Antonella De Pascale

in arte Antonella Iris de Pascale, è un’artista italiana nata nel 1964, attiva da oltre quarant’anni nel panorama dell’arte contemporanea. Cresciuta e formatasi a Firenze, ha vissuto in prima persona…

BIOGRAFIA

#Antonella De Pascale

in arte Antonella Iris de Pascale, è un’artista italiana nata nel 1964, attiva da oltre quarant’anni nel panorama dell’arte contemporanea. Cresciuta e formatasi a Firenze, ha vissuto in prima persona il fermento culturale degli anni Ottanta, un contesto che ha profondamente segnato la sua ricerca grazie anche al legame con il fratello Ernesto de Pascale, figura centrale della critica musicale e della divulgazione culturale italiana. Fin dagli esordi ha intrecciato pittura, performance, musica e sperimentazione multimediale, partecipando a mostre personali e collettive in gallerie e spazi istituzionali tra Firenze, Milano, Pisa e altre città italiane, ottenendo riconoscimenti già nei primi anni di attività.

Il suo percorso artistico si è sviluppato parallelamente a esperienze nel design, nella decorazione d’interni, nel settore tessile e nella progettazione di interventi pittorici per spazi pubblici e privati, mantenendo sempre una forte attenzione alla dimensione materica e simbolica dell’opera. A partire dagli anni Duemila, la ricerca visiva si è intrecciata in modo sempre più profondo con lo studio della psicologia, dell’arteterapia, del counseling e della formazione, ambiti nei quali opera come insegnante e formatrice, sviluppando progetti educativi e pubblicazioni per importanti case editrici come Giunti e Cortina.

Nel 2016, dopo un viaggio in Marocco, la sua poetica conosce una svolta decisiva: nasce il ciclo “Trasformazioni”, un’indagine sull’anima dei luoghi e delle persone che segna il passaggio a un linguaggio più stratificato, simbolico e visionario. Il suo lavoro alterna pratiche analogiche e digitali, pittura, collage fotografico, ceramica e interventi decorativi, dando vita a opere che raccontano storie intime e universali attraverso un immaginario surreale e profondamente introspettivo. Centrale nella sua ricerca è l’idea dell’arte come strumento di connessione interiore, guidata dalla meditazione e da stati di coscienza ampliata, visione che confluisce nel progetto registrato “L’anima vola libera”.

Nel corso degli anni ha esposto in numerosi musei, gallerie e spazi culturali in Italia e all’estero, partecipando a progetti internazionali, rassegne curate e pubblicazioni editoriali di rilievo, tra cui un ampio progetto per Editoriale Giorgio Mondadori dedicato alla storia dell’arte contemporanea del nuovo millennio. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private e sono state oggetto di attenzione critica da parte di storici dell’arte, giornalisti e curatori. Il suo archivio storico è depositato presso Agarte – Fucina delle Arti, mentre la sua attività continua a svilupparsi tra mostre personali, collettive e progetti interdisciplinari, mantenendo al centro una visione dell’arte come atto di trasformazione, consapevolezza e libertà espressiva.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte nasce come una necessità vitale. Con il tempo è diventata sempre di più il linguaggio con cui esploro l’identità, la memoria e l’invisibile, trasformando l’esperienza umana in una sequenza scenica. Creare è un atto di conoscenza, di resistenza e di relazione: un dialogo aperto tra me, il colore, la tecnica, il contenuto e lo sguardo dell’altro. L’arte è il mio dialogo interiore, da lì diventa percezione del mondo, dei luoghi e delle persone, fino ad arrivare a portare tutto questo su una tela.

In che modo il contesto culturale e musicale degli anni Ottanta, vissuto a Firenze, ha influenzato la tua ricerca artistica e il tuo immaginario visivo?

Crescendo a Firenze negli anni Ottanta, sono vissuta  immersa in un ambiente culturale ricco di arte e musica di nicchia, dove l’arte non era solo una disciplina teorica ma parte integrante della vita quotidiana e della formazione personale. Fin da giovane questo clima creativo e multidisciplinare ha contribuito a sviluppare in me un approccio artistico libero, sensoriale e fortemente visivo, dove l’esperienza e l’emozione contano più delle regole accademiche. La musica di quegli anni — in particolare il rock, il blues e i suoni psichedelici che ascoltavo in casa con mio fratello Ernesto De Pascale, hanno lasciato un segno significante nel mio cuore e  hanno giocato un ruolo fondamentale nel mio immaginario visivo. Le vibrazioni sonore, l’energia dei suoni e le atmosfere psichedeliche  delle proiezioni audiovisive hanno segnato profondamente il mio modo di vedere, muovere colore e composizione, influenzando la tensione tra reale e surreale che caratterizza le mie opere. Questo contesto musicale e culturale ha nutrito il mio linguaggio visivo.

Quanto è stato determinante il rapporto con la musica e con le performance dal vivo nella costruzione del tuo linguaggio espressivo?

Il rapporto con la musica, conoscerla, ascoltarla, mi ha permesso di viverla a livello performativo. Le performance dal vivo come “graffitara” sono state fondamentali per la costruzione del mio linguaggio visivo e poetico fin dai primi anni della mia vita artistica. Crescere in un ambiente dove la musica, soprattutto rock psichedelico e blues, era parte della quotidianità ha formato il mio modo di percepire ritmo, movimento e spazio visivo. In quegli anni vivevo contesti in cui moda, musica e arte si contaminavano con forti influenze americane anni Ottanta, tra attivismo culturale e punk. In Italia, dalla moda all’arte, giacche di pelle, look punk-rock, capelli cotonati, colori fluo e neon, tutto  questo mi ha trasmesso contenuti che ho vissuto come un’esperienza profondamente cinestetica. Le molteplici esperienze , le notti trascorse in locali fumosi, dove si mangiava rock duro  ha influenzato il mio approccio con l’arte, trasformando la tela in un tripudio di vibrazioni, colori fluo ed emozioni graffiate, anche come mezzo di rivoluzione sociale. Un’epoca indimenticabile: per chi l’ha vissuta, le parole non bastano, restano le immagini e i ricordi. In quel momento storico, quando avevo vent’anni, la musica non è stata solo sottofondo, ma motore creativo, ritmo interiore che ha plasmato la mia sensibilità plastica, alimentando la tensione tra reale e surreale. Le performance dal vivo, con proiezioni psichedeliche e suoni intensi, mi hanno abituata a pensare l’opera come un momento dinamico, in cui l’immagine pulsa, respira e si muove nello spazio come un suono nello spazio acustico. Così suono, visione e movimento si sono fusi nel mio immaginario visivo e nella mia pratica creativa, dando vita a un linguaggio che nasce dal sentire prima ancora che dal vedere.

Il viaggio in Marocco del 2016 ha segnato una svolta nel tuo percorso: cosa è cambiato interiormente e artisticamente dopo quell’esperienza?

È importante fare una premessa: dal 1990 al 2016 ovvero superato il momento “Graffitaro del colore” venendo a mancare anche la figura di mio fratello ,  sono trascorsi ventisei anni, molti dei quali lunghi e bui. La realtà era bidimensionale, i colori cupi e pochi, e la materia era funzionale a una rabbia esistenziale. In questi anni dopo la morte di mio fratello avevo scoperto facendo un viaggio interiore nei ricordi , che la fotografia , mi aiutava , mi sosteneva , facendo  emergere i ricordi più belli, lasciandomi alle spalle  le crepe dell’esistenza. Detto questo, il viaggio in Marocco è stato un momento chiave della mia rinascita e nuova ricerca, un’esperienza di scoperta che ha ridefinito non solo il mio sguardo visivo, ma anche la mia percezione interiore. In quel paese, colori, texture, luci intense e atmosfere evocative mi hanno spinto a guardare non solo ciò che vedevo, ma ciò che sentivo dentro mentre osservavo. Dopo il Marocco ho ampliato l’uso della fotografia come base emotiva e compositiva delle mie opere, lavorando su immagini catturate durante il viaggio e poi rielaborate con interventi manuali e pittorici. In questo modo la memoria del luogo, i dettagli visivi e le sensazioni vissute diventano materia da cui nasce l’opera, con figure e simboli che emergono tra reale e surreale. Interiormente, quel viaggio ha acceso una maggiore consapevolezza della dimensione onirica, della memoria come fonte creativa e della potenza del colore come linguaggio emozionale. Il Marocco ha segnato una svolta: da una visione puramente osservativa a una narrazione, dagli anni bui senza colore alla scoperta di un colore funzionale al mio obiettivo, in un intreccio magico tra percezione e immaginazione.

Nel ciclo “Trasformazioni” parli spesso di anima dei luoghi e delle persone: come nasce un’opera e da dove parte questo ascolto?

Trasformazioni in viaggio non è un ciclo, ma un contenitore. Nasce dalla stesura di una monografia nel 2020, da una prima  mostra personale al Museo Guidi di Forte dei Marmi e poi si sviluppa nel corso degli anni in altre location. Il viaggio in Marocco è stato il punto di partenza, anche se il nome “Trasformazioni in viaggio” e l’itinerario li ho costruiti piano piano. Per me il viaggio non è mai un semplice spostamento geografico, ma uno spazio di attraversamento fisico e interiore, in cui lo sguardo cambia e la percezione si approfondisce. In questo nuovo stile l’immagine fotografica diventa il punto di partenza, una traccia reale su cui intervenire, stratificare e trasformare. Le fotografie raccolgono frammenti di realtà e di memoria , ma vengono poi rielaborate attraverso il gesto pittorico e il segno, fino a perdere la funzione documentaria per aprirsi a una dimensione onirica e spirituale. Riappare l’anima, già presente in un singolo lavoro polimaterico in bitume del 1992, che ora si fonde nel contesto, assorbendo i colori dei luoghi e delle persone. Le Trasformazioni sono il risultato di un dialogo continuo tra esterno e interno, tra visibile e invisibile. L’opera non racconta il viaggio, ma ne custodisce l’eco. Se per ascolto si intende chiudere gli occhi e percepire i suoni della mia mente durante il viaggio, allora sì: nel viaggio bisogna sapersi ascoltare.

Come convivono nel tuo lavoro le pratiche analogiche e digitali e che ruolo ha la stratificazione di immagini e materiali?

In questo lavoro c’è stato un grande cambiamento personale. Mi avvalgo della fotografia perché mi permette di vivere il ricordo in modo più intenso e profondo e di esplorare il concetto di “oltre”. Provengo da anni bui, segnati dal dualismo bianco/nero, con pochi spruzzi di colore. Oggi immagini, colore e materiali mi consentono di creare veri e propri fondali, come mise en scene teatrali, che invitano l’osservatore a spingersi sempre più oltre. Tecnica, colore e materiali rendono indistinguibile il confine tra fotografia e intervento pittorico: tutto nasce da fotografia digitale, ma viene trasformato fino a perdere il confine tra analogico e digitale .

La tua formazione in arteterapia, counseling e coaching quanto incide sul modo in cui crei e su come vivi l’arte oggi?

A quarant’anni ho sentito la necessità di capire cosa muovesse la mia mano e cosa mi spingesse a esprimermi così. Tre anni di arteterapia  (metodo A. Denner),tre anni  di counseling(Scuola di psicologia comparata) e la formazione in life coaching (ISI- CNV)mi hanno permesso di intraprendere un percorso di profonda autoanalisi, arricchendo il mio fare arte e umano.

Cosa significa per te pensare l’arte come strumento di connessione interiore e di stato di coscienza ampliata?

Significa usarla come spazio di rielaborazione , l’arte come creta per riempire le crepe esistenziali l’arte come specchio dove gli si possono specchiare, l’arte come messaggio di provocazione profondo, in cui emergono parti invisibili di me, ma anche come riflesso di una coscienza collettiva. L’opera diventa una soglia, un portale.

La figura femminile e l’identità interiore tornano spesso nel tuo lavoro: che tipo di racconto senti l’urgenza di portare avanti?

La figura femminile e l’identità interiore sono temi che mi accompagnano da sempre. Racconto storie di donne silenziate, di anime che hanno lottato per esprimersi. Voglio creare uno spazio di riconoscimento, a e libertà interiore ricordando che l’anima è donna ovvero far comprendere che il femminile è presente in ogni uomo  e rappresenta la capacità di connettersi, la sensibilità e la profondità, spesso in contrapposizione al pensiero maschile, logos.

Che valore ha per te il dialogo con il pubblico?

Il dialogo con il pubblico è fondamentale. L’opera nasce da un’esperienza intima, ma prende vita nello sguardo dell’altro. Quando qualcuno si riconosce in un mio lavoro, so che sono riuscita a trasmettere il mio messaggio.

Dopo oltre quarant’anni di attività, cosa senti di aver trasformato maggiormente in te stessa attraverso l’arte?

Conoscenza, consapevolezza e soprattutto verità.

“Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima”  (George Bernard Shaw)

Qual è oggi la sfida più grande del tuo percorso artistico e umano?

Non parlo di sfide, questa  parola non  fa parte del mio vocabolario . Il mio grande desiderio è d’incontrare una curatrice/o  di valore che sappia affiancare e sostenere il mio lavoro.

Cosa vorresti che restasse allo spettatore dopo l’incontro con una tua opera?

Essere riconosciuta come l’artista dell’anima e  Il racconto dell’anima. L’anima vola libera, vive oltre la materia.

Descriviti in tre parole.

Antonella  in arte Iris:” la regolare irregolarità del vivere quotidiano, intensa, malinconicamente appagata”

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