22 anni, ha vissuto tra Bergamo e Londra prima di stabilirsi a Lecce. Per lui l’arte non è mai stata un semplice mestiere, ma una missione, una necessità espressiva che attraversa ogni aspetto della sua ricerca. La sua scrittura poetica è visionaria e stratificata: intreccia riferimenti alti e bassi, utilizza un linguaggio crudo e spesso sanguinoso per scardinare l’apparenza e portare alla luce una verità più profonda e scomoda.
Nel tempo ha elaborato una propria filosofia, che definisce ontologia duale, fondata sulla frattura tra ciò che si mostra all’esterno e ciò che viene nascosto nel profondo. La sua è una poesia della rivelazione, che mira a esporre questa tensione interna senza mediazioni né abbellimenti. Parallelamente sviluppa i suoi ready made linguistici, un’invenzione personale attraverso cui smonta l’impalcatura artificiale delle punchline della trap, utilizzando la meta-ironia e il meta-linguaggio come strumenti critici. Il suo lavoro si muove così tra parola, pensiero e provocazione, con l’obiettivo di destabilizzare e interrogare chi legge.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è un dispositivo di verità instabile: non serve a spiegare il mondo, ma a incrinarlo abbastanza da farlo vedere meglio.
In che modo le città in cui hai vissuto hanno inciso sulla tua visione artistica?
Bergamo mi ha dato il silenzio e la ferita, Londra la sovrapposizione dei linguaggi, Lecce una dimensione più simbolica e arcaica. Ogni città ha stratificato il mio modo di scrivere.
Quando hai capito che l’arte sarebbe stata una missione e non solo un mestiere?
Quando ho capito che non potevo smettere di farla nemmeno nei momenti in cui non dava nulla in cambio. Questo comporta disciplina, solitudine e una continua esposizione.
Il linguaggio crudo della tua poesia è una necessità o una presa di posizione?
È una necessità espressiva che diventa anche una presa di posizione contro un’estetica che anestetizza il dolore invece di attraversarlo.
Puoi raccontare la tua ontologia duale e come guida la scrittura?
Lavoro sempre su una frattura: superficie e profondità, ironia e tragedia, linguaggio pop e visione simbolica. La scrittura nasce proprio in quella tensione.
Cosa significa per te “rivelazione” in poesia e quale rischio comporta?
La rivelazione è dire qualcosa prima di averlo completamente capito. Il rischio è esporsi, perdere controllo, ma senza quel rischio la poesia resta decorativa.
I ready made sulla trap sono una critica a cosa?
Non tanto al genere in sé, quanto all’uso automatico del linguaggio e al sistema che lo rende slogan. Smonto le frasi per vedere cosa resta.
Quanto contano ironia e meta-linguaggio rispetto alla componente tragica?
Sono complementari: l’ironia apre la porta, il tragico mostra cosa c’è dietro. Senza uno dei due il lavoro perderebbe equilibrio.
Ti senti più poeta, filosofo o performer linguistico?
Mi sento un poeta che usa strumenti filosofici e performativi quando il linguaggio lo richiede.
Che reazione cerchi nel lettore?
Una sospensione: non sapere subito se ridere, riconoscersi o sentirsi a disagio.
C’è un limite che non supereresti nella tua ricerca?
Il limite è perdere onestà. Posso spingermi lontano, ma non contro ciò che sento vero.
Descriviti in tre parole.
Ambiguo. Visionario. Inquieto.