riesco a trasmettere a chi guarda, quanto riesco a viaggiare in parallelo con lui o lei. Siediti accanto a me.
Le tue opere hanno una forte componente autobiografica: dove finisce il racconto personale e dove inizia quello universale?
Parallele. Vite parallele. Credo molto nella sincerità con cui racconto la mia vita. Vivo tante cose, come tutti, e le vivo in maniera personale. Dipingo per concretizzare un’emozione. Universale è quando chi guarda sente ciò che di me rovescio sulla tela e lo vive. Abbiamo tutti pianto per un film o una canzone, no?
Che tipo di dialogo desideri instaurare con chi osserva i tuoi lavori da vicino?
Vivimi. Guarda e dimmi cosa vedi, cosa ti trasmette… di cosa pensi che ti stia parlando? Un quadro non è un’operazione matematica. Non ha una soluzione assoluta. Questo è movimento, questo è il senso: muoversi dentro, verso di me o con me. Oppure portarmi con te, con la tua visione, che può essere mille volte più vera e potente della mia. Vivo nei tuoi occhi, con i miei occhi.
In che modo il tuo percorso autodidatta ha influenzato la libertà del tuo linguaggio artistico?
Forse perché sono figlio di miliardi di interessi che riverso nelle mie opere. Forse perché non ho avuto un’impronta scolastica precisa. Ho sempre fatto quello che volevo, con la massima libertà di sbagliare e sperimentare, senza dover rendere conto a nessuno. Io faccio le mie “cose” e se qualcuno ci si rivede, fidati, io sono felice. In questo maledetto mondo, se non servissero i soldi, regalerei i quadri: darei le opere solo se fossi sicuro che dentro di te muovono qualcosa. E l’ho fatto tante, tante volte.
Se dovessi definire il tuo senso di contemporaneo oggi, quali immagini o parole useresti?
Un incontro per strada. “Come stai? Chiedimelo tra 30 secondi.” Il mio concetto di contemporaneo.
Descriviti in tre colori.
Blu di Prussia, bianco di Titanio e qualsiasi sfumatura di carnicina.