Edoardo Sonzogni

classe 2001, nasce a Bergamo e cresce tra Londra e Grosseto, prima di trasferirsi a Lecce, dove studia Filosofia all’Università del Salento. Il suo percorso accademico si intreccia con una…

BIOGRAFIA

#Edoardo Sonzogni

classe 2001, nasce a Bergamo e cresce tra Londra e Grosseto, prima di trasferirsi a Lecce, dove studia Filosofia all’Università del Salento. Il suo percorso accademico si intreccia con una recente scoperta dell’arte come strumento di espressione personale, un linguaggio capace di indagare e restituire aspetti interiori che la sola dimensione teorica non riesce a esaurire.

La sua ricerca artistica si sviluppa come un’indagine lucida e contemporanea sulla condizione umana nell’era dell’iperconnessione. Il progetto si struttura come un referto clinico, articolato tra diagnosi e sintomo, per osservare senza retorica gli effetti della tecnologia sul nostro modo di percepire noi stessi e il mondo. Le sue immagini evocano una realtà in cui identità, tempo e relazioni si ridefiniscono attraverso interfacce digitali, algoritmi e dinamiche sociali.

Attraverso una sequenza di simboli e visioni, Edoardo costruisce un immaginario che unisce riferimenti filosofici e suggestioni contemporanee: dalla riscrittura della caverna platonica in chiave digitale alla trasformazione del tempo in metrica di notifiche e connessioni, fino a rappresentazioni corporee che raccontano adattamento, resistenza e perdita di individualità. Il suo lavoro non propone risposte, ma mette in scena un sistema di segni e “sintomi” visivi, capaci di restituire la complessità di un presente in cui la tecnologia non è più solo uno strumento, ma l’ambiente stesso in cui viviamo e ci riconosciamo.

Cos’è per te l’arte?
Forse è solo un modo per appoggiare lo sguardo su qualcosa e non toglierlo subito. Non c’è una missione salvifica. È più un tentativo di fare ordine, o forse di dare una forma tollerabile al disordine. Un piccolo gesto di sospensione.

Cosa ti ha spinto a trasformare un’analisi così contemporanea in un progetto artistico visivo?
Le parole a volte girano a vuoto, fanno troppi giri. L’iperconnessione si sente addosso, è una stanchezza sottile, una vibrazione fantasma nella tasca. Volevo solo vedere che effetto faceva guardarla in faccia, dare una consistenza fisica a questa sensazione di costante presenza-assenza. Le immagini non spiegano, restano lì.

In che modo il tuo percorso in Filosofia influenza la costruzione delle tue immagini e dei tuoi simboli?
Non saprei dire dove finisce il pensiero e dove inizia l’immagine. La filosofia ti lascia un’abitudine: quella di non fidarti della prima superficie. Ti insegna a cercare la struttura delle cose, l’archetipo nascosto dietro l’angolo. Ma poi, sulla tela digitale, il concetto deve evaporare. Deve rimanere solo l’eco.

Perché hai scelto la struttura clinica di diagnosi e sintomo per raccontare l’iperconnessione?
Per abbassare la voce. La denuncia urla sempre un po’ troppo ed è quasi sempre un po’ ipocrita. Il referto medico ha una sua calma, una distanza che trovo pudica. Dice solo: “Questo è lo stato dell’organismo in questo momento”. Non c’è un colpevole, c’è solo un quadro clinico da osservare insieme.

Quanto è importante per te il riferimento a concetti filosofici, come la caverna di Platone, nel tuo lavoro?
Sono come vecchie canzoni che continuiamo a ricantare, cambiando il ritmo. Platone o Narciso non sono citazioni colte per riempire il vuoto; sono le mappe che abbiamo sempre usato per orientarci. Mi conforta pensare che questa nostra cecità digitale sia solo l’ennesima versione di una cecità antichissima.

Le tue opere sembrano raccontare una perdita di identità: è una visione pessimista o una presa di coscienza?
Dipende da cosa intendiamo per identità. E se quello che stiamo perdendo fosse qualcosa di cui possiamo fare a meno? Non lo so. Non la vedo come una fine del mondo, ma come un trasloco in un altro spazio. La coscienza di essere intrappolati è già una forma di spazio interno, anche se ti muovi dentro una gabbia.

Che tipo di reazione cerchi di suscitare nello spettatore attraverso i tuoi “shock visivi”?
Nessuno shock da copertina, non mi interessa l’effetto immediato. Semmai una strana familiarità. Vorrei che qualcuno guardasse un’immagine e provasse la sensazione di quando ti svegli in una stanza che non è la tua, ma ci metti qualche secondo a capirlo. Un leggero disorientamento.

Quanto del tuo vissuto personale entra in questo progetto?
Tutto quello che serve per essere onesto, niente che sia davvero interessante per gli altri. Sono immerso nello stesso display, rispondo agli stessi impulsi. Lo specchio è anche il mio. Ma l’opera funziona solo se io, alla fine, riesco a sparire dietro l’immagine.

La tecnologia è per te più una minaccia o un ambiente inevitabile con cui convivere?
Dire che è una minaccia presuppone che si possa scegliere di spegnerla ed uscire a fare una passeggiata in un mondo “puro”. Ma quel mondo fuori non c’è più, l’abbiamo già cablato. È il nostro clima. Non ha senso dichiararsi nemici del tempo in cui si vive, bisogna solo capire come respirarci dentro.

C’è un’immagine del progetto in cui ti riconosci più profondamente?
Nel pesce che nuota nell’acquario vuoto. C’è una strana pace in quella totale trasparenza, anche se lo spazio è limitato e l’acqua è sempre la stessa. O forse nell’atto di aver chiesto a un’intelligenza artificiale di mostrarmi che aspetto ha la mia stessa solitudine.

In che direzione immagini evolverà la tua ricerca artistica nei prossimi anni?
Non amo fare programmi.

Descriviti in tre parole.
Originale, riflessivo, in attesa.

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