nasce a Lecco nel 1996. Laureata in Scienze dell’Educazione e attualmente impegnata in un master di scrittura creativa, coltiva fin da sempre una profonda passione per la parola scritta, intesa come strumento di ricerca, comprensione e trasformazione.
Nel febbraio 2026 esordisce con Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un’anima in fiamme, un’opera che affronta con autenticità e delicatezza tematiche complesse come il disturbo borderline di personalità, il rapporto con il corpo, la sofferenza psicologica e il percorso terapeutico, offrendo una voce sincera a esperienze spesso raccontate attraverso stereotipi.
Accanto alla scrittura autobiografica, esplora il racconto breve e la narrativa psicologica, concentrando la sua attenzione sulle fragilità umane, sui legami familiari e su quegli istanti quotidiani che, se osservati con sensibilità, rivelano significati universali. Convinta che la letteratura non debba fornire risposte, ma creare spazi di riconoscimento e condivisione, prosegue oggi il suo percorso sperimentando forme narrative diverse, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza personale in storie capaci di parlare anche agli altri.
Cosa rappresenta per te la scrittura nel tuo percorso personale e creativo?
La scrittura, per me, è prima di tutto uno sguardo. È il modo in cui provo a capire il mondo, gli altri e me stessa. Ci sono esperienze che, mentre le si vive, sembrano solo creare confusione; quando le scrivo, invece, iniziano a mostrare una forma. Non perché trovino una soluzione, ma perché finalmente riesco a guardarle da una prospettiva diversa. Per molto tempo ho pensato che scrivere significasse raccontare ciò che accade. Oggi credo che significhi soprattutto accorgersi di ciò che spesso passa inosservato: un gesto, una pausa, una frase detta a metà, il modo in cui un corpo reagisce prima ancora che una persona trovi le parole. Sono dettagli che, messi insieme, raccontano molto più di un evento. La scrittura è anche il luogo in cui posso permettermi di non avere tutte le risposte. Mi interessa più fare domande che dare spiegazioni. Credo che la letteratura non debba necessariamente indicare una strada, ma possa semplicemente accendere una luce su qualcosa che il lettore, magari, aveva sempre sentito senza riuscire a nominarlo. Dal punto di vista creativo, ogni storia è un esercizio di ascolto. Cerco di entrare nelle vite dei personaggi, anche quando questi parlano di me, con curiosità e senza giudizio. Mi piace pensare che scrivere significhi questo: restituire complessità alle persone, ricordare che nessuno coincide mai con la propria ferita, con una diagnosi o con l’episodio più difficile della propria vita. Se dovessi riassumere ciò che la scrittura rappresenta per me in una frase, direi che scrivo per guardare più a fondo, non per guardare più lontano. È lì che, quasi sempre, iniziano le storie che vale la pena raccontare.
Quanto è stato importante trasformare un’esperienza intima in un racconto condivisibile come Incastro emotivo?
È stato importante perché mi ha costretta a fare una distinzione che, all’inizio, non vedevo: raccontare la propria vita e fare letteratura non sono la stessa cosa. Ci sono esperienze che appartengono solo a chi le vive e altre che, attraverso la scrittura, possono diventare patrimonio di chi legge. Incastro emotivo è nato proprio da questo passaggio. Non volevo semplicemente raccontare ciò che mi era accaduto, ma cercare dentro quell’esperienza qualcosa che non appartenesse solo a me. La protagonista, Nina, nasce da me, ma non coincide con me. Mi ha permesso di prendere una certa distanza, di osservare la mia storia come si osserva quella di un personaggio: con più lucidità, ma anche con più compassione. È stato un modo per trasformare il dolore in una domanda universale, invece che in una confessione: Chi siamo quando smettiamo di identificarci con il nostro dolore? Ho scritto di salute mentale, di relazioni, di paura, di identità, ma non volevo che il libro parlasse soltanto di un disturbo. Volevo raccontare cosa significa cercare il proprio posto nel mondo quando ci si sente continuamente in bilico. Credo che, in fondo, sia un’esperienza che appartiene a molte più persone di quanto immaginiamo. La cosa che mi emoziona di più è quando qualcuno mi dice: “Non ho vissuto quello che racconti, eppure mi sono riconosciuto.” È in quel momento che capisco che una storia ha smesso di essere soltanto mia. Penso che la scrittura abbia questa possibilità straordinaria: partire da qualcosa di profondamente personale e arrivare a parlare di ciò che è profondamente umano. Quando succede, il libro non appartiene più all’autore. Comincia a vivere nella storia di chi lo legge.
In che modo la tua formazione in Scienze dell’Educazione influenza il tuo modo di scrivere e osservare le emozioni?
Credo mi abbia insegnato una cosa fondamentale: ogni comportamento ha una storia che ho imparato a indagare. Cerco di osservare le persone cercando di capire cosa ci sia dietro un gesto, un silenzio, una reazione apparentemente incomprensibile. La formazione pedagogica mi ha trasmesso uno sguardo che porto ancora oggi nella narrativa: quello della curiosità, tralasciando quello del giudizio. Quando costruisco un personaggio, non mi interessa stabilire se abbia ragione o torto. Mi interessa capire perché guarda il mondo in un certo modo, quali esperienze lo hanno portato fin lì, quali paure o desideri si nascondono dietro le sue scelte. Penso che questo abbia influenzato profondamente anche il mio modo di raccontare le emozioni. Queste, da sole, non mi bastano. Mi interessa il modo in cui prendono forma nel corpo, nelle relazioni, nelle parole che diciamo e, soprattutto, in quelle che non riusciamo a dire. Allo stesso tempo, quella formazione mi ha insegnato che nessuna persona può essere ridotta a una definizione. Vale nella vita e vale ancora di più nella letteratura. Forse è per questo che, quando scrivo, cerco di sospendere il giudizio e di lasciare spazio alla complessità: mi piace pensare che la narrativa possa fare quello che, a volte, nella vita quotidiana dimentichiamo di fare: concedere alle persone il tempo di essere comprese prima che interpretate.
Qual è stata la sfida più grande nell’affrontare temi delicati come il disturbo borderline nella tua opera?
La sfida più grande è stata trovare un equilibrio. Quando si scrive di salute mentale, il rischio è sempre quello di cadere in due estremi: trasformare la sofferenza in spettacolo oppure ridurla a una spiegazione clinica. Nessuna delle due strade mi apparteneva. Io non volevo raccontare una diagnosi. Volevo raccontare una persona. Il disturbo borderline fa parte della vita della protagonista, ma non esaurisce la sua identità. Nina ama, sbaglia, desidera, si arrabbia, ride, costruisce relazioni, si perde e si ritrova. Come tutti. Ridurla alla sua diagnosi sarebbe stato, in fondo, il modo più semplice per non conoscerla davvero. Ho sentito anche una grande responsabilità. Chi vive un’esperienza simile meritava di sentirsi rappresentato con rispetto e autenticità, mentre chi non la conosceva meritava uno sguardo capace di andare oltre gli stereotipi. Per questo, mentre scrivevo, cercavo continuamente di chiedermi se stessi raccontando la verità emotiva dei personaggi e non soltanto i fatti. È una differenza sottile, ma fondamentale. I fatti appartengono a una storia; la verità emotiva è ciò che permette a quella storia di parlare anche a chi non l’ha mai vissuta. Se il libro riesce a fare una cosa, spero sia questa: ricordare che dietro ogni etichetta diagnostica c’è sempre una persona. E che ogni persona è infinitamente più complessa della parola con cui proviamo a definirla.
Che tipo di relazione desideri instaurare con i lettori attraverso i tuoi testi?
Mi piacerebbe costruire una relazione fondata sulla fiducia. Quando leggiamo un libro, in qualche modo, affidiamo il nostro tempo, la nostra attenzione e una parte della nostra interiorità a qualcuno che non conosciamo. È un gesto intimo, e credo che uno scrittore debba averne grande rispetto. Non mi interessa che il lettore sia sempre d’accordo con quello che scrivo. Mi interessa, piuttosto, che si senta accolto nella complessità delle proprie emozioni. Se, leggendo una mia storia, qualcuno si sente meno solo, meno giudicato o semplicemente più libero di farsi una domanda su di sé, allora penso che tra noi si sia creato un dialogo autentico. Mi piace immaginare la lettura come un incontro a metà strada. Io porto una storia, ma il significato finale nasce dall’esperienza di chi legge. Anche per questo il finale di Incastro emotivo è aperto. Sono convinta che ogni lettore completi un libro con la propria storia e che due persone non leggano mai davvero lo stesso romanzo. Se dovessi descrivere il rapporto che sogno con i miei lettori, direi che non vorrei essere una voce che parla dall’alto, ma una presenza che cammina accanto. Per qualche pagina, il tempo di condividere uno sguardo sul mondo. E, in questo tempo, vorrei che chi mi legge si senta meno solo. Non perché io abbia le risposte, ma perché, per un certo periodo, abbia avuto la sensazione che qualcuno abbia trovato le parole per raccontare qualcosa che lui stesso non riusciva a esprimere.
Cosa cerchi in una storia per sentirla davvero autentica e necessaria da raccontare?
Cerco una verità emotiva. Non necessariamente una storia straordinaria, ma qualcosa che abbia dentro una ferita, una domanda, una contraddizione. Le storie che mi interessano sono quelle in cui il lettore può riconoscersi, anche quando raccontano vite lontane dalla sua. Credo che una storia diventi necessaria quando riesce a dare un nome a qualcosa che spesso rimane in silenzio: una paura, un dolore, una trasformazione, un desiderio. Per me scrivere significa soprattutto portare alla luce ciò che normalmente resta nascosto.
In che modo il racconto breve e la narrativa psicologica ti permettono di esplorare le fragilità umane?
Il racconto breve ha una forza particolare: riesce a fermare un istante, un dettaglio, una crepa. Non serve raccontare tutta una vita per mostrare qualcosa di profondamente umano; a volte basta un gesto, una frase detta nel momento sbagliato, un oggetto, un ricordo. La narrativa psicologica mi affascina perché permette di entrare nello spazio più complesso che abbiamo: quello interiore. Mi interessa raccontare persone imperfette, con le loro incoerenze, perché è proprio lì che spesso si nasconde la parte più autentica di noi.
Quanto conta per te lasciare spazio all’interpretazione del lettore senza dare risposte definitive?
Conta moltissimo. Non credo che la scrittura debba consegnare sempre delle risposte, soprattutto quando parla di temi profondi come il dolore, la fragilità o la crescita personale. Preferisco lasciare delle domande aperte, creare uno spazio in cui il lettore possa portare la propria esperienza e il proprio significato. Una storia, secondo me, non finisce quando si chiude l’ultima pagina: continua nella mente e nella vita di chi l’ha letta.
C’è un autore o un’opera che ha influenzato particolarmente il tuo approccio alla scrittura?
Ci sono molti autori che mi hanno accompagnata, ma più che imitare uno stile ho cercato di imparare da chi ha saputo raccontare l’essere umano nella sua complessità. Mi hanno influenzata soprattutto le scritture capaci di unire introspezione e quotidianità, quelle che riescono a trovare qualcosa di universale dentro esperienze molto personali, come, per esempio, la scrittura di Matteo Bussola. Amo gli autori che non hanno paura della vulnerabilità e che mostrano anche le parti più scomode dell’animo umano, come fa, per esempio, Chiara Gamberale. Di Paul Auster, invece, mi affascina il modo in cui intreccia identità, casualità e destino, mostrando come anche gli eventi più piccoli possano cambiare il corso di una vita. In Auster c’è, infatti, spesso l’idea che una vita possa prendere una direzione diversa per un dettaglio che sembra insignificante. Questo si lega molto alla mia idea di “incastro”: pezzi che arrivano, si rompono, si spostano e poi trovano un nuovo significato.
In che direzione immagini evolverà la tua ricerca narrativa nei prossimi anni?
Credo che continuerà a muoversi intorno alle persone e alle loro trasformazioni. Mi interessa raccontare ciò che accade quando qualcosa dentro di noi si rompe, ma anche quando lentamente trova un equilibrio nuovo. Dopo Incastro emotivo sento il desiderio di esplorare anche altre vite, non solo la mia, entrando sempre più nei territori della narrativa psicologica e delle relazioni umane. Vorrei continuare a scrivere storie capaci di creare connessioni, perché penso che la letteratura abbia ancora oggi un grande potere: farci sentire meno soli, e con questo, aprirci a una speranza inedita.
Descriviti in tre parole.
Curiosa, emotiva, in continua trasformazione.