Francesca Parziale

è un’attrice, autrice e regista di origini sannite, con un percorso artistico costruito tra formazione, teatro, cinema e scrittura. Si forma a Roma e all’estero, perfezionando le proprie competenze con…

BIOGRAFIA

#Francesca Parziale

è un’attrice, autrice e regista di origini sannite, con un percorso artistico costruito tra formazione, teatro, cinema e scrittura. Si forma a Roma e all’estero, perfezionando le proprie competenze con professionisti come Fabio Balsamo, Claudio Insegno, Monica Ward, Lisa London e Massimiliano Bruno.

Laureata con lode in Cinema, televisione e nuovi media e diplomata in recitazione in più lingue, sviluppa nel tempo una personalità artistica caratterizzata da versatilità, ironia e capacità di muoversi tra differenti linguaggi espressivi.

Un momento significativo del suo percorso arriva con il monologo “La differenza tra A e B”, scritto e interpretato dalla stessa Parziale, grazie al quale ottiene il plauso della giuria e il premio per la recitazione al Rumore Bim Festival. Il riconoscimento la porta fino a Los Angeles, dove il suo lavoro riceve gli apprezzamenti di Stanley Isaacs e della casting director Sandra Brosnan.

La sua versatilità attoriale e la sua ironia attirano anche l’attenzione del regista croato Stefan Knezovic, che la sceglie tra oltre quattrocento candidati come protagonista del cortometraggio sperimentale “Ernestina”. La sua interpretazione viene particolarmente apprezzata dal pubblico e le vale una nomination per la miglior performance attoriale al Pigneto Film Festival.

Parallelamente al cinema, Francesca Maria Sole Parziale porta avanti un intenso percorso teatrale. Tra le esperienze più significative figura la partecipazione al musical “Vlad Dracula” al Teatro Brancaccio, oltre all’esibizione al Teatro San Carlo di Napoli per la regia di Lello Arena.

La sua ricerca artistica si estende inoltre alla scrittura e alla regia, dimensioni che trovano espressione nello spettacolo “Pe mo a legge non è uguale pe tutti”, di cui è autrice, regista e protagonista. L’opera viene portata in scena in occasione della 47ª edizione di Benevento Città Spettacolo, confermando la volontà dell’artista di utilizzare il teatro non soltanto come spazio di intrattenimento, ma anche come luogo di confronto e riflessione.

Lo spettacolo viene definito da Otto Pagine come un lavoro fresco e coinvolgente, capace di alternare leggerezza ed emozione e di creare empatia con il pubblico, senza imporre una verità ma lasciando emergere interrogativi e riflessioni.

Attraverso recitazione, scrittura e regia, Francesca Maria Sole Parziale costruisce così un percorso multidisciplinare nel quale esperienze e linguaggi differenti si incontrano, facendo della capacità di raccontare storie e creare un rapporto diretto con il pubblico uno degli elementi centrali della sua identità artistica.

Sei attrice, autrice e regista: in quale di questi ruoli senti di riuscire a esprimere maggiormente te stessa?

Sicuramente nella parte attoriale. È la prima cosa per me. È sempre stata la mia vocazione e niente potrebbe mai equiparare. Non per esagerare ma la considero davvero la mia pelle e la parte più vera di me. Tuttavia, ho scoperto una passione molto forte per la scrittura e la regia negli ultimi anni e devo dire che mi dà grande gioia far coinciliare tutte e tre. Vedo l’arte come uno strumento di sfogo e fortunatamente è una caratteristica che ho individuato in ognuna di queste forme di espressione. Anche se, almeno nel mio caso, la regia e la scrittura rimangono sempre al servizio della recitazione e dubito che la cosa possa cambiare.

La tua formazione ti ha portata a lavorare con professionisti diversi, sia in Italia sia all’estero. Qual è l’insegnamento più importante che hai portato con te nel tuo percorso artistico?

L’importanza di dare il proprio punto di vista. Accogliere le direttive del regista ma allo stesso tempo diventare autonomi e riuscire a creare un mondo da una scena. Sostanzialmente è la valorizzazione della propria unicità che è stato l’insegnamento più importante per me. E, più di tutto, il fatto che nessun insegnante ha la verità in mano, ognuno ti dà il proprio feedback ma non corrisponde a una legge o a una sentenza che determina chi sei e/o chi puoi essere sulla scena/davanti alla mdp. Questa sicuramente è stata la lezione più liberatoria e allo stesso tempo più dolorosa da dover imparare.

Sei stata scelta tra oltre quattrocento candidati come protagonista di “Ernestina”. Cosa ti ha affascinato di questo progetto e quanto ti ha messa alla prova come attrice?

È stata una bella prova perché Ernestina è un personaggio che non parla, o meglio dice tanto nella sua testa ma poco al di fuori. Per questo doveva comunicare molto espressivamente ed era la cosa che mi interessava di più, che risultasse un personaggio vivo, presente e non “muto perché così vuole il regista”. La cosa che mi ha affascinato del corto era sicuramente l’ambizione del progetto, soprattutto visto che la nostra così come tutte le altre crew, stando alle regole del Pigneto Film Festival, aveva solo 144 ore di tempo per scrivere, girare e montare.

Hai avuto esperienze su palcoscenici importanti, dal Teatro Brancaccio al Teatro San Carlo di Napoli. Che rapporto hai con il teatro e cosa provi nel momento in cui entri in scena?

Mi sento molto felice. Starei sul palco h24. Amo instaurare un rapporto col pubblico e poter dire e fare cose che nella vita di tutti i giorni non potrei mai neanche pensare senza la maschera del personaggio. È quasi inspiegabile in realtà. Ho cominciato a recitare quando ero molto piccola, non potevo farne a meno ma contemporaneamente ero terrorizzata all’idea di lasciar trasparire la mia emotività. Da un po’ di tempo a questa parte però ho imparato a trasformare quella paura in adrenalina ed è assolutamente catartico nonché un benessere senza paragoni.

In “Pe mo a legge non è uguale pe tutti” sei contemporaneamente autrice, regista e protagonista. Come riesci a gestire questi tre sguardi differenti all’interno dello stesso spettacolo?

Non è stato facile: ho dovuto rivedere delle cose anche perché lo spettacolo mette insieme pezzi singoli che sono nati per eventi diversi (solo uno è stato scritto appositamente per l’occasione). Quindi ho avuto la necessità di reinterpretarli in maniera totalmente nuova e la fortuna di portarli in scena nel bellissimo chiostro di Santa Sofia, patrimonio dell’Unesco che con la sua stupenda architettura mi ha ispirato per rimodellare completamente il movimento delle performance. C’è da dire che per quanto un progetto possa essere di un singolo, bisogna dar conto anche ad altre persone e a volte non si è sulla stessa lunghezza d’onda. Ma alla fine lo scopo si raggiunge e quello è l’importante: il calore e la soddisfazione del pubblico non hanno prezzo. È stata la mia prima esperienza a teatro come regista (in precedenza ero stata aiuto regia) e mi ha fatto realizzare ancora di più quanto sia difficoltoso come ruolo. Soprattutto l’importanza di crearsi un team fidato con cui lavorare. È stato un lavoro davvero edificante e che mi ha sicuramente fatto capire diverse cose per il futuro.

Ironia ed emozione sembrano essere due elementi importanti del tuo linguaggio. Quanto ritieni che l’ironia possa diventare uno strumento per affrontare anche argomenti complessi o delicati?

Credo proprio che questa sia la mia massima di vita in realtà. O almeno lo sta diventando in modo sempre più consapevole. Non fraintendetemi: sono una grande fan del drama ma credo che l’ironia sia quel qualcosa che dà quel guizzo in più nell’arte e che incita alla riflessione su qualunque argomento. Gli artisti da cui sono stata più ispirata hanno sempre fatto un gran lavoro di bilanciamento tra gli opposti ed è un elemento che cerco di portare in ogni forma d’arte.

Cinema, televisione e teatro richiedono modalità interpretative differenti. In quale dimensione senti di essere maggiormente a casa e quale, invece, vorresti esplorare ancora di più?

Ho esplorato veramente poco la dimensione televisiva e mi piacerebbe sicuramente approfondire il rapporto. Certo dipende anche dal tipo di televisione. Soprattutto da quello in realtà. Teatro e cinema hanno dimora fissa nel mio cuore ma stare davanti alla macchina da presa per me non ha prezzo. Starei su un set ogni secondo di ogni minuto di ogni giorno. D’altra parte il cinema è stata la ragione per la quale a 6 anni mi sono avvicinata al mondo della recitazione e come si dice: “il primo amore non si scorda mai”. P.S. Soprattutto se sei laureata in materia è molto difficile che te lo dimentichi 😀

Guardando al futuro, quali nuove sfide vorresti affrontare e c’è un personaggio, una storia o un progetto che sogni un giorno di poter interpretare, scrivere o dirigere?

Vorrei sicuramente avere un ruolo importante in un lungometraggio che parli di un tema vero, sentito e vissuto da chiunque sia che lo scriverà e dirigerà. Sarebbe bello se fosse una narrazione fatta di commedia, dramma e, come dicevamo, di tanta ironia. Mi piacerebbe poi anche fare la famosa tripletta: scrivere, dirigere e recitare, tutto nello stesso film. E vorrei in quest’occasione poter raccontare, tramite delle esperienze personali, i disagi che attraversano la gioventù al giorno d’oggi. L’ho fatto già in “Pe mo a legge non è uguale pe tutti” ma per il cinema ho tutta un’altra idea narrativa, molto meno metaforica e decisamente più autobiografica. Non ho mai particolarmente apprezzato le narrazioni stereotipate sui giovani bellissimi che risolvono crimini o che vanno nelle scuole di lusso. Sono storie eccessivamente lontane dalla realtà quotidiana, per questo non riesco a rivedermici in alcun modo e da quello che so molti altri ragazzi condividono questo pensiero. Poi c’è da dire che sono pur sempre una romanticona e una gran sognatrice quindi un altro sogno nel cassetto è interpretare una principessa un giorno. Con tanto di storia romantica e animaletti parlanti. Ho interpretato una regina di recente a teatro e ho provato una forte emozione perché generalmente sono stata vittima di un po’ di typecasting. Cioè mi davano solo la parte della simpatica o della cattiva, mai della principessa “delicata”. Invece, è successo e ho scoperto che mi piace davvero tanto interpretare personaggi così. E anzi mi sono resa conto di essere molto giusta per ruoli del genere e parlo in particolar modo sulla base della risposta da parte del pubblico che è sempre sovrano.

Descriviti in tre parole.

Determinata, appassionata, umana

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