(Torricella, Taranto, 1979) è una pittrice italiana contemporanea attiva nell’ambito della figurazione simbolica. Vive e lavora a Sava, in provincia di Taranto, e opera stabilmente nel panorama artistico nazionale e internazionale. Dopo gli studi al Liceo Artistico “Lisippo” di Taranto, si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Lecce nel 2002, avviando fin da subito una ricerca autonoma e coerente, radicata nella tradizione figurativa ma orientata verso un linguaggio simbolico personale.
La sua poetica è fortemente identitaria e si concentra sulla figura femminile, intesa come spazio di introspezione, memoria e trasformazione interiore. Le sue opere si distinguono per una costruzione figurativa solida, sostenuta da un attento studio dell’anatomia e della luce, e attraversata da un’atmosfera sospesa, onirica e metafisica. Le figure, spesso immerse in una dimensione silenziosa e contemplativa, invitano lo spettatore a una fruizione lenta e profonda. Elemento ricorrente della sua iconografia sono i capelli rossi da cui emergono pesci, simboli legati al flusso del pensiero, alla coscienza e alla libertà emotiva.
Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre collettive e rassegne internazionali in Europa, negli Stati Uniti e in Sud America. Le sue opere sono presenti in collezioni ed esposizioni permanenti in Italia e all’estero, tra cui la Cosmos Gallery in Brasile, la Forma Gallery in Estonia e il Palazzo delle Arti di Lecce. Un’installazione dal titolo Mi Lego è esposta stabilmente presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, mentre l’opera La rossa Nereide fa parte della collezione privata della storica Libreria Bocca di Milano.
La sua ricerca ha ottenuto attenzione critica in ambito editoriale e curatoriale internazionale, con pubblicazioni in cataloghi e volumi dedicati all’arte contemporanea e un dossier monografico nell’Annuario Artisti 23, accompagnato da un testo critico di Angelo Crespi. Tra le partecipazioni più significative si segnala Art Exchange al Culture Lab LIC di New York nel 2025, evento che ha contribuito a consolidare la sua presenza nel contesto espositivo statunitense.
Accanto alla pittura, Antonucci sviluppa progetti che mettono in dialogo arti visive e musica: nel 2026 realizza l’artwork del singolo Ninnarella del progetto Ninotchka, interpretato da Andrea Chimenti, da cui vengono tratte anche le animazioni del lyric video ufficiale. Parallelamente è attiva nella formazione e nella promozione culturale come presidentessa, art director e docente della scuola d’arte Art Inside, collaborando con enti pubblici e privati. La sua produzione si configura come una ricerca matura e riconoscibile, capace di coniugare rigore tecnico e profondità simbolica.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un atto necessario, una forma di conoscenza e di ascolto interiore. Non è mai soltanto rappresentazione, ma un attraversamento: un modo per dare forma a ciò che non è immediatamente visibile. È uno spazio in cui memoria, intuizione e coscienza si incontrano e si trasformano in immagine. Dipingere significa entrare in una dimensione altra, dove il tempo rallenta e tutto diventa essenziale.
Qual è il momento in cui hai capito che la figura femminile sarebbe diventata il centro della tua ricerca artistica?
Non è stato un momento preciso, ma una consapevolezza che si è costruita nel tempo. Fin dagli inizi sentivo che la figura femminile era il luogo più autentico attraverso cui indagare l’interiorità. Non come soggetto estetico, ma come spazio simbolico: una presenza capace di contenere memoria, fragilità, forza e trasformazione. Con il tempo è diventata il centro naturale della mia ricerca.
In che modo il simbolismo dei pesci nei capelli si è sviluppato nel tempo e che significato assume oggi rispetto agli inizi?
All’inizio era un’intuizione quasi istintiva, un’immagine che affiorava senza una spiegazione razionale. Col tempo si è stratificata di significati. I pesci sono diventati per me il simbolo del pensiero profondo, della memoria che scorre, della libertà emotiva. Oggi rappresentano una dimensione più consapevole: non solo flusso interiore, ma anche possibilità di trasformazione e apertura verso ciò che è invisibile.
Quanto conta per te il rapporto tra tecnica pittorica e dimensione emotiva o spirituale dell’opera?
È un equilibrio fondamentale. La tecnica è lo strumento che rende possibile l’immagine, ma non è mai fine a se stessa. Deve essere solida, rigorosa, perché solo attraverso una costruzione consapevole può emergere la dimensione emotiva e spirituale. Per me non esiste separazione: la tecnica è già pensiero, è già visione.
Le tue atmosfere sospese e metafisiche nascono da esperienze personali o da riferimenti artistici e culturali precisi?
Nascono da entrambe le dimensioni. C’è sicuramente una componente personale, legata all’ascolto interiore e alla percezione del silenzio. Ma esistono anche riferimenti culturali e artistici che hanno sedimentato nel tempo il mio sguardo. Non sono citazioni dirette, piuttosto presenze sottili che contribuiscono a costruire quell’atmosfera sospesa e senza tempo.
Che ruolo ha il silenzio nelle tue opere e cosa desideri che lo spettatore percepisca osservandole?
Il silenzio è centrale. È lo spazio in cui l’immagine può essere ascoltata davvero. Le mie figure non parlano, ma contengono una tensione interiore che si manifesta proprio attraverso il silenzio. Vorrei che lo spettatore si fermasse, che entrasse in una dimensione più lenta, contemplativa, e che trovasse in quell’immagine un riflesso della propria interiorità.
Come vivi il dialogo tra arte visiva e musica, soprattutto dopo l’esperienza con il progetto “Ninnarella”?
È stato un passaggio molto naturale. La musica e la pittura condividono una dimensione immateriale, fatta di ritmo, atmosfera, evocazione. Con “Ninnarella” questo dialogo è diventato concreto: l’immagine si è trasformata, ha trovato un tempo, una durata. È stata un’esperienza che ha ampliato la mia ricerca, mantenendone però intatta la coerenza poetica.
Quali differenze hai riscontrato tra il pubblico italiano e quello internazionale rispetto alla tua poetica?
All’estero ho percepito una maggiore apertura verso il linguaggio simbolico, una disponibilità immediata ad accogliere l’immagine senza la necessità di interpretarla razionalmente. In Italia, invece, spesso c’è un approccio più analitico. Sono differenze interessanti, che non considero limiti ma modalità diverse di relazione con l’opera.
In che modo l’insegnamento e la direzione artistica influenzano (o arricchiscono) la tua pratica pittorica?
L’insegnamento è uno scambio continuo. Mi costringe a rimettere in discussione il mio processo, a renderlo consapevole e trasmissibile. Allo stesso tempo mi arricchisce, perché ogni confronto apre nuove possibilità. La direzione artistica, invece, mi permette di avere uno sguardo più ampio, di pensare l’arte anche come spazio condiviso e progettuale.
C’è un’opera a cui ti senti particolarmente legata e che rappresenta una svolta nel tuo percorso?
Ci sono opere che segnano passaggi importanti, più che singoli momenti isolati. Sono lavori in cui ho percepito una maggiore chiarezza del linguaggio, una sintesi più profonda tra forma e contenuto. Più che una svolta improvvisa, il mio percorso è fatto di evoluzioni progressive e consapevoli.
Quali sono le direzioni future della tua ricerca: evoluzione del linguaggio o esplorazione di nuovi media?
Entrambe. Da un lato continuo a lavorare sull’evoluzione del mio linguaggio pittorico, approfondendone le possibilità. Dall’altro sono interessata al dialogo con altri media, purché resti coerente con la mia poetica. Non si tratta di cambiare, ma di espandere.
Descriviti in tre parole.
Introspezione, simbolismo, identità.