nato a Bari nel 1964, è un fotografo e artista visivo italiano la cui ricerca si sviluppa intorno al rapporto tra immagine, identità e percezione. Per oltre quarant’anni ha lavorato nel mondo della fotografia pubblicitaria, maturando una lunga esperienza nella costruzione dell’immagine, nella cura della bellezza, nella precisione della luce e nella ricerca di un ideale estetico. Un percorso professionale che, nel tempo, ha generato una riflessione sulla natura stessa della fotografia e su ciò che rimane di un’immagine quando viene privata della sua apparente perfezione.
Da questa riflessione nasce la Fotomorfia, un linguaggio artistico personale attraverso il quale la fotografia perde la propria intangibilità per diventare materia da trasformare. Mediante abrasioni, sottrazioni e interventi fisici sulla superficie fotografica, Schiavano altera ciò che l’obiettivo ha registrato, lasciando emergere nuove possibilità di lettura. Il suo gesto creativo non nasce dalla volontà di distruggere l’immagine, ma dal desiderio di oltrepassarla, trasformando l’imperfezione in uno strumento di conoscenza e rivelazione.
Al centro della sua ricerca si trova il corpo umano, non più considerato soltanto come soggetto da rappresentare, ma come territorio nel quale si manifestano fragilità, contraddizioni, desideri e conflitti interiori. Attraverso le sue opere mette in discussione i concetti di bellezza e identità, interrogando i modelli estetici e il modo in cui la superficie può diventare uno spazio capace di rivelare ciò che normalmente rimane nascosto.
Nei suoi cicli artistici, tra cui The Beauty and the Bane, Dysmorfia, Rinascita e Oltre la Pelle, affronta temi profondamente legati all’esperienza umana, dall’accettazione di sé al condizionamento dei modelli estetici, dalla vulnerabilità alla diversità e alla complessità delle relazioni. La sua ricerca si estende anche al dialogo con le nuove generazioni, attraverso incontri con gli studenti nei quali l’opera diventa un’occasione per riflettere sul rapporto tra immagine e percezione di sé.
Le sue opere sono state presentate in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, all’interno di contesti espositivi pubblici e privati. Oggi continua a esplorare il confine tra fotografia e intervento materico, portando avanti una ricerca che non intende offrire risposte definitive, ma stimolare nuove riflessioni e mettere in discussione le certezze dello sguardo. Nella sua visione, infatti, la fotografia non è necessariamente ciò che mostra, ma anche ciò che riesce a rivelare.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte nasce da un desiderio, non dalla ricerca di una considerazione. Il desiderio di esprimere un pensiero, di provocare una riflessione, di mettere in discussione qualcosa che troppo spesso accettiamo senza interrogarci. Oggi vorrei provocare, domani lasciare una testimonianza. Qui sta anche una differenza sostanziale tra l’artista e il fotografo professionista, almeno per come ho vissuto io queste due dimensioni. Il fotografo è un artigiano che mette le proprie capacità e la propria sensibilità al servizio di una committenza. L’artista, invece, non risponde a una richiesta esterna, ma a una necessità personale, al bisogno di esprimere qualcosa che sente appartenergli. Dopo oltre quarant’anni trascorsi a realizzare immagini per gli altri, oggi creo soprattutto per me stesso, senza chiedermi necessariamente se ciò che realizzo incontrerà il mercato. Continuo a creare anche quando non vendo di continuo, perché è la ricerca stessa ad appagarmi. Questo non significa che la considerazione degli altri non sia importante. Anzi, i messaggi che ricevo da chi osserva le mie opere, ne comprende il significato o ne trae una riflessione personale, rappresentano oggi una linfa fondamentale. L’arte nasce così da un’esigenza individuale, ma acquista un valore ulteriore quando riesce a diventare un’esperienza condivisa.
Il tuo percorso professionale si è sviluppato per quarant’anni nel mondo della fotografia pubblicitaria. Come è nata la passione per la fotografia e quando hai capito che sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
La fotografia è entrata nella mia vita quasi per caso, inizialmente come una curiosità fra le tante. Avevo circa diciassette anni, ero pieno di interessi: suonavo la chitarra, praticavo sport, amavo viaggiare. Un giorno mio padre mi regalò una reflex Ricoh KR10. Non sapevo praticamente nulla di fotografia. Avevo letto qualche nozione su un manuale, ma non riuscivo a comprendere fino in fondo il significato di tutti quei numeri riportati sulla macchina e sugli obiettivi. E non trovavo nessuno che sapesse spiegarmeli davvero. Cominciai a fotografare qualsiasi cosa, senza un progetto preciso: familiari, paesaggi, situazioni quotidiane. L’unica certezza era che quella macchina fotografica l’avevo sempre al collo. Finché un giorno, durante una gita in barca, caddi in acqua e la persi. Fu proprio in quel momento che compresi quanto fosse diventata importante per me. Non potevo chiedere a mio padre di comprarne un’altra, così decisi di guadagnarmela. Trascorsi l’estate lavorando come cameriere in un albergo di lusso in Toscana, con un unico obiettivo: mettere da parte abbastanza denaro per acquistare l’attrezzatura che desideravo. Era il 1982 e al terminedell’estate finalmente comprai una Nikon FE, due obiettivi, un flash e centinaia di rullini, diverse tipologie per capire meglio la tecnica. Ricordo ancora l’emozione di quel momento. Eppure, per settimane non scattai neppure una fotografia. Avevo un tale rispetto per quella macchina che sentivo il bisogno di dare un significato al primo scatto. Non volevo più fotografare semplicemente ciò che avevo davanti agli occhi, volevo costruire un’immagine. Nacque così il mio primo progetto, basato sulle doppie e triple esposizioni. Per me la fotografia era, ed è ancora oggi, una tela bianca. Prima di scattare avevo già in mente l’immagine che volevo ottenere, cercavo di immaginarla in ogni dettaglio. Ancora oggi realizzo disegni preparatori, quasi fossero storyboard, per dare forma alle immagini prima ancora di fotografarle. Con la pellicola, però, tutto aveva una dimensione emotiva diversa. Era un po’ come Il sabato del villaggio di Leopardi: il piacere non era soltanto nel risultato, ma soprattutto nell’attesa. Tra lo scatto e lo sviluppo esisteva un tempo sospeso, fatto di aspettative, dubbi e desiderio di scoprire se ciò che avevi immaginato fosse davvero riuscito. Un’emozione che l’immediatezza del digitale ha inevitabilmente modificato. Successivamente iniziai a fotografare le persone, ma con una particolarità: tagliavo volutamente le teste, escludevo i volti dall’inquadratura. Sentivo di non essere ancora pronto ad affrontare il ritratto. Parallelamente sperimentavo i primi still life, spesso caratterizzati da una certa ironia. Dopo il diploma mi iscrissi a Ingegneria al Politecnico di Torino, ma la fotografia occupava ormai uno spazio sempre più importante nella mia vita, tanto che gli studi finivano inevitabilmente in secondo piano. Nel 1988 presi una decisione che avrebbe cambiato tutto: lasciare l’università e trasferirmi a Milano per mostrare i miei lavori. Non ero affatto convinto di poter diventare un fotografo professionista. Volevo semplicemente provarci, per non dover convivere un giorno con il rimpianto di non averlo fatto. Invece, dopo appena due mesi, arrivò il mio primo incarico professionale. I miei still life ironici incuriosivano, così come quelle immagini di corpi volutamente tagliati, lontane dai canoni tradizionali del ritratto. Fu allora che capii che quella passione poteva diventare anche il mio lavoro. Ma, ripensandoci oggi, la fotografia era già diventata parte di me molto prima, quando persi quella prima Ricoh e scoprii quanto mi mancasse guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Dopo tanti anni trascorsi a lavorare sulla bellezza e sulla perfezione dell’immagine, cosa ti ha spinto a mettere in discussione proprio quei canoni estetici che avevano caratterizzato la tua attività professionale?
Per oltre quarant’anni ho lavorato per costruire immagini capaci di esaltare la bellezza, cercando di eliminare ogni imperfezione. Era ciò che mi veniva richiesto e che cercavo di realizzare al meglio. Con il tempo, però, ho iniziato a interrogarmi su quanto quella perfezione rappresentasse davvero la realtà. Mi sono reso conto che, nel tentativo di rendere tutto esteticamente impeccabile, finivamo spesso per cancellare proprio ciò che rende ogni individuo unico. Non ho mai smesso di amare la bellezza, ho semplicemente sentito il bisogno di cercarla anche dove avevo imparato a nasconderla.
La Fotomorfia è il linguaggio artistico che hai sviluppato attraverso la trasformazione fisica della fotografia. Come nasce questa ricerca e quale esigenza espressiva ti ha portato a elaborare una tecnica così personale?
La Fotomorfia non è nata improvvisamente, né dalla ricerca di una nuova tecnica. È stata piuttosto la conseguenza di un’inquietudine che sentivo crescere dentro di me. Durante la pandemia la mia vita è cambiata profondamente. Dopo decenni trascorsi a costruire immagini per la fotografia pubblicitaria, quel tempo sospeso mi ha portato a interrogarmi sul significato stesso del mio lavoro. Nacque così Rinascita, un progetto articolato in tre capitoli: Languishing, L’Attesa e Riflessi, attraverso i quali iniziai a esplorare la fragilità umana, la solitudine e il bisogno di ritrovare sé stessi. In quel periodo conobbi Mosè Franchi, durante una lettura portfolio. Nacque un rapporto di amicizia e confronto. Mosè aveva intuito qualcosa nella mia ricerca e mi incoraggiava a trovare un linguaggio che fosse realmente mio. Ma tra Rinascita e la Fotomorfia accadde qualcosa di decisivo. Cominciai a provare una sorta di repulsione verso molte delle immagini che avevo realizzato nel corso della mia carriera. Erano formalmente perfette, ma improvvisamente mi apparivano prive di anima, tanto da non riuscire più a guardarle. Un giorno decisi di strapparne alcune. Un gesto istintivo, quasi liberatorio, che mi riportò alla mente L’avventura di un fotografo di Italo Calvino. Osservando quelle fotografie lacerate e poi ricongiunte, ebbi una sensazione inattesa: quelle donne, fino a quel momento prigioniere di una bellezza impeccabile, sembravano finalmente urlare, rivendicare un’anima, un’identità che l’immagine patinata aveva loro sottratto. Fu allora che iniziai a chiedermi come rendere quella ferita parte integrante della fotografia, senza limitarmi a strapparla. Nacque così il graffio, il primo gesto consapevole di trasformazione della superficie fotografica. Un segno capace di mettere in discussione la veridicità dell’immagine, di interromperne la perfezione e restituirle una dimensione più umana. Da quel primo gesto cominciai a sperimentare abrasioni, solventi, oli e altri materiali, fino a sviluppare quello che oggi chiamo Fotomorfia. Purtroppo Mosè, che aveva creduto nella mia ricerca, si ammalò gravemente e scomparve prima che potessi mostrargli questa nuova direzione. Ripensandoci, la Fotomorfia è nata proprio da quella contraddizione: distruggere per ricostruire, ferire un’immagine per restituirle un’anima. Togliere materia per aggiungere nuova vita.
Nelle tue opere intervieni sulla superficie fotografica attraverso abrasioni, sottrazioni e manipolazioni materiche. Cosa accade, dal punto di vista creativo ed emotivo, quando decidi di modificare un’immagine che inizialmente sembrava già compiuta?
Il primo gesto è quasi sempre una cancellazione, o meglio, una dissoluzione. Attraverso i solventi intervengo sull’immagine fotografica, lasciando che la materia reagisca in modo non del tutto controllabile. È un momento in cui devo accettare anche l’imprevisto, rinunciando a quel controllo assoluto che per tanti anni ha caratterizzato il mio lavoro di fotografo pubblicitario. Successivamente ricopro la superficie con polvere di gesso, ed è come se avessi nuovamente davanti a me un foglio bianco. A quel punto interviene la memoria. Cerco di ritrovare il volto che avevo conosciuto prima dello scatto, prima dei riflettori, del trucco, delle indicazioni della committenza. Ricordo i modelli e le modelle quando arrivavano in studio, spesso giovanissimi, acqua e sapone, talvolta intimoriti da un ambiente che di lì a poco li avrebbe trasformati in immagini perfette. È proprio a quei pochi istanti che cerco di tornare. A quel momento in cui la persona esisteva ancora al di fuori dell’immagine che avremmo costruito. Con la Fotomorfia provo a compiere il percorso inverso: non trasformare una persona in un ideale di bellezza, ma attraversare quell’ideale per ritrovare la persona. Oggi il fotografo pubblicitario che ero e l’artista che sono diventato mi sembrano quasi due persone diverse. Non rinnego nulla di quel percorso, che mi ha dato moltissimo, ma non sento più di appartenere a quel mondo. È anche per questo che ho scelto di non accettare più incarichi pubblicitari. Oggi ho bisogno di creare immagini che rispondano soltanto alla mia sensibilità, senza dover soddisfare le aspettative di qualcun altro.
Il corpo umano è uno dei protagonisti principali della tua ricerca artistica. Perché hai scelto di esplorare proprio il corpo come luogo di identità, fragilità e contraddizioni?
La Fotomorfia è nata attraverso il corpo umano, probabilmente perché è il soggetto che conosco meglio, dopo tanti anni trascorsi a fotografarlo e a costruirne un’immagine ideale. Ma il corpo non è soltanto una forma da rappresentare: è il luogo in cui si manifestano la nostra identità, le fragilità, i desideri e le contraddizioni. Questa ricerca si è sviluppata attraverso tre progetti distinti. The Beauty and the Bane mette in discussione i canoni della bellezza contemporanea e quella perfezione estetica che spesso finisce per cancellare l’individualità. Dysmorfia affronta il rapporto conflittuale con la propria immagine, la difficoltà di riconoscersi e di accettarsi. OltrelaPelle sposta invece l’attenzione sulle diversità culturali e religiose, raccontando una relazione in cui l’amore e il desiderio non riescono a superare completamente i condizionamenti e le appartenenze dei protagonisti. Sono tre percorsi differenti, ma accomunati dalla volontà di raccontare la persona oltre la sua immagine.
Nei tuoi lavori affronti temi come la bellezza, l’imperfezione, l’accettazione di sé e il condizionamento dei modelli estetici. Quanto ritieni che la società contemporanea influenzi il nostro modo di percepire il corpo e la nostra stessa identità?
L’influenza è enorme, molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Viviamo in una società che ci propone continuamente modelli estetici ai quali conformarci, fino a farci percepire come difetti quelle che in realtà sono le nostre caratteristiche individuali. Per oltre quarant’anni ho lavorato proprio all’interno di questo meccanismo, contribuendo a costruire immagini di bellezza idealizzata. So bene quanto lavoro ci sia dietro quella perfezione e quanto poco, spesso, abbia a che fare con la realtà. La cosa che mi colpisce maggiormente è che oggi non abbiamo quasi più bisogno che qualcuno ci imponga quei modelli: siamo noi stessi a cercare di assomigliarvi, a correggerci, a confrontarci continuamente con immagini che spesso non rappresentano nemmeno persone reali. Il rischio è che, nel desiderio di essere accettati dagli altri, finiamo per non accettare più noi stessi. E quando l’apparenza diventa così importante, anche la nostra identità rischia di essere costruita attraverso lo sguardo altrui. Con i miei lavori non voglio suggerire che la bellezza sia qualcosa da rifiutare, né giudicare chi desidera migliorare il proprio aspetto. Vorrei piuttosto provocare una domanda: quanto di ciò che desideriamo essere nasce realmente da noi e quanto, invece, ci è stato suggerito dagli altri?
Tra i tuoi cicli artistici troviamo Rinascita, The Beauty and the Bane, Dysmorfia, e Oltre la Pelle. Quali sono le riflessioni che accomunano questi progetti e quale percorso evolutivo raccontano della tua ricerca?
A unire questi progetti è il tentativo di andare oltre ciò che appare, per cercare quello che spesso rimane nascosto, negli altri ma anche in noi stessi. Rinascita rappresenta soprattutto il bisogno di ritrovare me stesso. Durante la pandemia ho ripreso a sperimentare, tornando idealmente alle mie origini fotografiche. Con Languishing ho recuperato le doppie e triple esposizioni dei miei primi anni; con L’Attesa ho realizzato immagini che, secondo i canoni tradizionali, sarebbero considerate tecnicamente sbagliate: esposizioni di quindici minuti, movimenti lenti e casuali della macchina fotografica, sfocature progressive. Ho cercato volontariamente ciò che per quarant’anni avevo imparato a evitare. Riflessi, invece, ha rappresentato il preludio di Dysmorfia, anticipando la riflessione sul rapporto conflittuale con la propria immagine. Con The Beauty and the Bane questa ricerca si è spostata verso l’esterno, mettendo in discussione i modelli di bellezza che per tanti anni avevo contribuito a costruire. Dysmorfia ha approfondito il conflitto tra ciò che siamo e ciò che vediamo di noi stessi, mentre OltrelaPelle ha allargato ulteriormente la riflessione, affrontando le contraddizioni che possono emergere persino nell’amore, quando le nostre appartenenze culturali e religiose diventano limiti che non riusciamo a superare. Se guardo questi lavori nel loro insieme, vedo un percorso che parte dal bisogno di ritrovare me stesso, attraversa il rapporto con la propria immagine e arriva al confronto con l’altro. Non considero questi progetti capitoli conclusi, ma tappe di una ricerca che continua a trasformarsi.
La tua arte sembra suggerire che l’imperfezione non sia qualcosa da nascondere, ma una possibilità di rivelazione. Pensi che attraverso la sottrazione e la trasformazione si possa arrivare a una comprensione più autentica della bellezza?
Con la Fotomorfia ho cercato di fondere due concetti apparentemente vicini, ma profondamente diversi: il veridico e il vero. La fotografia, per sua natura, ci restituisce un’immagine che riconosciamo come veridica, perché nasce da qualcosa che è realmente esistito davanti all’obiettivo. Ma questo non significa necessariamente che ci racconti la verità di ciò che rappresenta. Nel mio percorso professionale ho costruito immagini perfettamente credibili, nelle quali la bellezza appariva naturale, anche quando era il risultato di una complessa trasformazione. Oggi, attraverso la sottrazione e la manipolazione della materia fotografica, cerco di incrinare quella veridicità per lasciare emergere qualcosa di più autentico. L’imperfezione, quindi, non è per me un nuovo ideale estetico da contrapporre alla perfezione. È piuttosto uno strumento per mettere in dubbio ciò che vediamo. Paradossalmente, altero ciò che appare vero per cercare di avvicinarmi a ciò che lo è davvero.
Le tue opere sono state presentate in mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Quanto è importante per te il confronto con il pubblico e quanto le interpretazioni degli osservatori possono arricchire il significato di un’opera?
Per me è tutto. Immagino il rapporto tra l’artista e il pubblico attraverso il principio dei vasi comunicanti: io cerco di trasmettere emozioni attraverso le mie opere, ma sono gli stessi osservatori a restituirmene altrettante, spesso inaspettate. In ogni mostra lascio volutamente dei libri bianchi, nei quali chi lo desidera può scrivere liberamente le proprie impressioni. Nel tempo sono diventati per me qualcosa di prezioso, perché raccolgono pensieri, emozioni e confessioni che difficilmente emergerebbero in una semplice conversazione. Ho visto persone commuoversi fino alle lacrime, altre rimanere davanti a una sola opera per decine di minuti. Alcuni mi hanno confidato di sentirsi disarmati nei confronti dei propri figli, dei familiari o persino di sé stessi. Sono momenti che mi colpiscono profondamente, perché mi fanno capire che quell’immagine ha toccato qualcosa che appartiene alla loro esperienza personale. E ciò che mi sorprende è che questo accade tanto in Italia quanto all’estero, indipendentemente dalla lingua o dal contesto culturale. Non sempre le interpretazioni coincidono con ciò che volevo esprimere, ma non lo considero un limite. Al contrario, ogni lettura aggiunge qualcosa che non avevo previsto. Forse è proprio questo il momento in cui un’opera smette di appartenere soltanto a chi l’ha creata e comincia a vivere anche attraverso gli occhi e le emozioni degli altri.
Hai portato la tua esperienza anche all’interno delle scuole, incontrando le nuove generazioni e affrontando il rapporto tra immagine e percezione di sé. Quali sono le reazioni dei ragazzi davanti ai tuoi lavori e quale messaggio vorresti lasciare loro?
Sono stati incontri di grande emozione, sia con i bambini più piccoli sia con gli adolescenti. Ho avuto anche l’opportunità di confrontarmi con persone con diverse disabilità, un’esperienza altrettanto intensa e coinvolgente. La cosa che mi ha sorpreso maggiormente è stata la loro capacità di attenzione. Durante visite durate anche un paio d’ore, non ho visto ragazzi distrarsi con il cellulare. Al contrario, ho incontrato curiosità, partecipazione e tantissime domande, alcune di una maturità sorprendente rispetto alla loro età. Inizialmente rimanevano colpiti soprattutto dai graffi e dalle abrasioni. Mi chiedevano perché sentissi il bisogno di rovinare fotografie così belle, immagini che ai loro occhi avevano già un valore. Quelle domande mi hanno fatto riflettere su quanto, fin dall’infanzia, siamo condizionati da schemi prestabiliti. Spesso sono proprio gli adulti a insegnarci cosa sia giusto disegnare, come farlo, cosa sia bello e cosa non debba essere rovinato. Quasi senza accorgercene, impariamo che esiste un modo corretto di fare le cose e che allontanarsene significhi sbagliare. Eppure, proprio attraverso quello che apparentemente sembra un errore o una distruzione, può nascere qualcosa di nuovo. Non vorrei lasciare ai ragazzi una lezione sulla bellezza, ma soprattutto un invito a mettere in discussione ciò che viene loro presentato come una regola assoluta. A non avere paura di sperimentare, di sbagliare, di essere diversi. Perché forse la creatività, come la nostra identità, comincia davvero quando troviamo il coraggio di uscire dagli schemi che altri hanno disegnato per noi.
In un’epoca dominata dai social network, dai filtri digitali e dalla ricerca costante di un’immagine perfetta, quale ruolo può assumere l’arte nel mettere in discussione i modelli estetici contemporanei?
L’arte può provocare dubbi, più che offrire risposte. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, spesso costruite, corrette e filtrate, che scorrono davanti ai nostri occhi senza lasciarci il tempo di interrogarci su ciò che rappresentano. Il rischio non è soltanto quello di inseguire una bellezza irraggiungibile, ma di perdere progressivamente la capacità di distinguere ciò che siamo da ciò che vorremmo apparire. L’arte può interrompere questo meccanismo, costringerci a fermarci davanti a qualcosa che non corrisponde alle nostre aspettative. Con la Fotomorfia cerco proprio di fare questo: parto da immagini che rispondono ai canoni della perfezione estetica e le trasformo, le ferisco, sottraggo loro quella rassicurante bellezza alla quale siamo abituati. Non per sostituire un modello estetico con un altro, ma per mettere in discussione il bisogno stesso di aderire a un modello. Non credo che l’arte possa cambiare da sola la società, ma può cambiare, anche soltanto per un istante, il modo in cui una persona guarda sé stessa e gli altri. E per me sarebbe già un risultato straordinario.
Guardando al tuo percorso, quali sono le esperienze o le opere che hanno segnato maggiormente la tua evoluzione artistica e quali nuove direzioni vorresti esplorare in futuro?
L’esperienza che più mi ha segnato è stata mettere in discussione tutto ciò che avevo imparato in oltre quarant’anni di fotografia professionale. Per molto tempo ho cercato di controllare ogni dettaglio dell’immagine, dalla luce alla composizione, fino alla perfezione tecnica. A un certo punto ho sentito il bisogno di fare esattamente il contrario: lasciare spazio all’imprevisto, all’errore, persino alla distruzione. Il progetto Rinascita ha rappresentato il primo passo di questo cambiamento; con The Beauty and the Bane ho trovato nella Fotomorfia un linguaggio che sento finalmente mio. Da lì la ricerca ha continuato ad aprirsi a nuovi interrogativi. Oggi sto esplorando una nuova direzione con Ciò che resta, un progetto nel quale il corpo non è più necessariamente presente. Mi interessano i luoghi, le architetture, gli oggetti e soprattutto le tracce che le persone lasciano dietro di sé. È un modo diverso di parlare dell’essere umano, attraverso ciò che rimane della sua presenza. Non so ancora dove mi porterà questa ricerca, e forse è proprio questo ad affascinarmi. Dopo una vita trascorsa a sapere esattamente quale immagine avrei dovuto realizzare, oggi trovo una libertà straordinaria nel non conoscere in anticipo il risultato. Non sento il bisogno di arrivare a una conclusione. Vorrei continuare a sorprendermi, a sperimentare e, soprattutto, a farmi delle domande.