Edoardo Valeriani

nato a Roma il 15 luglio 1991, Edoardo Valeriani è un attore, comico, cabarettista e speaker radiofonico, un artista eclettico e poliedrico che unisce una solida preparazione accademica a una…

BIOGRAFIA

#Edoardo Valeriani

nato a Roma il 15 luglio 1991, Edoardo Valeriani è un attore, comico, cabarettista e speaker radiofonico, un artista eclettico e poliedrico che unisce una solida preparazione accademica a una naturale inclinazione per la comicità, il cabaret e il varietà. Il suo percorso formativo prende forma nella capitale, dove si diploma presso un’accademia cinematografica e completa il corso teatrale biennale di laboratorio sperimentale presso il Teatro Garbatella, ex Ambra. Nel corso degli anni sviluppa competenze artistiche trasversali, affinando la propria preparazione nella recitazione, nell’improvvisazione, nel canto, nella danza, nella mimica e nella poesia.

Il teatro rappresenta uno dei principali ambiti della sua attività professionale. Nel corso della carriera calca i palcoscenici di importanti teatri romani e regionali, prendendo parte a numerose commedie e spettacoli di successo. Tra le esperienze più significative figura quella al Puff, storico punto di riferimento del cabaret romano, dove è stato uno degli artisti più giovani degli ultimi anni. Continua tuttora a lavorare come attore, autore e regista, portando avanti una ricerca espressiva che spazia dalla comicità alla scrittura teatrale.

Parallelamente all’attività sul palcoscenico, Valeriani si afferma anche in televisione, dove partecipa come personaggio comico, monologhista e attore al programma Finalmente è su Lazio TV. Il suo percorso comprende inoltre diverse esperienze cinematografiche, con la partecipazione a cortometraggi, e un’importante attenzione verso il sociale. In questo ambito ha ideato, scritto e diretto, ricoprendo anche i ruoli di autore, attore e regista, cinque video di pubblicità progresso realizzati per le ACLI e la Polizia di Stato, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno delle truffe agli anziani. Un impegno che testimonia la volontà di mettere il proprio talento artistico al servizio della collettività. Accanto all’attività professionale, si dedica anche alla formazione delle nuove generazioni, insegnando recitazione teatrale presso l’associazione Punto & Virgola – Energia Teatrale.

La sua versatilità trova spazio anche nel mondo radiofonico, dove tra il 2020 e il 2023 è protagonista di diversi programmi, tra cui A tutto Puff su NSL Radio TV e Pronti partenza Puff su RID FM 96.8 e Radio Puff Web Radio, collaborando con numerosi protagonisti del cabaret e della musica. La radio diventa così un ulteriore terreno nel quale esprimere la propria comicità, la capacità comunicativa e la naturale predisposizione al varietà.

Nel corso della sua carriera riceve diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Microfono d’Oro 2021 nella categoria Miglior programma radio di varietà – Premio della critica, una Menzione speciale per la cultura romana conferita dal Circolo Culturale Trilussa e il Vince Award’s 2025, Premio Vincenzo Crocitti, come Miglior attore emergente. Traguardi che accompagnano un percorso artistico caratterizzato dalla continua sperimentazione e dalla capacità di muoversi con disinvoltura tra teatro, televisione, cinema e radio.

Cos’è per te il teatro e quale ruolo occupa oggi nella tua vita artistica e personale?

Per me il teatro è fondamentalmente lo specchio della vita e della società. Significa studiare le dinamiche umane, i comportamenti, le relazioni, e farlo vivendole in prima persona. Ed è proprio questo che ti insegna la cosa più importante: a togliere il giudizio. Quando ti metti costantemente nei panni di qualcun altro, ti alleni a diventare una persona migliore. Nella mia vita oggi il teatro occupa quasi tutto lo spazio. Gli dedico tutto me stesso e ogni mia energia. È il momento in cui mi sento più vero e più vivo in assoluto: salire su un palco o recitare mi fa sentire esattamente nel posto da cui provengo, e per cui ha senso vivere.

Hai iniziato il tuo percorso formativo a Roma, frequentando un’accademia cinematografica e successivamente un laboratorio teatrale biennale presso il Teatro Garbatella. Quali sono stati gli insegnamenti più importanti che hai portato con te da queste esperienze?

La lezione più grande è stata di natura umana prima ancora che artistica. Sei tu il vero strumento di te stesso. Spesso si pensa che fare l’attore significhi semplicemente indossare delle maschere, imparare a interpretare qualcun altro. Invece ho capito che il vero lavoro sta esattamente nell’opposto: nel saperle togliere quelle maschere. E per farlo devi fare i conti con il giudizio, prima di tutto verso te stesso e poi verso gli altri.Quel percorso mi ha insegnato a spogliarmi delle difese. Lavorare sul giudizio in sala prova o sul palco significa accettare le proprie fragilità e guardare l’essere umano senza etichette. È un’esperienza che ti cambia radicalmente come persona, perché ti costringe a svuotarti per fare spazio alla verità degli altri. E quando impari a togliere il giudizio nella vita di tutti i giorni, ti accorgi che il teatro ti ha appena regalato il modo per diventare, semplicemente, una persona migliore.

Nel corso della tua carriera hai sviluppato una particolare predisposizione per la comicità, il cabaret e il varietà. Quando hai capito che far ridere il pubblico sarebbe diventata una parte fondamentale della tua identità artistica?

La scintilla è scattata la prima volta che ho strappato una risata al pubblico. È un ricordo indelebile, un momento di pura magia. In quell’istante ho capito che far ridere era la cosa che mi rendeva più felice al mondo. È una sensazione difficile da spiegare, quasi un legame viscerale: una volta che provi quell’emozione, ne diventi dipendente. Quella connessione immediata con chi ti ascolta diventa il motore di tutto, qualcosa di cui non puoi più fare a meno e che finisce per definire profondamente la tua identità artistica.

Sei stato uno degli artisti più giovani a esibirsi al Puff, storico locale romano dedicato al cabaret. Che cosa ha rappresentato per te questa esperienza e quanto ha contribuito alla tua crescita professionale?

Il Puff è stato molto più di un palcoscenico: è stato una vera e propria palestra di vita e d’arte. Varcare quella soglia da giovanissimo significava respirare fin da subito la storia, l’atmosfera e la grande tradizione della comicità romana.È stata un’esperienza immensa, prima di tutto umana che professionale. Lì ho avuto la fortuna di osservare e imparare da grandi colleghi che mi hanno preso per mano e insegnato il mestiere sul campo. È stato il luogo in cui mi sono formato come artista, assorbendo quei valori di dedizione, rispetto per il pubblico e autenticità che questo lavoro richiede e che porto ancora oggi con me.

Il tuo percorso spazia dalla recitazione all’improvvisazione, dal canto alla danza, fino alla mimica e alla poesia. Quanto è importante per un artista sviluppare competenze così diverse e in che modo riesci a farle convivere sul palcoscenico?

Credo sia fondamentale arricchire il proprio bagaglio con quanti più strumenti possibili. Avere a disposizione competenze diverse dalla danza alla mimica, passando per il canto permette all’attore di esprimersi a tutto tondo, giocando su più registri. Certo, nessuno nasce completo o deve esserlo per forza in tutto, ma la chiave secondo me è la curiosità. È quella fame costante di imparare e di esplorare linguaggi nuovi che fa la differenza, perché ogni disciplina che impari ad ascoltare ti regala una sfumatura in più da portare sul palco.

Hai lavorato come attore, autore e regista in numerosi spettacoli teatrali. Quale di questi ruoli senti più vicino alla tua sensibilità e cosa cambia nel tuo approccio quando passi dall’interpretazione alla direzione di uno spettacolo?

Se devo essere sincero, non saprei scegliere un ruolo vero e proprio, perché per me recitare, scrivere e dirigere sono facce della stessa medaglia. Certo, recitare ha un sapore speciale, è un’urgenza viscerale che mi fa sentire vivo in modo unico. Ma l’atto creativo è un cerchio che si chiude solo quando sperimenti ogni sua fase: la gioia e la fatica di dare vita a un testo, la responsabilità di plasmare uno spettacolo e l’emozione di salire sul palco.Quando passi dall’interpretazione alla regia, cambia completamente il punto di vista e il baricentro delle energie. Quando sei attore, sei tu lo strumento: scavi dentro di te, ti metti a nudo, ti affidi e vivi l’emozione in prima linea. Quando invece sei tu a dirigere, il tuo ego si sposta di lato. Diventi una sorta di guida e di sarto: guardi gli attori, ascolti le loro potenzialità e cerchi di tirare fuori il meglio da ognuno di loro, dando forma a una visione d’insieme. Fare il regista significa avere la pazienza di guardare il quadro da lontano, mentre da attore sei dentro la tela, a mescolare i colori con le mani. Sono due mestieri completamente diversi, ma l’uno nutre l’infinitamente l’altro.

La televisione ti ha visto protagonista come comico, monologhista e attore nel programma Finalmente è su Lazio TV. Quali differenze hai riscontrato tra il rapporto con il pubblico teatrale e quello televisivo?

La televisione è una macchina affascinante, veloce, che ti permette di entrare nelle case di un pubblico immenso e variegato in un solo istante. Ma il rapporto è inevitabilmente filtrato da uno schermo, da una telecamera che si interpone tra te e chi ti sta guardando. È un po’ come mandare una lettera d’amore: sai che dall’altra parte c’è qualcuno, ma non ne senti il respiro.Il teatro, invece, è un’altra dimensione. È un patto carnale, immediato, che si rinnova ogni singola sera. In teatro non c’è il filtro della lente: senti il battito del pubblico, avverti il silenzio teso prima di una battuta, cogli lo scatto di una risata che rimbalza tra le poltrone e ti travolge in tempo reale. La televisione ti dà la rapidità, ma il teatro ti restituisce la verità nuda e cruda. E tra l’eco fredda di uno studio televisivo e il calore vivo di una sala teatrale, beh… per quanto mi riguarda, il palcoscenico vince sempre a mani basse.

Hai ideato, scritto e diretto cinque video di pubblicità progresso per le ACLI e la Polizia di Stato, dedicati alla prevenzione delle truffe agli anziani. Quanto ritieni importante utilizzare il linguaggio dello spettacolo per affrontare tematiche sociali e trasmettere messaggi di sensibilizzazione?

Quando l’arte incontra il sociale, secondo me compie la sua missione più alta. Utilizzare il linguaggio dello spettacolo per affrontare temi complessi o dolorosi – come quello delle truffe agli anziani non è solo importante: è fondamentale.La gente, e in particolare gli anziani, spesso chiude le porte di fronte a messaggi troppo istituzionali, freddi o nozionistici. Se ti limiti a dire “stai attento a questo” o “non fare quest’altro”, crei una distanza. Ma se usi la recitazione, l’ironia, la narrazione emotiva, allora crei un ponte immediato. Lo spettacolo ha il potere straordinario di bypassare le difese delle persone, parlando direttamente al cuore ed entrando in empatia prima ancora che nella testa. Aver ideato e diretto quei cinque video per le ACLI e la Polizia di Stato è stato un onore e una responsabilità bellissima. Abbiamo raccontato storie vere, riconoscibili, spesso usando il sorriso o la delicatezza come chiave di lettura. Perché quando riesci a far sorridere o a commuovere su un tema così grave, la prevenzione non diventa più una regola da imparare a memoria, ma un’emozione che ti resta dentro e che ti protegge. Il teatro e la recitazione non servono soltanto a intrattenere o a far fare quattro risate il sabato sera: sono strumenti potenti per svegliare le coscienze, tutelare chi è fragile e restituire qualcosa di concreto alla società

Accanto alla tua attività artistica, insegni recitazione teatrale presso l’associazione Punto & Virgola – Energia Teatrale. Che cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi e quanto, a tua volta, il confronto con le nuove generazioni arricchisce il tuo modo di fare teatro?

Insegnare per me non è un’alternativa al palcoscenico, è un’altra forma di palcoscenico. Quando mi metto davanti ai miei allievi, la prima cosa che cerco di trasmettere loro non è la tecnica o la perfezione, ma l’urgenza di essere veri. Voglio che capiscano che recitare non significa fingere o interpretare un personaggio finto, ma tirare fuori la parte più autentica di sé stessi, spogliandosi delle difese e imparando, torniamo sempre lì, a togliere il giudizio, prima di tutto verso sé stessi. Ma la verità è che questo scambio non è mai a senso unico; anzi, molto spesso sono io quello che riceve di più. Il confronto con le nuove generazioni è una boccata d’aria fresca incredibile per il mio modo di fare teatro. I ragazzi ti portano un entusiasmo puro, una fame di scoprire, una freschezza e una mancanza di sovrastrutture che a volte noi, accumulando anni di mestiere, rischiamo di perdere. Vederli affrontare un testo o superare le proprie insicurezze mi costringe a rimettere in discussione le mie stesse certezze, a ripulire il mio sguardo. Insegnare mi ricorda costantemente il perché mi sono innamorato di questo mestiere la prima volta.

La radio ha rappresentato un’altra tappa importante del tuo percorso, con programmi come A tutto Puff e Pronti partenza Puff. Che cosa ti affascina della comunicazione radiofonica e quali possibilità espressive offre rispetto al teatro e alla televisione?

Della radio mi ha sempre affascinato la sua natura profondamente intima e, per certi versi, magica. Se ci pensi, è il regno della voce e dell’immaginazione. Mentre in televisione c’è l’immagine che ti guida e in teatro c’è la carne viva del palcoscenico con tutto il suo impatto visivo, in radio tutto si riduce all’essenziale: il suono, il ritmo, la parola.Programmi come A tutto Puff e Pronti partenza Puff sono stati una palestra straordinaria proprio per questo motivo. La radio ti costringe a fare un lavoro di sottrazione e, allo stesso tempo, di estrema precisione. Non puoi barare, non puoi affidarti a una smorfia, a un costume o a una scenografia: devi arrivare dritto all’ascoltatore affidandoti unicamente alle sfumature della voce, ai tempi comici, ai silenzi, che in radio pesano quanto le parole. Ha un potere evocativo pazzesco, perché crea un legame diretto, quasi confidenziale, con chi è dall’altra parte. È come entrare in punta di piedi nelle case delle persone, accompagnandole nella loro quotidianità. Rispetto alla televisione e al teatro, la radio ti regala una libertà espressiva unica: ti permette di dipingere mondi interi usando solo il suono, lasciando che sia l’immaginazione di chi ascolta a completare l’opera. E per un attore e un autore è una sfida esaltante.

Nel 2021 hai ricevuto il Microfono d’Oro come Miglior programma radio di varietà – Premio della critica e nel 2025 il Vince Award’s, Premio Vincenzo Crocitti, come Miglior attore emergente. Che significato attribuisci a questi riconoscimenti e quanto rappresentano uno stimolo per il futuro?

Ricevere riconoscimenti così importanti è un’emozione immensa, inutile negarlo. Sono tappe che ti fermano un attimo e ti fanno dire: “Ok, la strada è quella giusta”. Il Microfono d’Oro, poi con il Premio della critica, è stato il riconoscimento di un lavoro di squadra incredibile fatto in radio, di quella gavetta e di quella freschezza che portavamo in onda. E il Premio Crocitti come Miglior attore emergente, arrivato nel 2025, ha avuto un valore profondamente intimo: è il premio alla dedizione, alla fatica e all’amore viscerale che metto ogni giorno in questo mestiere. Ma la verità è che io non li vivo mai come un traguardo o un punto d’arrivo. Piuttosto, li considero dei punti di partenza luminosi, delle iniezioni di fiducia fortissime. Quando ricevi un premio capisci che qualcuno ha visto, ha sentito e ha compreso il pezzo di anima che hai lasciato su un palco, in uno studio radiofonico o davanti a una macchina da presa. E questo ti dà una responsabilità bellissima: non fermarti, continuare a studiare, a metterti in discussione e a cercare nuove sfide. È uno stimolo potentissimo per ricordarmi che ho ancora tantissimo da dire, da scrivere e da recitare.

La comicità è spesso uno strumento per raccontare la realtà, evidenziarne le contraddizioni e affrontare anche argomenti complessi. Qual è il confine, secondo te, tra far ridere e far riflettere?

Per me il confine tra far ridere e far riflettere semplicemente non esiste: sono due facce della stessa medaglia, o meglio, la risata è spesso il grimaldello più potente che abbiamo per scardinare le resistenze e arrivare d alla riflessione. Quando fai ridere qualcuno, in quel preciso istante lo stai disarmando. La risata crea una connessione immediata, apre una breccia, ti permette di entrare nelle pieghe della realtà e di metterne a nudo le contraddizioni senza risultare pesante o cattedratico. Certo, c’è una grande responsabilità in questo: la comicità può essere fine a se stessa, ma quando viene usata per raccontare la complessità del mondo e dell’essere umano, diventa uno specchio scomodo ma necessario. Non si tratta di fare la morale dall’alto del palco, ma di accompagnare lo spettatore dentro un sorriso che, un secondo dopo, ti lascia con un retrogusto di pensiero. La risata intelligente non distrae dai problemi reali: li illumina all’improvviso, con la luce cruda della verità, permettendoci di riderne sì, ma subito dopo di guardarci dentro e di fare i conti con quello che siamo.

Guardando al futuro, quali progetti hai in cantiere e quali obiettivi desideri raggiungere? C’è un ruolo, uno spettacolo o un’esperienza artistica che sogni particolarmente di realizzare?

Il futuro è pieno di carne al fuoco, e questa è la cosa che mi fa stare più vivo. A breve sarò in scena al Teatro delle Muse con una commedia, e poi a dicembre torneremo protagonisti al Petrolini. Ho diverse proposte sul tavolo da valutare e altrettante già accettate per il prossimo anno. Se poi parliamo di sogni nel cassetto, beh… non ne faccio mistero: il mio sogno più grande, il ruolo che sento cucito addosso alla mia romanità e alla mia formazione, è fare Rugantino. Portare in scena quella maschera, quella romanità così viva, tragicomica e profonda, sarebbe il coronamento di un percorso. È un’ambizione che mi spinge a studiare, a migliorarmi e a dare sempre tutto me stesso, con la certezza che nel teatro, quando ci metti l’anima, prima o poi i sogni trovano il modo di salire sul palco.

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