Bella Antonova

è un’artista bulgara che vive e lavora a Londra, cresciuta in un ambiente profondamente immerso nel mondo dell’arte. Figlia di uno scultore e di una pittrice, trascorre l’infanzia tra gallerie,…

BIOGRAFIA

#Bella Antonova

è un’artista bulgara che vive e lavora a Londra, cresciuta in un ambiente profondamente immerso nel mondo dell’arte. Figlia di uno scultore e di una pittrice, trascorre l’infanzia tra gallerie, mostre e dialoghi artistici, assorbendo in modo naturale linguaggi, tecniche e visioni senza inizialmente percepirli come qualcosa di straordinario, ma semplicemente come parte del proprio quotidiano. Solo con il tempo riconosce quanto quell’educazione visiva e sensibile abbia plasmato il suo sguardo.

Nonostante le origini, da giovane non immagina per sé un futuro nella pittura, scelta che i genitori rispettano lasciandole piena libertà espressiva. A quindici anni lascia la Bulgaria per trasferirsi in Italia, dove approfondisce il rapporto con la materia studiando ceramica e successivamente scenografia all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, esperienze che contribuiscono a definire il suo approccio alla forma, allo spazio e alla composizione.

È a Londra che il suo legame con l’arte si trasforma profondamente. In un periodo personale complesso, inizia a creare in modo spontaneo, utilizzando segni ripetitivi, punti e linee come strumento per ritrovare equilibrio e silenzio interiore. La pratica artistica nasce così da un bisogno autentico, lontano da ambizioni di visibilità o carriera, diventando un linguaggio necessario.

La maternità segna un ulteriore passaggio nella sua evoluzione, portandola a riconoscere con maggiore consapevolezza la propria identità e a concentrare le proprie energie tra il ruolo di madre e quello di artista. Oggi lavora prevalentemente con tecniche miste, muovendosi con libertà tra figurazione e astrazione, con una particolare attenzione alla figura femminile, spesso al centro delle sue opere.

Il suo processo creativo è aperto e in continua trasformazione: le opere prendono forma da un’intuizione iniziale ma si sviluppano in modo organico, tra stratificazioni, cancellazioni e dettagli che emergono progressivamente. La sua ricerca si muove tra il desiderio di bellezza e l’esplorazione di dimensioni più profonde e intime, lasciando spazio a ciò che ancora non conosce pienamente ma che sente come parte della propria visione. La fede, oggi centrale nella sua vita, rappresenta un elemento destinato a trovare nel tempo una presenza sempre più consapevole anche nella sua produzione artistica.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è libertà, ma è anche una sfida continua con me stessa. Posso fare quello che voglio, non ci sono veri limiti, ma allo stesso tempo cerco sempre di migliorare, provare qualcosa di nuovo e andare un po’ più avanti rispetto a quello che ho fatto prima. È un mondo mio, dove posso essere completamente libera.

Quanto ha influenzato concretamente la tua infanzia immersa nel mondo dell’arte il tuo modo di creare oggi?

Moltissimo, soprattutto nel modo in cui guardo e giudico un’opera. Credo che l’occhio si alleni. Sono cresciuta circondata da artisti di alto livello, ascoltando discussioni sull’arte, sulle tecniche e sul modo di osservare un lavoro. Credo che questo abbia formato il mio occhio molto presto. La cosa curiosa è che spesso quello che so lo metto volontariamente da parte. Cerco di fare le cose a modo mio. Diciamo che le regole le conosco e le seguo finché mi piacciono.

C’è stato un momento preciso a Londra in cui hai capito che l’arte non era più solo un bisogno, ma anche una direzione di vita?

Sì. Quando sono tornata al mio precedente lavoro dopo la maternità, mi sono resa conto che qualsiasi cosa che non avesse a che fare con l’arte non faceva più per me. Allo stesso tempo sento ancora il desiderio di fare qualcosa di pratico, che sia utile agli altri. Perché, diciamolo, l’arte può sembrare quasi un lusso. Non è qualcosa di cui abbiamo bisogno per sopravvivere fisicamente, ma può riempire l’anima.

In che modo le esperienze tra Bulgaria, Italia e Regno Unito hanno plasmato la tua identità artistica?

Prima di Londra, sinceramente, non credo di avere avuto una vera identità artistica. Non potrei raccontare una storia romantica fatta di diverse fasi artistiche. Non è andata così. Una cosa però la ricordo chiaramente: disegno figure femminili con vestiti particolari praticamente da quando ho memoria. Eppure non pensavo di diventare un’artista. Immaginavo piuttosto di lavorare come scenografa oppure, un giorno, di aprire un atelier di ceramica. È stato soprattutto a Londra che ho cominciato lentamente a capire quale potesse essere il mio linguaggio. Ma non lo considero definitivo. Cambia e si trasforma insieme a me, e credo che continuerà a farlo.

Il tuo processo creativo è molto intuitivo: quanto lasci spazio al controllo e quanto all’imprevisto durante la realizzazione di un’opera?

Spesso l’improvvisazione comincia già dall’inizio. Ci sono opere che vedo chiaramente nella mia mente e che cerco di realizzare il più vicino possibile a quell’immagine. Ma molto spesso comincio senza sapere dove andrò. Parto da un volto, una forma o una combinazione di colori. Quasi sempre compare il turchese, uno dei miei colori preferiti. Direi quindi che il mio processo è soprattutto improvvisazione, ma con un certo senso di controllo. Non so necessariamente dove arriverò, ma so quando qualcosa funziona e quando devo fermarmi o cambiare direzione.

La figura femminile è ricorrente nei tuoi lavori: cosa rappresenta per te e quali aspetti cerchi di esplorare attraverso di essa?

Le donne che dipingo non sono persone reali e non vengono da fotografie o storie precise. Per me sono più simili a stati d’animo, che poi si completano attraverso tutto ciò che nasce intorno a loro. Cerco di non dare loro un’emozione troppo definita. Voglio lasciare a chi guarda la possibilità di chiedersi cosa stia raccontando quel volto. Due persone possono guardare la stessa figura e vedere qualcosa di completamente diverso, perché in parte la interpretano attraverso ciò che sentono dentro di sé. A volte la figura è appena accennata, magari rimane soltanto un occhio.

Come dialogano tra loro figurazione e astrazione nel tuo linguaggio visivo?

È una domanda che non mi ero mai posta davvero. Per me sono un insieme, si completano. Se ci fosse soltanto l’astrazione o soltanto la figura, sentirei che manca qualcosa. Forse, attraverso il volto, voglio dare qualcosa di riconoscibile, qualcosa davanti a cui la mente possa dire: “Ecco, questo lo conosco”. Ma allo stesso tempo quel volto è circondato da mondi diversi, fatti di colori, forme e segni. Il dialogo è quindi tra il conosciuto e lo sconosciuto, che insieme cercano di diventare qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbiamo mai visto prima.

Quanto la maternità ha trasformato il tuo sguardo artistico e il tuo modo di vivere la creatività?

La maternità è stata il cambiamento più bello e trasformativo della mia vita. È piena di emozioni: amore, gioia, paura, insicurezze. Quando una madre dice “sono nata insieme a mio figlio”, è una frase in cui mi riconosco molto. Mi ha dato delle certezze e mi ha fatto capire dove voglio concentrare la mia attenzione e cosa vale veramente la pena. Ho smesso di cercare di essere tutto per tutti. Credo che quando una persona si sente piena dentro, abbia ancora di più da dare alle persone che le stanno accanto.

Utilizzi spesso tecniche miste: come scegli materiali e segni e che ruolo hanno nella costruzione del significato dell’opera?

Non riesco a immaginarmi di lavorare sempre con una sola tecnica. Sono sempre stata artisticamente attratta da cose diverse, non soltanto dalla pittura, quindi limitarmi anche nei materiali e nelle tecniche renderebbe il processo troppo monotono per me. A volte ho semplicemente voglia di prendere una matita, altre volte sento il bisogno di utilizzare diversi materiali nello stesso lavoro. Non li scelgo soltanto per rendere l’opera più interessante visivamente, ma anche perché mi piace esplorare mentre lavoro. Mi piace sorprendermi e vedere cosa succede quando metto insieme materiali diversi. A volte parto da un’idea precisa, altre volte lascio che qualcosa emerga da solo durante il processo. Per me è un dialogo tra esperimento, idea ed emozione.

Parli di una ricerca della bellezza ma anche di qualcosa di più profondo: riesci a descrivere questa dimensione o preferisci lasciarla indefinita?

Per me la bellezza dipende molto da come percepisco una persona. Dipingo soprattutto donne perché la femminilità rappresenta non soltanto bellezza, ma anche gentilezza, creazione, cura, forza interiore, sensibilità e intuizione. Qualità che spesso rimangono nascoste. Quando ero più giovane cercavo quasi di nascondere la mia femminilità, come se fosse qualcosa di cui vergognarmi. Forse anche per questo oggi sento il bisogno di esprimerla nei miei dipinti. Credo che la bellezza femminile debba essere celebrata, ma non attraverso il continuo confronto con le immagini che vediamo sulle riviste o sui social. L’aspetto fisico ha la sua importanza, ma non è più importante della nostra realtà interiore e del giudizio che abbiamo di noi stesse. Per me la bellezza significa prendersi cura del corpo, ma anche della mente, costruendo qualcosa dentro di sé che non crolli semplicemente perché qualcuno non ci considera abbastanza belle. Le donne che dipingo sono belle, ma non sono reali. Forse rappresentano qualcosa che portiamo dentro di noi e che spesso rimane nascosto. È un tema che vorrei approfondire sempre di più attraverso la mia arte.

Che spazio pensi potrà avere la fede nella tua arte futura e in che modo potrebbe emergere visivamente?

È difficile dirlo, perché per molti anni nemmeno io sapevo esattamente dove mi trovassi rispetto alla fede. Per molto tempo ho avuto un rapporto complicato con tutto ciò che associavo alla religione e alle Chiese. Poi ho capito che non devo necessariamente sentirmi “religiosa” per poter avere ed esprimere la mia fede. Oggi è una parte molto importante della mia vita e non credo che avrei attraversato alcuni dei momenti più difficili senza di essa. Non so ancora esattamente come entrerà nella mia arte. Ho alcune idee, ma preferisco non definirle prima che esistano davvero. Si vedrà in futuro.

Descriviti in tre parole.

Analitica. Sensibile. Autentica.

SHARE

Contatti