Filippo Vassallo

nasce a Genova nel 1983 e costruisce il proprio percorso intrecciando ambiti espressivi differenti, dalla scrittura alla musica fino alle arti visive. Dopo il diploma in ragioneria, prosegue gli studi…

BIOGRAFIA

#Filippo Vassallo

nasce a Genova nel 1983 e costruisce il proprio percorso intrecciando ambiti espressivi differenti, dalla scrittura alla musica fino alle arti visive. Dopo il diploma in ragioneria, prosegue gli studi laureandosi in comunicazione, consolidando una formazione che influenzerà il suo approccio creativo.

La sua attività letteraria prende forma con la pubblicazione di “Cuori in affitto” per Aletti Editore e “Soltanto un gioco (o qualcosa di simile)” per Statale11 Editore, opere che testimoniano una sensibilità narrativa attenta alle dinamiche emotive e relazionali. Parallelamente, coltiva progetti musicali, alternando l’impegno artistico al lavoro e mantenendo una costante apertura verso linguaggi espressivi diversi.

L’approdo alle arti visive avviene nel 2010, segnando una nuova fase del suo percorso creativo. Da quel momento, Vassallo inizia a esporre sia in mostre collettive che personali, portando il proprio lavoro in diverse città italiane, tra cui Genova, Roma e alcune località della Toscana. La sua ricerca si sviluppa così in una dimensione multidisciplinare, in cui esperienze e linguaggi si contaminano, contribuendo a definire un’identità artistica in continua evoluzione.

Cos’è per te l’arte?
La forma comunicativa più diretta di tutte.

Qual è stato il passaggio che ti ha portato dalla scrittura e dalla musica alle arti visive nel 2010?
In verità una pura casualità, lavoravo con un gruppo artistico per il quale organizzavo eventi occupandomi dei testi e del contesto musicale ma, per una delle ultime uscite chi doveva occuparsi della scenografia si tirò indietro all’ultimo momento e.. dovetti improvvisarmi in un contesto col quale mi ero sempre confrontato ma senza mai davvero entrarci del tutto.. il problema fu che trovai la cosa talmente piacevole da svilupparne una dipendenza vera e propria.

In che modo la tua formazione in comunicazione influisce sul tuo modo di creare e raccontare attraverso l’arte?
Probabilmente in modo indiretto. Guardarsi intorno credo sia importante, dai cartelloni pubblicitari ai graffiti sui muri sono tutti messaggi che ti sta mandando qualcuno. Cercare di tradurli e farli propri è probabilmente sia una reazione personale che formativa da questo punto di vista.

C’è un filo conduttore che lega i tuoi libri, i progetti musicali e la tua produzione visiva?
Probabilmente la ricerca dell’immediatezza; lo scopo è quello di provare a colpire lo spettatore – non necessariamente in modo positivo – e cercare una reazione. Il piacere a tutti i costi non l’ho mai capito, così ho sempre cercato di fare qualcosa che avrei cercato in altri io per primo.

Come nasce un tuo lavoro artistico: parti da un’idea, da un’emozione o da un’immagine?
Mi rendo conto possa sembrare un maldestro tentativo di aggirare la domanda ma il mio povero cervello si basa proprio sull’interscambio continuo di queste tre cose senza un ordine preciso, anzi. E’ totalmente casuale in quanto – se possibile – non amo studiare a tavolino qualcosa prima di realizzarla ma finisco per ritrovarmi a seguire quello che via via viene fuori: la speranza è di essere sorpreso, ma accade sempre troppo di rado.

Che ruolo ha la parola oggi nel tuo percorso, dopo l’approdo alle arti visive?
Assolutamente centrale, non a caso spesso ricorro proprio alle parole come parte integrante di un lavoro, trovo molto interessante infatti che dai geroglifici ai kanji nipponici immagine e parola siano fondamentalmente la stessa cosa.

Esporre tra Genova, Roma e la Toscana ha influenzato la tua ricerca artistica?
Non credo, in realtà il luogo di esposizione è una variabile alla quale mi trovo a pensare solo per quanto concerne la logistica lavorativa ma non va ad interferire con quello che frulla nella mia maledetta testolina.

Quali sono i temi che senti più urgenti da esplorare attraverso la tua arte?
L’attualità sociale e la sua dimensione umana. Credo che sia inevitabile il ritrovarsi a fare i conti con quanto ci circondi, ne siamo influenzati e – per certi versi – credo che sia anche nostro compito dare agli altri una prospettiva personale sulla realtà che viviamo giorno dopo giorno.

C’è un artista o un movimento che ha segnato in modo particolare il tuo percorso?
Sicuramente Basquiat ed il Punk, due fulmini a ciel sereno che hanno completamente dato un senso ed una dimensione a ciò che sentivo e vivevo come essere umano.

Come vivi il rapporto tra dimensione personale e pubblico nelle tue opere?
Malissimo, non so dirlo diversamente. Esporsi è semplice tanto quanto dare una propria versione della realtà, la parte che mi mette estremamente a disagio sta nel fatto di ritrovarsi inevitabilmente a dover “spiegare” qualcosa che – per come vivo le cose – se non arriva da solo non ha nemmeno senso il dover essere “tradotto”. Non a caso a molte mostre ho preferito non presenziare. In un mondo in cui sembra poi aver maggior peso la propria faccia rispetto a quanto si abbia o meno da dire, ringraziamo i social, più passa il tempo e più cerco di separare il privato dal pubblico. Mi interesso al messaggio, meno a chi sia a riportarlo, ecco.

Qual è la sfida più grande che hai incontrato nel costruire un percorso multidisciplinare?
In realtà credo che mi sarebbe impossibile fare diversamente, sono tutti aspetti dello stesso “gioco”, può cambiare la forma ma, almeno per come la vivo, il contesto comunicativo è fondamentalmente lo stesso. Contano le emozioni ed i sensi, per quello immagino non abbia mai visto differenze reali in questi contesti.

Stai lavorando a nuovi progetti o contaminazioni tra linguaggi diversi?
E’ quello che cerco di fare ogni volta, o che mi ritrovo a fare. Mischiare, contaminare e frullare insieme cose diverse ti apre sempre nuove prospettive che in un contesto più chiuso, non avresti mai modo di prendere in considerazione.

Descriviti in tre colori.
Nero (so che formalmente non è considerato un colore ma.. in barba alla forma lo uso tantissimo), rosso.. e bianco.

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