nasce a Bari il 9 maggio 1987 e coltiva fin dall’adolescenza un rapporto spontaneo e continuo con la scrittura poetica, vissuta come esigenza espressiva e spazio di ricerca personale. Dopo il diploma classico si trasferisce a Parma, dove si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi e muove i primi passi nel mondo del giornalismo, ambito che diventerà la sua professione insieme all’attività di ufficio stampa.
Accanto al lavoro, porta avanti una profonda passione per la poesia, nutrendosi della lettura di autori e autrici provenienti da tradizioni occidentali e orientali, con l’intento di costruire attraverso la parola una dimensione quotidiana più consapevole e significativa. A questa ricerca si affianca l’interesse per la danza classica indiana bharatanatyam, disciplina che contribuisce ad arricchire il suo immaginario e la sua sensibilità espressiva.
Nel 2024 pubblica la sua prima silloge poetica, “Angoli vivi – trentasette eterotopìe”, edita da Giovane Holden Edizioni, presentata in contesti di rilievo come il Salone del Libro di Torino e il Pisa Book Festival. Attualmente vive a Olbia, dove organizza eventi letterari, reading poetici e incontri dedicati alla diffusione e alla scoperta della parola poetica, intesa come strumento essenziale ma potente, capace di generare consapevolezza, esplorare l’interiorità e aprire nuovi orizzonti.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte, ed in particolare la poesia, è prima di tutto un istinto profondo. Infatti nella poesia sentire e capire, il cuore e l’intelligenza si fondono fino ad arrivare in quel punto di perfetto equilibrio, quel punto di sella che si pone tra uno stato di estasi e meraviglia totali ed uno stato di perfetto smarrimento. Certamente l’arte, quindi la poesia, è per me spogliazione dal superfluo, incontro con l’invisibile, quindi con la verità. È concedersi al dialogo tra dentro e fuori, tra la nostra interiorità e quello che ci sta intorno. La poesia è anche uno scavo dentro di noi, è scavare dove la terra è più dura, verso quel nucleo cavo che facciamo fatica a contattare, ma che tuttavia è l’unico posto che ci abita -e dentro il quale abitiamo- in grado di darci le risposte giuste. L’arte è spesso figlia dell’inquietudine, che a sua volta è il contrario dell’indifferenza. È un tentativo di costruire, ma allo stesso tempo di liberarsi di alcuni tratti di sé stessi. È trovare una ragione di senso più profonda e portare ad esistere con la parola quello che manca.
Quando hai capito che la scrittura poetica sarebbe stata una presenza costante nella tua vita, oltre l’esercizio spontaneo dell’adolescenza?
Dal momento in cui ho imparato a scrivere e leggere sono diventata una lettrice vorace, direi quasi bulimica. Da quell’esercizio della lettura, come accade spesso, sono diventata anche una persona “brava a scrivere” e se è vero che la scrittura mi ha accompagnato per tutta la vita, segnando anche il mio percorso professionale, (visto che ho poi studiato lettere e sono diventata una giornalista), è solo nell’incontro con la poesia che sento di essere riuscita a trovare quella ragione di senso di cui parlavamo poco fa. Infatti, sebbene scrivessi da tutta la vita, sono arrivata a chiedermi, ad un certo punto, cosa mi muovesse, cosa mi spingesse a scrivere, cosa mi desse l’urgenza di scrivere. Contemporaneamente a questa domanda ho incontrato le prime poete ed i primi poeti. Prima nella lettura, poi adottando la parola poetica come linguaggio, ho capito che da quel momento la poesia sarebbe stata compagna, interrogativo doloroso, catarsi nostalgica. Dal momento che lei si è impossessata di me, ho capito che avrei sempre avuto questa domanda aperta a sigillo del mio cuore.
In che modo il tuo lavoro nel giornalismo influenza — o si distingue — dalla tua voce poetica?
Il giornalismo, a partire dai suoi linguaggi, dalle sue regole deontologiche, dal suo rigore, si differenzia totalmente dalla mia voce poetica. Ma forse la differenza sta più a monte, per me: il giornalismo, la scrittura giornalistica e più in generale la prosa sono il linguaggio che mi lega ad un ragionamento più razionale, più strutturato. La poesia è invece la parola lasciata libera, alata e che quindi agisce senza costrizioni. È una parola scalza, una visione, un impulso potente. Come diceva Petrarca: “nulla al mondo è che non possano i versi”.
Quali autori o autrici hanno inciso maggiormente sulla tua formazione e sul tuo immaginario?
Sono tanti gli autori e le autrici che hanno preso stabilmente posto nel mio cuore. Non è tanto una questione di incidere sul mio immaginario, perché il mio immaginario è un giardino chiuso. È più una questione di sorellanza e di fratellanza, perché con ognuno degli autori e degli e delle autrici che leggo, sento di avere un rapporto intimo. Ne cito solo alcuni, ma il novero è in continuo aggiornamento: sono grata a Chandra Candiani, a Patrizia Cavalli, a Mariangela Gualtieri, a Cesare Pavese, a Silvia Plath, a Patrizia Valduga, a Emily Dickinson, ad Antonia Pozzi, a Goliarda Sapienza, a Wisława Szymborska, a Christian Bobin. Con ognuno di loro, che siano vivi o che siano morti, mi capita di parlare. Più spesso, mi capita di ringraziare.
Cosa rappresenta per te il concetto di “eterotopia” all’interno della tua silloge?
Eterotopia è un concetto foucaultiano di cui certamente, non avendo una formazione filosofica non ho potuto apprendere a fondo l’essenza. Tuttavia è un concetto che mi affascina: l’eterotopia è un territorio ibrido sospeso tra realtà e immaginario, un luogo non luogo. L’eterotopia per eccellenza per me è lo specchio, un luogo in cui ci vediamo ma dove non siamo veramente, uno spazio irreale che si apre virtualmente dietro la superficie ma che allo stesso tempo è un posto del tutto reale, connesso allo spazio che lo circonda.
Come nasce una tua poesia: da un’immagine, da un pensiero, da un’urgenza emotiva?
Come dicevo prima, credo che la poesia sia innanzitutto un istinto profondo, che nasce dalla rielaborazione di una serie di stimoli emotivi, sensoriali, fisici o sentimentali. Nella mia esperienza, la poesia è un atto magico del quale non sono pienamente padrona. È qualcosa che arriva in modo inaspettato, irruento, spesso doloroso, è un movimento inarrestabile, impossibile da contenere e da domare. Quando questo accade, la mia unica possibilità è farmi morbida, accogliere, lasciarmi travolgere il più possibile. In virtù di questo processo, è molto raro che io apporti correzioni o riscriva le mie poesie. Le parole che arrivano tendono ad essere esatte, nette, inequivocabili.
Che ruolo ha la disciplina del bharatanatyam nel tuo modo di percepire ritmo, corpo e parola?
È utile in proposito dare prima un piccolo cenno di quello che è il bharatanatyam. Il bharatanatyam è uno dei sette stili di danza classica dell’India, uno stile di danza che unisce l’interpretazione dell’apparato mitologico induista ad una disciplina fisica che ricorda lo yoga: proprio per questa commistione di arti è detta teatro-danza. È stata forse la forma d’arte che più mi ha sfidato ed appassionato, riportando la mia coscienza al corpo-mente: lo studio di questa disciplina richiede infatti un rigore infallibile ed una passione smisurata, per entrare verticalmente in quella complessa foresta di simboli che è la mitologia induista, con i suoi archetipi, le sue divinità, i suoi linguaggi. Ogni gesto nel bharatanatyam corrisponde ad un’infinità di significati. Esattamente come fa la parola poetica, anche il gesto nel bharatanatyam rivela verità, allude a sentimenti, tratteggia e sfuma qualsiasi aspetto dell’animo umano.
Qual è il significato più profondo che attribuisci alla parola come “gesto generativo”?
Per me la parola è un seme. È qualcosa che germina lentamente, che scava in profondità, che è capace di creare radici e legami. La parola poetica non è un orpello, non è una semplice decorazione. È qualcosa capace di spalancare universi interiori, un germoglio vivo che appartiene a tutti. Il seme della parola è anche un atto di resistenza gentile: è qualcosa di apparentemente fragile ma in verità fortissimo.
Come reagisce il pubblico durante i tuoi reading poetici e che tipo di scambio si crea?
Lo scambio con chi ti ascolta, con chi ti legge è una relazione potente. È un tipo di relazione che potrebbe sembrare effimera ma che se arriva nel profondo è capace di riverberare a lungo, di creare eco, di diffondersi a macchia d’olio. Contrariamente alle aspettative, durante gli eventi che organizzo il rapporto non è ìmpari. Ci si emoziona insieme, si crea una bolla intima e confidenziale dentro cui sembra quasi che ci si possa raccontare tutto senza vergogna, senza pudori, senza freni, lanciando il cuore oltre l’ostacolo. Questo è un aspetto che mi emoziona sempre tanto, è un tipo di empatia che finora non sono riuscita a sperimentare in nessun altro contesto.
Cosa ti spinge a organizzare eventi e incontri dedicati alla poesia nella tua città?
Sicuramente il desiderio di condividere una felicità. Per me la poesia è un àncora di salvezza, qualcosa che ti salva nel mezzo della tempesta, qualcosa che possiamo tenere sempre a portata di mano. E poiché credo che la poesia dovrebbe uscire dalla scatola accademica delle parafrasi, dal recinto delle parole difficili, da poeta è doveroso provare a coinvolgere anche la mia comunità in questo cammino. E sono certa che questo mio desiderio non cada mai nel vuoto, come testimoniato dalla sempre folta partecipazione e dal vivo interesse che questa comunità dimostra e che mi spinge, volta per volta, ad alzare sempre l’asticella.
Quali direzioni immagini per il tuo percorso poetico futuro?
Dopo la pubblicazione della mia prima silloge poetica “Angoli vivi” (per Giovane Holden Edizioni), il mio percorso poetico ha subito una decisa accelerata. Da quel momento in poi sono riuscita innanzitutto a riuscire a dirmi poeta, non tanto per caricarmi di una qualsiasi autorità, ma più che altro per dare testimonianza di quanto ricevo dalla poesia. Ho imparato tanto anche dal rapporto con i miei lettori e con le mie lettrici e da quello scambio sono nati molti germogli, che ancora oggi provano a fiorire. Adesso sento che sta per nascere una nuova e diversa stagione: ho appena ultimato la mia seconda raccolta di poesie, che verrà pubblicata prossimamente, e sento che questo passaggio rappresenterà un’altra tappa. Tappa che idealmente vorrei percorrere accompagnata da anime sensibili, da anime in cammino, da anime interrogative. Per il mio futuro poetico, vorrei che chi mi legge aprisse il mio libro come fosse una wunderkammer, utilizzandolo come un atlante, un inventario, un catalogo sentimentale. Vorrei che in quello che scrivo si possa trovare l’ordinario e l’incanto, il pane e la meraviglia.
Descriviti in tre parole.
Inquieta, molteplice, fiorita.