I Diatomea sono una band ligure attiva dal 2007, il cui percorso si sviluppa attraversando sonorità che spaziano dall’alternative rock al grunge, fino al metal e al crossover, mantenendo sempre al centro una scrittura in italiano caratterizzata da una forte componente introspettiva. Nel corso degli anni pubblicano l’EP Fuori Moda, l’album omonimo Diatomea e successivamente Solo Io Con Me, consolidando progressivamente la propria presenza nella scena indipendente e ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui la vittoria del concorso nazionale Wanted Primo Maggio di Torino.
Nel 2025 la formazione si arricchisce con l’ingresso stabile del bassista Francesco Puppo, segnando l’inizio di una nuova fase artistica per la band. Il progetto dei Diatomea trova spazio anche sulle pagine di Rockit, che ne evidenzia la capacità di muoversi tra diverse influenze mantenendo un’identità personale e riconoscibile.
Accanto all’attività discografica e live, la band è ideatrice e organizzatrice del Diato Fest, festival nato nel 2015 ad Albissola e diventato negli anni un punto di riferimento per la scena musicale locale e indipendente.
Nel 2026 i Diatomea aprono un nuovo capitolo con una serie di brani inediti registrati al Greenfog Studio insieme a Mattia Cominotto, proseguendo un percorso sonoro sempre più diretto, dinamico e contemporaneo.
Cos’è per voi la musica?
Prima di tutto è la voglia di suonare, ma anche il rispetto per chi condivide un progetto con te e continua a dedicarci tempo ed energie. Per me, Christian, c’è un’immagine che lo spiega bene: quando entro in saletta e ritrovo Fulvio con la stessa grinta di quando abbiamo cominciato a suonare insieme, penso che valga tutti i viaggi in treno da Genova a Savona per le prove. La musica per noi è anche questo: ritrovarsi dopo tanti anni e avere ancora voglia di suonare insieme.
Qual è stato il momento in cui avete capito che il progetto Diatomea sarebbe diventato qualcosa di duraturo e non solo una band “di passaggio”?
Probabilmente lo abbiamo capito continuando a esserci. Siamo attivi dal 2007 e tenere in piedi un progetto per così tanto tempo richiede uno sforzo da parte di tutti. Cambiano gli impegni, le priorità e il tempo a disposizione, ma la voglia di suonare è rimasta. E poi ci sono i concerti: quando finiamo di suonare e abbiamo ancora l’adrenalina addosso, la fatica delle prove, dei viaggi e dell’organizzazione trova un senso. È una sensazione che ci fa venire voglia di ricominciare ogni volta.
In che modo riuscite a tenere insieme influenze così diverse come alternative rock, grunge e metal senza perdere la vostra identità?
Sono ascolti che fanno parte della nostra formazione e che entrano spontaneamente nella scrittura. Non partiamo decidendo quanta componente grunge o metal debba esserci in un brano: partiamo da un riff, da un ritmo, da una frase e cerchiamo di capire dove ci porta. Le idee passano attraverso tutti e cambiano mentre le suoniamo. Ci interessano molto i contrasti: una parte trattenuta può rendere ancora più forte quella successiva, e la melodia può convivere con un suono ruvido. Il nostro modo di tenere insieme queste cose è diventato, negli anni, riconoscibile anche per noi.
Quanto è importante per voi scrivere in italiano e che tipo di responsabilità sentite nel raccontare emozioni così intime?
Scriviamo in italiano perché vogliamo comunicare con chi ci ascolta e ci interessa che le parole arrivino. Per il nostro genere, probabilmente, l’inglese sarebbe più immediato dal punto di vista sonoro: certe sonorità si adattano più facilmente ai riff e alle linee vocali. L’italiano ci mette alla prova, e per noi è anche una sfida personale. Dobbiamo trovare parole che funzionino musicalmente senza perdere quello che vogliamo dire. Quando raccontiamo qualcosa di intimo, poi, cantarlo nella nostra lingua ci espone di più: sentiamo subito se una frase ci appartiene oppure se l’abbiamo messa lì soltanto perché suonava bene.
Come si è evoluto il vostro modo di scrivere e suonare dagli esordi fino a Solo io con me?
Dall’EP Fuori moda, passando per l’album Diatomea, fino a Solo io con me, abbiamo imparato ad ascoltare maggiormente il brano nel suo insieme. Agli inizi avevamo l’urgenza di mettere dentro tutto: energia, influenze, idee. Con il tempo abbiamo imparato a scegliere, a lasciare respirare una parte, a capire quando uno strumento deve fare un passo indietro. È cresciuta l’attenzione agli arrangiamenti e al rapporto tra musica e testo. L’intensità è rimasta, ma abbiamo cercato modi diversi per esprimerla.
Che ruolo ha avuto la vittoria del Wanted Primo Maggio nel vostro percorso artistico?
Vincere il Wanted Primo Maggio nel 2018, con la finale all’Hiroshima Mon Amour di Torino, è stato un riconoscimento importante dopo tanto lavoro. Ci credevamo molto e vincerlo è stata una grande soddisfazione. È uno di quei risultati che restano nella storia del gruppo, anche perché sappiamo quanto lavoro c’è stato prima di arrivare su quel palco.
Cosa ha portato di nuovo l’ingresso di Francesco Puppo nella dinamica della band, sia umana che musicale?
Con Francesco, per gli amici Mr Frank, è stato amore a prima vista. La prima volta è venuto in sala e ha soltanto ascoltato: avevamo già la sensazione di aver trovato la persona giusta senza averlo nemmeno sentito suonare. Alla seconda prova ha preso il basso e il feeling è stato immediato. Dopo la terza lo abbiamo obbligato, suo malgrado, anche a cantare. A quel punto non abbiamo più potuto fare a meno di lui. È entrato stabilmente nel 2025, ha portato un nuovo groove al basso e si è inserito benissimo come secondo cantante e nella scrittura dei brani. La prova definitiva sul piano umano, però, è arrivata andando insieme a sentire i Korn al Firenze Rocks: siamo riusciti a entrare nel backstage e alla fine ci hanno cacciato dall’intero festival. Lui è rimasto calmo anche in quella situazione. Lì abbiamo capito che era davvero la persona giusta per stare con noi.
Il Diato Fest è diventato un punto di riferimento: cosa significa per voi creare uno spazio anche per altri artisti?
Il Diato Fest è nato nel 2015 ad Albissola e abbiamo sempre voluto che fosse gratuito. Per noi era importante creare un’occasione in cui le persone potessero venire, ascoltare musica dal vivo e magari scoprire gruppi che non conoscevano. Negli anni abbiamo ospitato anche band come Meganoidi e Shandon: riuscire a portarle sul palco del nostro festival è stata una grande soddisfazione. Organizzarlo richiede parecchio lavoro, ma ci ha regalato esperienze incredibili. Quest’anno, dopo qualche anno di pausa, siamo riusciti a riproporlo, e vedere ripartire qualcosa a cui teniamo così tanto ci ha ripagati dell’impegno.
In che modo il confronto con realtà come Rockit ha influenzato la percezione del vostro progetto?
Nella recensione di Solo io con me c’è una frase che ci è rimasta impressa: «Diatomea non citano, metabolizzano». Ci ha fatto piacere perché sintetizza bene quello che cerchiamo di fare. I nostri ascolti si sentono, fanno parte di noi, ma quando scriviamo vogliamo che ne esca qualcosa di nostro. Vedere riconosciuto questo aspetto da chi ascolta il disco dall’esterno ci ha dato fiducia: significa che, oltre ai riferimenti, arriva anche il nostro modo di interpretarli.
Com’è stato lavorare con Mattia Cominotto al Greenfog Studio e cosa distingue questo nuovo capitolo dai lavori precedenti?
È stato un vero punto di svolta. Solo io con me era stato completamente autoprodotto e registrato da noi: eravamo abituati a seguire ogni fase del lavoro e a prendere tutte le decisioni all’interno della band. Con Mattia abbiamo avuto una persona esterna capace di entrare nei brani, coglierne le possibilità e aiutarci a svilupparle. L’esempio più concreto è Ferite e sale: quando l’abbiamo portata in studio era molto diversa da come è poi uscita. Durante le registrazioni, con gli spunti di Mattia, l’abbiamo cambiata in una notte ed è diventata uno dei nostri pezzi preferiti dell’EP. Questo spiega bene quanto abbia contato il suo contributo: anche canzoni che per noi avevano già una forma precisa potevano ancora sorprenderci.
Qual è oggi il messaggio principale che volete trasmettere attraverso la vostra musica?
Il messaggio si è evoluto insieme a noi. Abbiamo iniziato con Fuori moda, un EP di protesta, anche e soprattutto politica. Poi, con il disco Diatomea, abbiamo dato voce alla rabbia attraverso un rock diretto e monolitico. Con Solo io con me lo sguardo si è spostato su una dimensione più personale: abbiamo fatto i conti con noi stessi, con le nostre fragilità e contraddizioni. Con il prossimo EP vogliamo raccontare la voglia di reagire e di rimettersi in piedi dopo una frattura. Oggi il punto è questo: capire cosa fare di quello che ci è successo e cosa vogliamo cambiare.
Descrivetevi in tre canzoni.
Solo io con me, per la componente introspettiva e il confronto con noi stessi. Ferite e sale, per quello che resta dopo una frattura e per la difficoltà di lasciarsela alle spalle. Fenice, per la voglia di reagire e decidere da dove ricominciare. È il brano che rappresenta meglio quello che vogliamo raccontare oggi.