è un giovane artista iperrealista che si sta affermando come una presenza significativa nel panorama contemporaneo, grazie a un percorso nato da un’esigenza profonda e autentica. Fin dall’infanzia, il disegno rappresenta per lui un linguaggio naturale, uno strumento per esprimersi e dare ordine ai ricordi, soprattutto dopo il trasferimento in Italia all’età di otto anni, quando la memoria del passato si affida più al segno grafico che alla parola scritta.
Sin da piccolo dimostra una sensibilità fuori dal comune, evidenziata anche dall’incoraggiamento di un’insegnante che ne riconosce il talento e lo sprona a coltivarlo. Nonostante un iniziale interesse per lo studio delle lingue, la scelta dell’arte si rivela decisiva e profondamente identitaria. Già nei primi anni di formazione emerge il suo desiderio di distinguersi, come dimostra l’uso del foglio nero al posto del tradizionale bianco, scelta che diventa cifra espressiva della sua personalità.
Durante il percorso accademico si fa notare per abilità e precisione, arrivando a realizzare interamente a mano la propria tesi e a essere un punto di riferimento per i compagni. Successivamente approfondisce il design entrando in un master legato al gruppo Volkswagen, dove sviluppa una particolare attenzione per il dettaglio e la manualità, soprattutto nell’interior design.
Dopo un periodo di allontanamento dal disegno, la svolta arriva nel 2024 in modo inaspettato: un semplice schizzo realizzato in una caffetteria milanese riaccende una passione mai sopita, riportandolo con determinazione alla pratica artistica quotidiana. Da quel momento riprende a disegnare con costanza, ritrovando nel gesto creativo una dimensione essenziale.
Oggi lavora principalmente su commissione, affrontando ogni opera con grande sensibilità e attenzione alla dimensione umana del soggetto. Per Cosmin Mann, infatti, il ritratto non è solo una rappresentazione tecnica, ma un processo empatico che richiede la comprensione della personalità e delle emozioni di chi commissiona il lavoro. Nei suoi disegni iperrealistici, fatti di dettagli minuziosi, giochi di luce e micro-espressioni, si riflette una ricerca che va oltre l’immagine: ogni opera diventa un contenitore di storie, vissuti e stati d’animo, in cui la materia grafica sembra farsi viva e pulsante.
Cos’è per te l’arte?
In senso generico per me l’arte è la massima espressione del genio umano. L’arte rappresenta, da tempi antichi, il mezzo per raccontare la storia, la bellezza, la cultura; sia che si parli di popoli antichi, sia che la si contestualizzi all’era contemporanea. Per me personalmente è il mio naturale modo per esprimermi
Cosa rappresenta per te oggi il disegno, dopo il tuo ritorno all’arte nel 2024?
È il mio racconto, lo strumento che uso per approcciarmi con il mondo, per interagire con le persone. Oggi il disegnare è ormai una esigenza fisica e sento che è il mio futuro.
Quanto ha inciso il trasferimento in Italia e il rapporto con la memoria nel tuo modo di disegnare?
Arrivai in Italia all’età di otto anni, l’adozione è un punto fondamentale della mia vita e non ricordo quasi nulla degli anni precedenti. Ma ricordo perfettamente che del mio vissuto, per tracciarne le memorie fotografiche, per me fosse più facile usare il disegno che scrivere, motivo per il quale la mia calligrafia era illeggibile. Il trasferimento poi in Italia è stato fondamentale: un paese che ha una storia dell’arte incredibile, la massima espressività degli insegnamenti che le grandi botteghe fiorentine hanno dato, quello che gli artisti e le scuole hanno trasmesso; nessuna nazione è equiparabile al Bel Paese.
Ricordi un momento preciso in cui hai capito che il disegno era il tuo linguaggio più autentico?
Assolutamente sì. Una maestra, Maria Luisa, aveva visto nel mio mondo artistico qualcosa di vero e autentico, ed è stata lei a spronarmi a percorrere questa via. Se all’inizio volevo seguire il percorso di studi legato alle lingue, perché avevo un ottimo orecchio per la fonetica e l’apprendimento orale, alla fine ho scelto l’arte e per me fu una benedizione. Le lingue le ho imparate viaggiando, ma l’arte va studiata e perfezionata.
Lavorare su fondo nero è stata una scelta istintiva o una ricerca consapevole di identità visiva?
Oggi lavoro anche su sfondo bianco, ma ai tempi ho voluto differenziarmi fin da subito: se gli altri usavano il foglio bianco, io disegnava sul formato nero. Non un semplice vezzo, ma era un mio modo per narrare al mondo la mia unicità! Ero un ragazzo dal cuore grande, attento al prossimo, ma un po’ ribelle. Intraprende il triennio universitario e perfino la tesi l’ho disegnata interamente a mano.
In che modo la tua esperienza nel design e nel mondo Volkswagen ha influenzato la tua precisione e attenzione al dettaglio?
Entro nel master del gruppo Volkswagen, e da subito scelgo il segmento dell’interior: riprodurre a mano il ricamo di un volante lo emozionava di gran lunga rispetto agli esterni. Da lì si è accentuata la mia attenzione per i dettagli, che oggi sono un focus fondamentale, ma anche naturale, dei miei disegni.
Cosa hai provato nel momento in cui hai ripreso a disegnare dopo anni di pausa?
Sono tornato a respirare, a fare ciò che davvero voglio. Per molti anni avevo smesso ma, nel settembre del 2024, entro nella caffetteria “Pascucci” in Piazza Duca D’Aosta a Milano e, quasi per magia, disegnp un cornetto alla crema. Una ragazza mi vede e mi fece chiamare da Adrian, il loro bodyguard, che mi chiese di avvicinarmi a Marina, persona pacata e molto introversa, una di quelle persone a cui fa davvero piacere chiedere all’altro come si sente. Mi chiese se potessi disegnarle Thiago, uno dei due gatti: oggi, in un certo senso, rappresenta il pretesto che mi ha portato a riprendere in mano la mia carriera di artista.
Quanto è importante per te il rapporto umano con chi ti commissiona un’opera?
È assolutamente indispensabile conoscere alcuni tratti della personalità dell’individuo che mi commissiona il lavoro. Un’opera iperrealistica non è solo un disegno, ma è un qualcosa di vivo, che contiene vite, storie, momenti, gioie, dolori ed emozioni infinite.
Come riesci a cogliere e trasferire sulla carta le micro-espressioni e le emozioni di un soggetto?
I dettagli dietro le micro-espressioni, i giochi di luce e ombre sono come tratti dell’individualità, ed è indispensabile conoscerle perché sulla carta affiori “quella luce” per essere “scolpita” sulla carta. Queste emozioni appunto le percepisco parlando con chi commissiona le opere.
Disegnare animali rispetto ai ritratti umani cambia il tuo approccio emotivo o tecnico?
No. L’approccio tecnico è il medesimo. Ma anche quello emotivo: che io disegni un volto, un ritratto o un animale, soprattutto se mi viene commissionato, per quella persona il soggetto è importante, fa parte della sua vita. Spesso un animale per molte persone è famiglia esattamente come un essere umano. Cambia il soggetto, ma le sensazioni e le emozioni sono similari.
Cosa cerchi di “far emergere” davvero nei tuoi lavori iperrealistici?
Oltre alle espressioni, dettagli e carattere, come detto cerco di far emergere l’emozione e l’importanza che quel soggetto rappresenta per chi me lo commissiona. Cerco di mettere su carta e di trasformare in disegno una foto, che è un attimo di vita, uno scatto che quando è stato fatto rappresentava un momento importate.
Pensi che l’iperrealismo sia più una sfida tecnica o un percorso emotivo?
Nel mio caso entrambe le cose. La sfida tecnica è presente e molto forte perché, nell’iperrealismo è lo strumento per rendere “fotografico” un disegno; ma nel mio caso rappresenta anche un percorso emotivo: non mi limito a “riprodurre” un soggetto, ma cerco di esaltarne il lato caratteriale ed emozionale.
Qual è stata finora l’opera che ti ha coinvolto di più a livello personale?
Sicuramente Thiago, il gatto citato prima: quando l’ho consegnato, la sensazione ed emozione provata dopo tutte quelle ore trascorse a disegnarlo, sono state meravigliose! È stato un momento fondamentale del mio essere artista oggi.
C’è qualcosa che senti ancora di dover imparare o superare nel tuo percorso artistico?
C’è sempre da imparare e perfezionarsi. È una scuola continua e non solo da un punto di vista tecnico; ogni volta che incontri una persona che ti propone un lavoro, entri in connessione con un nuovo mondo, nuove emozioni che ogni volta sono diverse.
Come immagini l’evoluzione futura del tuo stile?
Certamente punto a raggiungere sempre una perfezione maggiore. Nella mia evoluzione c’è anche la voglia di sperimentare altri soggetti: non solo persone e animali, ma magari anche “oggetti” particolari legati al mondo del design, della moda, del food. In un certo senso, soprattutto per chi crea, anche certi oggetti sono “parte della propria storia”.
Se dovessi descrivere la tua arte in tre parole, quali sceglieresti?
Emozionale, dettagliata, viva.