Edvige Cecconi Meloni

nata a Urbino nel 1993, sviluppa il proprio percorso tra arti visive, teatro e ricerca curatoriale. Si forma allo IUAV di Venezia, dove approfondisce le Arti Visive e il Teatro,…

BIOGRAFIA

#Edvige Cecconi Meloni

nata a Urbino nel 1993, sviluppa il proprio percorso tra arti visive, teatro e ricerca curatoriale. Si forma allo IUAV di Venezia, dove approfondisce le Arti Visive e il Teatro, per poi conseguire la laurea magistrale in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.

La sua ricerca si muove tra linguaggi artistici e letterari, con un’attenzione particolare alla scrittura come forma di relazione e di memoria. La tesi di laurea è dedicata al carteggio tra la poetessa Cristina Campo e lo scrittore Alessandro Spina, avvenuto a partire dagli anni Sessanta e successivamente pubblicato, approfondendo il valore della lettera come spazio intimo di pensiero, dialogo e costruzione culturale. Questo interesse per l’epistolario rafforza una pratica che intreccia arte, parola e indagine critica, ponendo al centro il rapporto tra comunicazione, identità e tempo.

Cos’è per te l’arte?

Non so rispondere, davvero, ma se devo provare a configurarla la penso come una stanza. Una grande eterotopia nella quale tutto si può costruire e decostruire. Ma soprattutto dove ci possa commuovere. Ci tengo tantissimo alla commozione, nel senso puro di commotio, come “movimento, scuotimento”. Ma anche inevitabilmente di divertimento, anche in questo caso, in senso puro, divertere, quindi entrare in uno spazio altro e volgere le spalle alla realtà. Si potrebbe dire che è una divertente commozione!?

Come si intrecciano nel tuo percorso le arti visive, il teatro e la pratica curatoriale?

Il teatro è sempre stato parte dell’ambiente dei miei genitori, e in me resta come un piccolo seme interno che, di tanto in tanto, germoglia e getta i suoi frutti sul mio lavoro. Questa presenza originaria si gestisce in maniera indipendente, mentre la curatela è stata parte del mio percorso di studi, un modo per comprendere le opere, gli archivi e le relazioni tra artisti e pubblico. Allo stesso tempo, sono affascinata dagli artisti che assumono un ruolo demiurgo, capaci di costruirsi in autonomia, dall’idea alla realizzazione, creando mondi completi e coerenti con la loro visione. Dando un senso totale e organico.

Cosa ti ha spinto a concentrare la tua ricerca sul rapporto epistolare tra Cristina Campo e Alessandro Spina?

Mi hanno rapita (realmente), perché entrambi hanno abitato fuori dal tempo e dallo spazio, come se scrivessero da una distanza che non è evasione ma fedeltà a qualcosa di più alto. Nel loro carteggio non c’è urgenza di appartenere: c’è piuttosto una solitudine scelta, padroneggiata con rigore. Ed è forse per questo che sono rimasti immensi, perché la loro parola non invecchia, non si consuma, continua a stare.

Che valore attribuisci oggi alla lettera come forma di comunicazione e pratica artistica?

Attribuisco alla lettera un valore centrale, perché la ricerca verte proprio sui rapporti epistolari, sulle postille, sugli archivi: luoghi minori solo in apparenza, in cui il pensiero si deposita e resiste. La lettera è per me una forma di tempo incarnato, una scrittura che porta con sé l’attesa, la distanza, la traccia di chi ha scritto. Come pratica artistica, diventa uno spazio in cui l’intimità non è confessione, ma forma e significato.

In che modo la scrittura e la parola influenzano il tuo modo di pensare e fare arte?

La scrittura e la parola influenzano il modo di pensare come una disciplina dell’attenzione. Scrivere significa rallentare il pensiero, costringerlo a prendere corpo. La parola è una soglia: non accompagna il lavoro, lo fonda.

Quali temi senti più urgenti da indagare nella tua ricerca visiva e curatoriale?

Urgente nulla, indispensabile, piuttosto. L’unico vero tema si svela al mattino, quando si ha voglia di attraversare un foglio bianco.

Come immagini l’evoluzione futura del tuo lavoro tra ricerca teorica e pratica artistica?

“Che le rose fioriscano sul tuo sentiero.” Mi viene da dire così, come Pavese salutava in una lettera l’amico Bobbio. Un augurio di bellezza e fortuna, che mi faccio da sola!

Descriviti attraverso tre parole chiave.

Epistolografia, segno e Cynar.

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