Carina

è un’artista visiva contemporanea, laureata e specializzata in Pittura presso l’Università Nazionale delle Arti di Bucarest. La sua ricerca si muove tra pittura e disegno, indagando l’identità, la trasformazione e…

BIOGRAFIA

#Carina

è un’artista visiva contemporanea, laureata e specializzata in Pittura presso l’Università Nazionale delle Arti di Bucarest. La sua ricerca si muove tra pittura e disegno, indagando l’identità, la trasformazione e il rapporto tra il corpo umano e forme antropomorfe di matrice animale. Le sue opere creano spazi sospesi e simbolici, dove fragilità e tensione coesistono. Il processo creativo e il lavoro in studio diventano parte integrante dell’opera, mentre il suo linguaggio visivo personale ed evocativo esplora il confine tra presenza e maschera, tra controllo e abbandono.

Cos’è per te l’arte?

Per me la pittura, più di qualsiasi altra forma che l’arte può assumere, è una necessità quasi vitale. È un’estensione di me stessa. Siamo due entità inseparabili: ho bisogno di dipingere così come ho bisogno di respirare.

Quando hai iniziato a sentire il bisogno di indagare il tema dell’identità attraverso la pittura e il disegno?

È difficile individuare un momento preciso. Credo sia nato da un impulso profondo, o forse da un bisogno personale di ritrovarmi. In questo senso, la pittura è diventata lo strumento attraverso cui ho iniziato a definirmi sempre più chiaramente.

Cosa rappresenta per te la fusione tra corpo umano e forme antropomorfe di matrice animale?

In passato ho lavorato a lungo sulla diluizione della forma, fino a far dissolvere le anatomie nell’astrazione. A un certo punto, questa dissoluzione ha assunto una nuova direzione e ha generato delle transizioni figurative che ho poi iniziato ad approfondire. Oggi, queste forme ibride hanno per me una forte carica simbolica.

Nei tuoi lavori convivono fragilità e tensione: come nasce questo equilibrio visivo ed emotivo?

Nasce da una relazione costante tra controllo e vulnerabilità. La tensione emerge dalla costruzione della forma e dalla sua instabilità, mentre la fragilità è ciò che la attraversa. Non cerco di risolvere questo contrasto, ma di mantenerlo vivo, perché è lì che l’immagine resta aperta e pulsante.

Quanto conta il processo creativo rispetto all’opera finita nel tuo percorso artistico?

Il processo creativo è centrale. È il momento in cui avviene la trasformazione reale, sia dell’immagine che di me stessa. L’opera finita è una conseguenza, non un obiettivo in sé.

Il tuo immaginario sembra muoversi tra presenza e maschera: cosa significa per te “mascherarsi” nell’arte?

Mascherarsi non significa nascondersi, ma rendere visibile qualcosa di più profondo. La maschera diventa uno strumento di rivelazione, un filtro che permette all’identità di emergere in modo simbolico, non letterale.

Lavori più per istinto o attraverso una costruzione concettuale precisa prima di iniziare un’opera?

L’istinto è sempre il punto di partenza. La costruzione concettuale si struttura durante il processo, non prima. È un dialogo continuo tra impulso e riflessione.

Che ruolo ha lo spazio sospeso e simbolico nella narrazione delle tue immagini?

Lo spazio sospeso è un luogo mentale più che fisico. Serve a sottrarre le figure a una narrazione lineare e a collocarle in una dimensione simbolica, dove il tempo e il contesto restano aperti all’interpretazione.

In che modo la formazione accademica a Bucarest ha influenzato il tuo linguaggio visivo personale?

La formazione accademica mi ha fornito una struttura solida, soprattutto nel rapporto con la figura e la composizione. Su questa base ho poi costruito un linguaggio personale, spesso in tensione con l’accademia stessa, ma proprio per questo più consapevole.

C’è un’opera che senti particolarmente rappresentativa della tua ricerca sulla trasformazione?

Non saprei indicarne una con precisione. È il processo in sé a definirmi, ed è verso questa fase che sento il legame più forte. L’attaccamento alle opere finite, invece, tende quasi a svanire. Credo di avere bisogno di dipingere più che di conservare le opere concluse.

Quale direzione immagini per l’evoluzione futura del tuo lavoro tra corpo, animalità e identità?

Immagino un ulteriore approfondimento delle zone di confine, dove le identità restano fluide e instabili. Mi interessa continuare a esplorare la trasformazione non come evento, ma come stato permanente dell’essere.

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