conosciuta artisticamente come Pegu, è una pittrice, artista e curatrice italiana nata e cresciuta a Varese. Fin da giovane manifesta una forte inclinazione per l’arte, intraprendendo un percorso formativo che la porta a trasferirsi in Toscana, dove consolida le basi della propria sensibilità creativa. Nel 2004 si diploma presso l’Istituto d’Arte di Pisa, proseguendo poi la propria formazione con una specializzazione in Shoe Design e conseguendo un Master nella stessa città.
Dopo gli studi, intraprende un’esperienza professionale come shoe designer per un’azienda di Miami, approfondendo il rapporto tra creatività, forma, colore e ricerca estetica. Questo passaggio contribuisce a definire un approccio progettuale che, negli anni successivi, confluirà nella sua pratica pittorica. Dopo un lungo periodo trascorso in Italia, circa due anni fa si trasferisce nell’area di Washington, D.C., dove avvia una nuova fase del proprio percorso artistico, dedicandosi con maggiore intensità alla pittura.
La sua produzione nasce dall’incontro tra le radici italiane e l’esperienza americana. Lavora principalmente con acrilico e olio, realizzando ritratti, figure femminili, paesaggi marini e composizioni caratterizzate da una forte componente simbolica ed emozionale. Il colore assume un ruolo centrale nella sua ricerca, diventando strumento espressivo attraverso cui esplora temi legati alla forza femminile, all’identità, alla memoria, alle emozioni, alla libertà e al legame con le proprie origini.
Nel 2026 fonda e cura l’Italian-American Art Circle, un progetto nato con l’obiettivo di creare un ponte culturale tra Italia e Stati Uniti attraverso l’arte. Il primo progetto, “Radici / Roots – Celebrating Italian Creativity in the USA”, viene presentato presso la Glenview Mansion Art Gallery di Rockville, Maryland, tra marzo e maggio 2026, riunendo undici artisti italiani residenti nell’area di Washington, D.C., Maryland e Virginia. La mostra racconta, attraverso linguaggi e visioni differenti, l’esperienza di chi ha lasciato l’Italia per costruire una nuova vita all’estero, esplorando il rapporto con la memoria, l’identità e il senso di appartenenza.
Parallelamente all’attività curatoriale, sviluppa rapidamente la propria presenza espositiva nell’area del Washington Metropolitan Area, partecipando a numerose mostre ed eventi tra Washington, D.C., Maryland e Virginia. Espone in diversi spazi, tra cui Glenview Mansion a Rockville, Friendship Village, Chevy Chase Village Center, Naval Center a Washington, Kensington Park Library, Oasis Art Gallery a Bethesda, Goldman Gallery a Rockville, Via Roma Ristorante a Washington, Pancakes & Booze a Washington e Windridge Vineyards a Darnestown. Prende inoltre parte a iniziative come Wheaton Art Parade, Art Walk Chevy Chase e WAWV10 – Windows on Wisconsin Avenue.
Presso Glenview Mansion riceve il Third Prize in una mostra giurata nella categoria Oils & Acrylics, un riconoscimento significativo nel suo percorso artistico negli Stati Uniti. Il suo lavoro viene raccontato anche dal giornale United States of Italy attraverso un’intervista dedicata alla sua esperienza, mentre una delle sue opere viene utilizzata come immagine promozionale sul sito di East City Art.
Tra gli appuntamenti più recenti figura l’evento del 4 ottobre 2026 presso Divino Restaurant a Washington, D.C., organizzato nell’ambito delle attività dell’Italian-American Art Circle e dedicato alla promozione della cultura italiana attraverso l’arte. Attraverso questo progetto, Federica Giove affianca alla pratica artistica un ruolo attivo come curatrice e promotrice culturale, creando occasioni di incontro tra artisti e pubblico e contribuendo alla diffusione dell’arte italiana nel contesto americano.
Il suo percorso si sviluppa come un dialogo continuo tra Italia e Stati Uniti, tra memoria e presente, tra identità e trasformazione. La sua pittura traduce questo intreccio in immagini cariche di colore, simbolismo e sensibilità personale, restituendo un racconto visivo in cui esperienze, emozioni e radici culturali si fondono in una narrazione coerente e riconoscibile. Oggi continua a operare nell’area di Washington, D.C., portando avanti la propria ricerca pittorica e sviluppando nuovi progetti attraverso l’Italian-American Art Circle, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra cultura italiana e realtà internazionale.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è prima di tutto un modo di esprimere ciò che sento. È un linguaggio che mi permette di raccontare emozioni, esperienze, ricordi e pensieri che a volte è difficile esprimere attraverso le parole. La pittura è diventata per me una forma di libertà, ma anche un modo per entrare in contatto con le persone. Quando qualcuno guarda un mio quadro e riesce a riconoscervi un’emozione propria, sento che l’opera ha raggiunto il suo obiettivo.
Come nasce il tuo nome d’arte “Pegu” e cosa rappresenta per te nel tuo percorso artistico?
Pegu nasce quando avevo 16 anni. Alcuni miei amici iniziarono a chiamarmi così, come un soprannome, e da allora è rimasto con me. Sono passati circa 25 anni e quelle persone continuano ancora oggi a chiamarmi Pegu. Con il tempo questo nome è diventato molto più di un semplice soprannome: è diventato parte della mia identità. Quando ho iniziato a costruire il mio percorso artistico, ho sentito che Pegu rappresentava perfettamente anche quella parte di me più libera, creativa e istintiva. Per questo oggi firmo le mie opere come Pegu.
In che modo il passaggio dall’Italia agli Stati Uniti ha influenzato la tua visione e il tuo linguaggio pittorico?
Il trasferimento negli Stati Uniti ha cambiato molto il mio modo di guardare me stessa e la mia arte. Quando vivi lontano dal tuo Paese, inizi a percepire le tue radici in maniera diversa. Io sono cresciuta in Italia, ho vissuto per molti anni in Toscana e l’Italia fa profondamente parte della mia identità. Arrivando negli Stati Uniti ho iniziato a guardare tutto questo con maggiore consapevolezza. La distanza ha fatto emergere ancora di più il legame con i luoghi, i colori, la cultura e i ricordi italiani. Allo stesso tempo, vivere nell’area di Washington, D.C., una realtà molto internazionale e multiculturale, mi ha aperto a nuove esperienze e a nuove forme di espressione. Credo che oggi il mio lavoro sia proprio il risultato di questo incontro tra due mondi: le mie radici italiane e la mia nuova vita americana.
Quali emozioni o esperienze personali senti più urgenti da tradurre in pittura oggi?
Oggi sento il bisogno di raccontare soprattutto la forza, l’identità, la rinascita e il desiderio di libertà. Mi interessa molto raccontare le emozioni che nascono dai cambiamenti importanti della vita: lasciare qualcosa alle proprie spalle, ricominciare, affrontare qualcosa di nuovo e trovare il proprio posto. Anche la nostalgia ha un ruolo importante. Vivendo lontana dall’Italia, alcune cose che prima davo per scontate sono diventate ancora più preziose. Attraverso la pittura posso trasformare questa nostalgia in qualcosa di positivo e condivisibile.
Il colore ha un ruolo centrale nelle tue opere: come scegli le palette e che relazione hanno con il tuo stato emotivo?
Il colore è una delle parti più importanti del mio linguaggio. Mi piace utilizzare colori intensi e vivaci perché voglio che le mie opere trasmettano energia e che possano creare una sensazione positiva anche nello spettatore. La scelta dei colori dipende molto dall’emozione che voglio comunicare. A volte parto proprio da un colore e costruisco intorno a quello tutta l’opera. Non sempre è una scelta razionale: spesso è qualcosa che sento istintivamente. Anche quando affronto temi profondi o malinconici, tendo a utilizzare il colore per cercare una luce, una speranza, una forma di rinascita.
Quanto ha inciso la tua esperienza nel mondo del design, in particolare nello shoe design, sulla tua ricerca artistica?
Ha inciso molto. Ho studiato design e ho frequentato un master in Shoe Design a Modartech, a Pontedera. Successivamente ho lavorato come shoe designer e stylist per un’azienda di Miami. Quell’esperienza mi ha insegnato moltissimo sulla composizione, sulle proporzioni, sulle forme, sui dettagli e sull’importanza dell’equilibrio visivo. Anche oggi, quando dipingo, penso molto alla composizione dell’immagine. Il design mi ha dato una disciplina progettuale, mentre la pittura mi permette di essere molto più libera e istintiva. Credo che queste due parti convivano ancora nel mio lavoro.
Le tue figure femminili raccontano spesso forza e identità: da dove nasce questa esigenza narrativa?
La figura femminile è molto presente nella mia ricerca perché mi interessa raccontare le diverse sfaccettature dell’essere donna. Non necessariamente una donna perfetta o invincibile, ma una donna che può essere forte e fragile allo stesso tempo. Mi interessa soprattutto raccontare l’identità, la consapevolezza e la capacità di andare avanti. Le mie figure femminili sono spesso simboliche: attraverso di loro cerco di raccontare emozioni e situazioni che possono appartenere a molte donne.
Come si sviluppa il tuo processo creativo, dall’idea iniziale alla realizzazione finale dell’opera?
Spesso l’idea nasce da una fotografia, da un’immagine, da un ricordo o semplicemente da una sensazione. Inizio pensando alla composizione e ai colori, ma poi lascio che il dipinto si sviluppi durante il lavoro. Non seguo sempre un percorso completamente programmato. Una parte importante del mio processo è l’istinto. A volte il risultato finale è molto diverso da quello che avevo immaginato inizialmente, e questo per me è uno degli aspetti più belli della pittura.
Con l’Italian-American Art Circle hai creato un ponte culturale: cosa ti ha spinto a diventare anche curatrice e promotrice?
Quando sono arrivata negli Stati Uniti ho sentito ancora più forte il legame con la mia cultura italiana. Ho capito che l’arte poteva diventare uno strumento per raccontare l’Italia agli americani, ma anche per mettere in contatto persone, artisti e comunità. Da questa esigenza è nato l’Italian-American Art Circle. Ho sentito il desiderio non solo di essere artista, ma anche di creare opportunità per altri artisti e di costruire un ponte culturale attraverso l’arte. Per me essere curatrice e promotrice significa creare occasioni di incontro e dare visibilità a storie, identità e culture diverse.
Nel progetto “Radici / Roots”, quale messaggio pensi sia arrivato più forte al pubblico?
Credo che il messaggio più forte sia stato quello dell’appartenenza. Le radici non sono qualcosa che ci impedisce di crescere: sono qualcosa che ci accompagna. Possiamo vivere lontano dal Paese in cui siamo nati, costruire una nuova vita e allo stesso tempo continuare a portare dentro di noi la nostra storia. “Roots” racconta proprio questo: il rapporto tra ciò che siamo stati, ciò che siamo oggi e ciò che stiamo diventando.
Cosa significa per te oggi il concetto di “radici” vivendo tra due culture diverse?
Per me le radici significano identità, memoria e appartenenza. Vivere tra Italia e America mi ha fatto capire che non è necessario scegliere una sola parte di noi. Io sono italiana, la mia storia è italiana, ma oggi vivo una realtà americana che è diventata parte del mio percorso. Queste due culture convivono dentro di me e influenzano anche il mio modo di vedere e di fare arte.
Quali differenze hai percepito tra la scena artistica italiana e quella dell’area di Washington, D.C.?
Una delle differenze che ho percepito maggiormente è il modo in cui qui nell’area di Washington, D.C. l’ambiente artistico è molto aperto e multiculturale. Ho incontrato persone provenienti da Paesi e culture diverse e ho trovato molte occasioni di collaborazione e di incontro. In Italia esiste invece un rapporto fortissimo con la storia dell’arte e con la tradizione. È una ricchezza enorme, perché veniamo da un patrimonio artistico straordinario. Io mi sento fortunata a poter vivere entrambe queste realtà: la tradizione italiana e l’apertura internazionale americana.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legata perché rappresenta un momento di svolta nel tuo percorso?
Ci sono diverse opere importanti per me, ma The Painted Veil è sicuramente una di quelle a cui sono più legata. È un’opera che rappresenta molto bene il mio linguaggio: la figura femminile, il simbolismo, il colore e una certa dimensione di mistero. La considero significativa perché sento che racchiude molti degli elementi che oggi riconosco come parte della mia identità artistica.
Quali sono le sfide più grandi che hai affrontato nel costruire la tua carriera artistica all’estero?
La sfida più grande è stata ricominciare. Arrivare in un nuovo Paese significa ricostruire relazioni, conoscere un nuovo ambiente, imparare come funziona il sistema artistico e cercare il proprio spazio. Anche la lingua è stata una sfida, così come la distanza dalle persone e dalle realtà che conoscevo in Italia. Ma proprio queste difficoltà mi hanno insegnato a essere più determinata e intraprendente. Ho imparato che, quando non trovi una strada già pronta, puoi anche provare a costruirla tu.
In che modo il pubblico americano recepisce la tua arte rispetto a quello italiano?
Ho trovato nel pubblico americano molta curiosità e apertura. Le persone spesso si avvicinano alle mie opere e sono interessate a conoscere la storia che c’è dietro. Credo che la mia identità italiana sia un elemento che incuriosisce molto, soprattutto perché oggi la mia arte nasce dall’incontro tra la mia cultura d’origine e la mia esperienza americana. In Italia, invece, alcuni riferimenti culturali e artistici sono immediatamente riconoscibili perché appartengono alla nostra storia. Negli Stati Uniti sento che la mia storia personale diventa parte integrante del racconto dell’opera.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi, sia come artista sia come curatrice?
Come artista voglio continuare a crescere e a sviluppare un linguaggio sempre più personale. Voglio continuare a sperimentare, senza perdere però gli elementi che ormai sento profondamente miei: il colore, la figura, il simbolismo e le emozioni. Vorrei continuare a esporre nell’area di Washington, D.C. e negli Stati Uniti, creando allo stesso tempo opere che possano arrivare a un pubblico sempre più ampio. Come curatrice, il mio obiettivo è far crescere l’Italian-American Art Circle e continuare a creare occasioni di incontro tra artisti e comunità. Vorrei che diventasse sempre più un vero ponte tra la cultura italiana e quella americana. In fondo, sia come artista sia come curatrice, quello che voglio fare è raccontare storie e creare connessioni attraverso l’arte.