Carmen, nata a Bari nel 1993, ha costruito la propria vita professionale su un equilibrio sottile tra rigore e curiosità, tra giustizia e psicologia. Il suo percorso formativo nasce nel mondo militare — frequenta una scuola tra il 2012 e il 2015 — e prosegue con la laurea in giurisprudenza e una specializzazione in terrorismo. Dal 2017 lavora nella polizia giudiziaria presso la procura penale del tribunale, dove da quasi otto anni si occupa di reati penali, muovendosi ogni giorno tra le sfumature complesse della legge e le fragilità dell’animo umano.
Con la maternità, l’arrivo di due figli e una maggiore consapevolezza emotiva, Carmen decide di ampliare il proprio sguardo oltre la pratica giudiziaria, riscoprendo un interesse profondo per la criminologia e le scienze forensi. Da questa esigenza di comprendere, e non solo di giudicare, nasce “Equilibrio Borderline”, un progetto che rappresenta una sintesi tra la sua formazione giuridica e la sua sensibilità umana. In questo spazio, analizza casi realmente accaduti, le menti dei serial killer, le dinamiche psicologiche e i retroscena investigativi, portando alla luce il lato oscuro della mente umana con un approccio lucido ma empatico.
L’idea, racconta, è nata da una frase che l’ha profondamente colpita: “Perché nessuno si chiede il motivo per cui l’ha fatto?”. Non un caso specifico, ma una domanda detta dal fratello di un serial killer americano durante un’intervista, che l’ha spinta a guardare oltre l’etichetta di “mostro”. Da lì, Carmen ha deciso di indagare non solo i fatti, ma anche le cause, le ferite e i traumi che si nascondono dietro l’orrore. Il suo obiettivo è quello di restituire complessità a storie che spesso vengono semplificate, offrendo un punto di vista diverso sul crimine e sulla mente umana.
Nel suo lavoro quotidiano e nel progetto di divulgazione, vive un continuo scambio tra pratica e teoria. L’esperienza sul campo, con i suoi casi concreti e spesso durissimi, le offre materiale di riflessione per i suoi studi; al tempo stesso, l’approfondimento psicologico e criminologico le consente di leggere i fatti giudiziari con una sensibilità diversa, più attenta alle sfumature emotive e ai contesti personali. Per lei, comprendere la mente di un criminale non significa assolverlo, ma imparare a riconoscere i meccanismi che possono portare una persona a oltrepassare i limiti della ragione.
Analizzare un serial killer, ammette, non è un esercizio facile. Serve la capacità di sospendere il giudizio, di liberarsi dai pregiudizi legati alla brutalità dei crimini e di concentrarsi sulle radici della follia. È un percorso emotivo intenso, spesso doloroso, ma necessario per arrivare a una comprensione autentica. Ciò che la spinge è la curiosità di scoprire cosa si cela dietro l’abisso: un insieme di traumi, mancanze affettive, contesti familiari disfunzionali e ambienti sociali che, combinati, possono plasmare la psiche in modo irreversibile.
Nel corso delle sue ricerche, Carmen ha avuto occasione di entrare in contatto con le famiglie delle vittime e dei criminali, esperienze che definisce profondamente umane e difficili. Dialogare con chi ha perso qualcuno o con chi vive il peso della colpa di un parente omicida significa confrontarsi con la complessità della sofferenza, imparando che la realtà non è mai bianca o nera, ma fatta di infinite sfumature.
Nei suoi canali social e nel suo canale YouTube, Carmen esplora la vita e la formazione psicologica dei serial killer, affrontando temi come l’infanzia, i traumi e le distorsioni cognitive che spesso emergono già nei primi anni di vita. È convinta che il contesto familiare e sociale abbia un ruolo determinante nello sviluppo della devianza: molti di questi individui sono cresciuti in ambienti segnati da violenza, abusi o abbandono. Tuttavia, non si limita a questa spiegazione: ogni caso, per lei, è un mondo a sé, un enigma da decifrare con attenzione e rispetto.
Tra i casi che l’affascinano maggiormente ci sono quelli irrisolti, soprattutto quelli in cui la giustizia sembra aver fallito. Cita la strage di Erba come esempio emblematico: un caso che ha diviso l’opinione pubblica e che continua a sollevare interrogativi sulla verità processuale. Per Carmen, ogni errore giudiziario rappresenta una ferita profonda, una distorsione del sistema che dovrebbe invece proteggere.
Con “Equilibrio Borderline”, il suo intento non è solo analitico, ma anche educativo. Vuole invitare il pubblico a interrogarsi, a guardare oltre il sensazionalismo e le semplificazioni mediatiche, a comprendere che dietro ogni azione criminale c’è una storia, per quanto oscura, che merita di essere studiata. “Non si tratta di giustificare – spiega – ma di capire.” È questa la chiave del suo lavoro: l’empatia come strumento di indagine, la conoscenza come mezzo per abbattere i pregiudizi.
Intraprendente, pragmatica e testarda, Carmen affronta il lato oscuro della psiche umana con la determinazione di chi crede che la verità, anche quando è scomoda, debba essere cercata fino in fondo. Il suo “Equilibrio Borderline” non è solo un progetto, ma un ponte tra la legge e la mente, tra il razionale e l’emotivo, tra la giustizia e l’umanità.