è una tatuatrice originaria del sud Italia, il cui percorso artistico nasce da una passione coltivata fin dall’infanzia per il disegno e la creatività. Cresciuta osservando il padre trasformare semplici fotografie in caricature e personaggi immaginari, sviluppa presto il desiderio di esprimersi attraverso l’arte, iniziando a disegnare da autodidatta e in modo spontaneo.
Nel tempo, grazie anche allo sguardo e al sostegno delle persone che hanno creduto nel suo talento, prende consapevolezza delle proprie capacità, trasformando quella passione iniziale in una direzione professionale. Il passaggio dal disegno al tatuaggio avviene in modo naturale, segnando l’inizio di un percorso più strutturato.
La sua carriera da tatuatrice prende forma all’interno di uno studio di Bari, dove trascorre tre anni fondamentali per la sua crescita, sia sul piano tecnico che umano. È proprio in questa fase che scopre il valore profondo del tatuaggio, inteso non solo come espressione estetica, ma come strumento di guarigione e narrazione personale.
Per Federica Losito, tatuare significa entrare in relazione con le storie degli altri, diventando un ponte tra il segno inciso sulla pelle e l’esperienza emotiva di chi lo sceglie. Il suo lavoro si configura così come un atto artistico e umano insieme, capace di trasformare il corpo in un luogo di memoria, identità e rinascita.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un modo di comunicare. È riuscire a dare una forma a qualcosa che magari dentro di noi non riusciamo a spiegare a parole. È un modo per raccontare quello che sentiamo, quello che viviamo, quello che siamo. E credo che la cosa più bella dell’arte sia proprio questa: riuscire a creare una connessione, anche senza conoscersi davvero.
Qual è stato il momento in cui hai capito che il tatuaggio sarebbe diventato la tua strada?
In realtà non c’è mai stato un momento preciso. Il disegno è sempre stato parte della mia vita, fin da quando ero bambina. Ho sempre avuto bisogno di disegnare, era il mio modo naturale di esprimermi. Quando ho iniziato a tatuare, ho semplicemente trovato un modo per portare quella parte di me sulla pelle delle persone. Con il tempo ho capito che quello era esattamente il posto in cui volevo essere.
In che modo il disegno autodidatta ha influenzato il tuo stile come tatuatrice?
Credo tantissimo. Essere autodidatta mi ha permesso di costruire il mio percorso in maniera molto istintiva e personale. Ho imparato soprattutto osservando, disegnando continuamente e cercando di capire cosa mi emozionava davvero. Il mio stile è nato lentamente, attraverso tutte le cose che ho amato negli anni: la natura, i fiori, le forme ornamentali, il corpo, le figure femminili. Ancora oggi, prima di essere una tatuatrice, mi sento una persona che disegna.
Quanto è importante per te il legame tra artista e cliente durante il processo di creazione di un tatuaggio?
Per me è una delle parti più importanti di questo lavoro. Quando una persona sceglie di farsi tatuare da me, mi sta affidando qualcosa di molto personale. A volte una storia, un ricordo, una parte di sé che magari non ha mai raccontato a nessuno. Mi piace creare un rapporto di fiducia e sentire che dall’altra parte c’è qualcuno che si sente veramente ascoltato. È da lì che nasce il tatuaggio più bello, secondo me.
Cosa significa per te considerare il tatuaggio come uno strumento di guarigione?
Non penso che un tatuaggio possa guarire una persona, ma credo che possa accompagnarla. Può aiutare a dare un nuovo significato a qualcosa che ha fatto male, a trasformare un ricordo difficile in qualcosa di bello, oppure semplicemente a sentirsi di nuovo padroni del proprio corpo. Mi piace pensare che la pelle possa diventare un luogo in cui lasciare qualcosa che ci appartiene, ma anche in cui iniziare una nuova fase.
Qual è stata la lezione più importante che hai imparato durante i tuoi primi anni nello studio di Bari?
Sicuramente che non si smette mai di imparare. Quando ho iniziato ero molto giovane e avevo tantissimo da imparare, non solo tecnicamente. Ho capito che servono pazienza, costanza e tanta umiltà. E soprattutto ho imparato ad avere rispetto per il corpo delle persone, perché ogni corpo è diverso e ogni tatuaggio deve trovare il suo posto giusto.
Come nasce l’idea di un tatuaggio quando lavori con una persona?
La prima cosa che faccio è ascoltare. Mi interessa capire chi ho davanti, cosa vuole raccontarmi e perché sente il bisogno di portare quella cosa sulla pelle. Poi cerco di tradurre tutto questo nel mio linguaggio. Non mi piace semplicemente prendere un’idea e disegnarla: mi piace interpretarla. A volte parto da un ricordo, da una sensazione o da una parola e da lì comincio a costruire qualcosa.
C’è una storia o un tatuaggio che ti ha segnato particolarmente nel tuo percorso?
Ce ne sono tantissimi. Forse più che un singolo tatuaggio, sono le persone che ho incontrato a segnarmi. Ci sono state persone che mi hanno raccontato cose molto intime e che hanno avuto il coraggio di mostrarmi parti di sé molto delicate. Sono esperienze che mi porto dentro. È anche per questo che è nato Sottopelle: dal desiderio di raccontare tutto quello che esiste dietro un tatuaggio e che spesso non si vede.
In che modo trasformi le emozioni e le esperienze dei clienti in segni sulla pelle?
Cerco di non rappresentare sempre le emozioni in modo letterale. Mi piace tradurle attraverso forme, movimenti, simboli e immagini. Una sensazione può diventare un fiore, una linea, una composizione o un elemento della natura. Mi affascina proprio questo passaggio: prendere qualcosa di completamente invisibile e trasformarlo in qualcosa che possa essere visto e portato sulla pelle.
Qual è la sfida più grande nel tuo lavoro oggi?
Credo che sia continuare a crescere senza perdere me stessa. Dopo tanti anni sento ancora il bisogno di sperimentare e di evolvermi, ma allo stesso tempo voglio rimanere fedele a quello che sono. Vorrei continuare a cercare, senza sentire la necessità di seguire quello che fanno gli altri. La parte più difficile, ma anche più bella, è trovare continuamente nuovi modi per raccontare il mio mondo.
Come riesci a mantenere un equilibrio tra creatività personale e richieste dei clienti?
Per me è un dialogo. La persona arriva con la sua storia e con ciò che immagina, io porto il mio modo di vedere e di creare. Cerco di trovare un punto d’incontro tra queste due cose. Non mi piace imporre la mia visione, ma allo stesso tempo credo che chi sceglie di tatuarsi da me lo faccia proprio perché si riconosce nel mio mondo. La cosa più bella è quando le due cose riescono a incontrarsi.
Cosa cerchi di trasmettere attraverso il tuo lavoro oltre all’aspetto estetico?
Vorrei che i miei tatuaggi avessero qualcosa che rimane anche dopo averli guardati. Mi piace pensare che possano raccontare una parte della persona che li porta, anche senza che questa debba spiegare nulla. Cerco di creare qualcosa che sia bello, sì, ma soprattutto che abbia un significato e che possa continuare a emozionare nel tempo.
Come immagini l’evoluzione del tuo stile nei prossimi anni?
Mi immagino ancora in movimento. Non so esattamente dove mi porterà il mio stile, e forse è proprio questo che mi piace. So che voglio continuare a esplorare il rapporto tra natura, corpo e ornamento e trovare nuove forme per raccontarlo. Mi piacerebbe che i miei tatuaggi diventassero sempre più parte del corpo, come se fossero nati insieme alla persona e non semplicemente appoggiati sulla pelle.
Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la carriera di tatuatore?
Di avere pazienza. Di disegnare tantissimo e di non avere paura di essere diversi. Oggi è molto facile guardare quello che fanno gli altri e cercare di seguirne la strada, ma credo che la cosa più importante sia trovare la propria. La tecnica si può imparare, ma trovare la propria voce richiede tempo. E soprattutto, non bisogna mai smettere di essere curiosi.
Quanto conta l’aspetto umano rispetto a quello tecnico nel tuo mestiere?
Per me sono entrambe fondamentali, ma senza la parte umana la tecnica da sola non basta. Puoi essere bravissimo a tatuare, ma se non sai ascoltare la persona che hai davanti ti manca una parte importantissima di questo lavoro. Quando tatui qualcuno entri inevitabilmente in uno spazio molto intimo della sua vita. Per me è un privilegio e va trattato con rispetto.
Se dovessi descrivere il tuo approccio al tatuaggio con tre parole, quali sceglieresti?
Ascolto, sensibilità e trasformazione. Ascolto, perché tutto parte dalla persona che ho davanti. Sensibilità, perché cerco di sentire e comprendere quello che mi viene raccontato. Trasformazione, perché è quello che cerco di fare con ogni storia: trasformare qualcosa di interiore in qualcosa che possa vivere sulla pelle.