nato a Lecce nel marzo del 1979, è architetto scenografo e docente. Si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Lecce con una tesi sperimentale dedicata alle arti di scena de Il Signore degli Anelli. Ha ricoperto il ruolo di docente di Scenografia presso la stessa Accademia e attualmente insegna Scenografia e Design al Liceo Artistico Ciardo-Pellegrino di Lecce. Acuto osservatore, perfezionista e instancabile ricercatore, il suo approccio all’arte e al design è guidato da una costante ricerca di innovazione e approfondimento.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è la possibilità di abitare la domanda. È un atto di conoscenza, ma anche di vertigine. Non credo all’arte come esercizio decorativo o come rassicurazione: l’arte deve smuovere, disorientare, aprire una ferita. È un linguaggio che si costruisce tra la percezione e la materia, tra la luce e il silenzio. Ogni opera autentica è una soglia: si attraversa e non si torna più indietro uguali a prima. L’arte, se è autentica, è disperazione totale: sposta, inquieta, apre.
In che modo la tua tesi su Il Signore degli Anelli ha influenzato il tuo approccio alla scenografia?
Quella ricerca mi ha insegnato che la scenografia è un atto di costruzione del mondo. Il Signore degli Anelli mi ha offerto una struttura narrativa e simbolica potentissima: lì lo spazio è personaggio, è memoria, è mito. Analizzarlo dal punto di vista scenografico mi ha insegnato che ogni luogo può essere narrativo, che la scenografia non è mai solo “sfondo”, ma parte integrante del racconto. Tolkien non descrive, evoca. E questo mi ha spinto a pensare spazi che respirano, che contengono storie invisibili, atmosfere, presenze. Ho imparato a progettare luoghi che non raccontano solo una storia, ma anche il suo tempo interiore. In fondo, credo che ogni buona scenografia sia un mondo in sé, un organismo vivo.
Quali aspetti della scenografia ritieni più stimolanti da insegnare ai tuoi studenti?
Mi interessa insegnare la scenografia come pensiero visivo, non come mera costruzione tecnica. Spingo i miei studenti a percepire lo spazio come organismo, non come contenitore.
Li invito a ragionare sulla materia, sulla luce, sul vuoto, perché è lì che nasce la poesia scenica.
Ma soprattutto insegno la curiosità: la capacità di mettere in crisi ciò che si sa, di cambiare punto di vista, di osare. Insegno soprattutto la sperimentazione: il coraggio di sbagliare, di contaminare linguaggi, di non accontentarsi mai. La scenografia è sperimentazione costante — un laboratorio dell’immaginazione.
Come concili la tua attività di docente con la pratica artistica personale?
Insegnare è la mia forma più alta di ricerca. Non separo le due dimensioni: quando insegno, sperimento; quando creo, rifletto su ciò che potrei insegnare. Ogni laboratorio è una conversazione aperta, un campo di prova. I miei studenti mi restituiscono una vitalità che diventa parte del mio lavoro artistico, come un’eco che torna amplificata. Credo che un docente-artista debba essere prima di tutto un testimone della propria inquietudine.
Ci sono artisti o scenografi che hanno influenzato profondamente il tuo percorso creativo?
Sì, molti e molto diversi tra loro, ma tutti legati da una potente visione spaziale. Da H. R. Giger ho imparato la potenza dell’immaginario oscuro e biomeccanico, la fusione tra organico e architettonico. Da Lawrence G. Paull, la capacità di rendere il futuro credibile, tangibile, come in Blade Runner. Grant Major mi ha insegnato la monumentalità poetica di Il Signore degli Anelli, mentre Dante Ferretti e Lorenzo Baraldi mi hanno mostrato la forza del segno italiano: la scenografia come pittura tridimensionale, come costruzione di luce e materia. Questi maestri mi ricordano ogni giorno che lo spazio scenico è sempre un atto di visione.
Qual è il progetto scenografico di cui sei più orgoglioso e perché?
Un posto speciale è occupato da “Il Sogno di Volare”, spettacolo del Cirque du Soleil messo in scena a Lecce durante la Notte Bianca del 5 dicembre 2008. È stato il primo di livello e l’inizio dell’avventura. Fu un’esperienza totalizzante, in cui la scenografia diventava architettura effimera, danza luminosa, sogno collettivo. Lavorare su quel progetto mi ha permesso di fondere discipline diverse — design, illustrazione, installazione — e di pensare la scena come spazio immersivo per la mia città.
Come descriveresti il tuo stile e la tua visione nella scenografia e nel design?
La mia estetica è stratificata, contaminata, imperfetta nel senso migliore del termine. Mi piacciono le superfici che portano tracce, che raccontano il tempo, che non fingono la perfezione. Cerco un equilibrio tra monumentalità e intimità, tra rigore architettonico e fragilità poetica. Penso allo spazio come a una partitura: ogni elemento — luce, ombra, silenzio, segno — deve suonare in armonia con gli altri. Non mi interessa stupire: mi interessa creare una sospensione metafisica, un qualcosa che rimanga anche dopo lo spettacolo.
In che modo la tua formazione da architetto scenografo influenza le tue scelte artistiche?
L’architettura mi ha dato il senso della misura, la logica costruttiva, la capacità di leggere la realtà. La scenografia, invece, mi ha insegnato a tradire la realtà per farla risorgere in un’altra forma. Mi muovo fra rigore e intuizione: il disegno tecnico diventa gesto poetico, la struttura si apre all’imprevisto. L’architettura mi ha dato struttura, misura, consapevolezza tecnica. Ma è la scenografia che mi ha insegnato la libertà. Il mio lavoro vive nella tensione fra questi due poli: il calcolo e il sogno, la regola e il rischio. Uso la conoscenza architettonica non per limitare l’immaginazione, ma per darle corpo, per renderla possibile. Costruire è dare forma all’intuizione.
Cosa significa per te essere un “ricercatore mai soddisfatto”?
Significa vivere in una tensione costante. Non accettare la prima soluzione, non accontentarsi del “bello”, ma cercare il “vero”. Essere “mai soddisfatto” è un modo per restare vivo, per continuare a imparare. Ogni errore è un’occasione di scoperta: ciò che non funziona è spesso la porta verso qualcosa di più autentico.
Quali sfide incontri nella creazione di spazi scenici innovativi?
Le sfide sono molte: la tecnologia, i tempi di produzione, i limiti di budget. Ma la più complessa è quella di sorprendere senza tradire la coerenza poetica. Innovare non significa solo usare nuovi strumenti, ma trovare nuove relazioni fra luce, corpo e materia. E poi c’è la sfida della sostenibilità: creare bellezza con intelligenza, costruire senza sprecare, dare valore alla leggerezza.
Hai progetti futuri che combinano insegnamento, scenografia e design in modi originali?
Sì, sto lavorando su progetti di laboratorio che uniscono arte, didattica e sperimentazione tecnologica. Voglio costruire spazi in cui la scenografia diventi esperienza totale: un luogo da abitare, trasformare, sentire. Immagino percorsi che intreccino performance, installazione e realtà aumentata, per raccontare la scena come forma di conoscenza condivisa. Credo profondamente che insegnare scenografia oggi significhi insegnare a costruire mondi.
Descriviti in tre colori.
Grigio Pietra, per la memoria e la struttura. Verde Muschio, per la vita silenziosa che cresce nei margini. Blu Profondo, per il mistero e per tutto ciò che resta da scoprire.
“Essere scenografo oggi significa dare forma all’invisibile, abitare la soglia tra sogno e realtà.” — Christian Imbriani