Annalisa Mercurio

nasce a Rimini nel 1969 e nel 2000 si trasferisce in Puglia, terra in cui vive tuttora con il marito, i due figli e i suoi animali domestici. Questo territorio…

BIOGRAFIA

#Annalisa Mercurio

nasce a Rimini nel 1969 e nel 2000 si trasferisce in Puglia, terra in cui vive tuttora con il marito, i due figli e i suoi animali domestici. Questo territorio diventa un elemento centrale della sua sensibilità poetica, incidendo profondamente sul suo immaginario e sulla sua voce. La sua formazione come danzatrice classica e contemporanea contribuisce a definire un rapporto intenso tra gesto, corpo e parola, portandola a vivere la scrittura come naturale estensione della propria fisicità e come spazio in cui il movimento si trasforma in linguaggio.

Durante il lockdown del 2020 intensifica il tempo dedicato alla lettura, allo studio — in particolare delle lettere ebraiche — e alla scrittura, avviando un percorso più consapevole e strutturato. In quello stesso periodo decide di raccogliere e condividere i propri testi, aprendoli al pubblico e dando avvio a una presenza attiva nel panorama poetico contemporaneo.

Nel gennaio 2023 entra a far parte della redazione del lit blog Le Parole di Fedro, dove cura la rubrica “figuracce retoriche”, affermandosi anche come voce critica e attenta osservatrice della lingua poetica. I suoi testi vengono pubblicati su diverse piattaforme e antologie, e nel 2022 riceve il Premio speciale del Direttore artistico al Premio internazionale di poesia Culture del Mediterraneo. Nello stesso anno partecipa all’antologia L’isola di Gary – paesaggi di guerra e pace edita da Opera Indomita, continuando negli anni successivi a contribuire ad altre pubblicazioni collettive.

Nel 2023 pubblica la sua prima raccolta poetica, Muovimi il fiato per ChiPiùNeArt edizioni, opera che ottiene il primo premio per la poesia edita al concorso Antica Pyrgos 2023 e, nel 2025, il terzo premio per la poesia edita alla prima edizione del Premio Internazionale Gabriele Galloni. Parallelamente, nel 2024 cura per la casa editrice Divergenze il saggio di Elisa Kirsh Gastarbaiterliteratur, confermando il suo impegno anche nell’ambito editoriale. Nel 2025 esce la sua seconda raccolta poetica, Costola Madre, sempre per ChiPiùNeArt edizioni, consolidando un percorso letterario caratterizzato da una ricerca profonda sulla parola, sul corpo e sulla memoria, e da una voce poetica capace di trasformare l’esperienza fisica e interiore in espressione autentica e consapevole.

Cos’è per te l’arte?
Per me ‘arte’, non è un sostantivo astratto; anzi, azzardo dicendo che, per me, non è un sostantivo. L’arte è un luogo (o un non-luogo) in cui poter essere se stessi e nel quale è impossibile mentire. Quello che un artista esprime, attraverso un qualunque linguaggio che appartenga al mondo dell’arte, è qualcosa di unico e irripetibile così come lo è l’artista stesso. Arte è una dimensione nella quale si è liberi di esplorare se stessi e ciò che ci circonda da punti di vista differenti: è il luogo in cui sentirsi ‘a casa’ e al tempo stesso andare oltre.

In che modo la tua esperienza come danzatrice classica e contemporanea continua a influenzare il ritmo e la struttura dei tuoi versi?
La danza è corpo, respiro, ed è un viaggio che attraversa lo spazio e la musica. Nei miei versi c’è il tentativo di tradurre quello che i sentimenti producono a livello sensoriale in parole. Il ritmo è nella testa di ogni danzatore, ma lo studio della metrica ha contribuito a far sì che ciò che scrivo corrisponda a ciò che sento, è stato un aiuto tecnico per applicare la musicalità alla parola. Anche se raramente scrivo in metrica, conoscerla mi permette di decidere se ‘spezzare’ un verso o mantenerlo intero, a seconda dell’effetto sonoro ed emotivo che voglio ottenere.

La scrittura per te è estensione del corpo: quando componi, senti prima il movimento o la parola?
Nella testa, la parola. Parola che si muove e, come dicevo poco fa, cerca di tradurre quelle sensazioni fisiche che tutti proviamo durante uno stato di ansia, di gioia o di tristezza. Inoltre cerco di omaggiare il corpo, di portarne in trionfo anche il suo strato più profondo (ossa, nervi) attraverso la parola “Le rughe – tue – sono ancora attaccate alle ossa” […]

Quanto ha inciso il trasferimento dalla Romagna alla Puglia sulla tua identità poetica e sul tuo immaginario simbolico?
Tantissimo. La Puglia è la mia dimora sensoriale. Oltre alla vista, il tatto (torniamo al corpo), è per me fondamentale. La pietra, onnipresente nella regione che ho scelto come casa, così come gli ulivi, la terra rossa, le cattedrali romaniche, il mare, sono tutti elementi protagonisti di una svolta poetica e di vita. La Puglia è stata da me riconosciuta come parte del mio essere. Chissà, forse in un’altra vita avevo già calpestato questa terra forte e dura, fragile e straordinariamente ricca di ataviche vibrazioni.

Lo studio delle lettere ebraiche ha aperto nuove prospettive nel tuo modo di concepire il segno e il suono della parola?
Lo studio dell’ebraico mi ha insegnato che la parola non è solo un contenitore di significato, ma una struttura architettonica vivente. Ogni lettera ebraica ha un peso, un’ombra, una vibrazione, un numero, ed è simbolo di qualcosa di profondo. Mi ha fatto capire che il segno scritto non è “piatto”, ma ha una profondità geologica. Ora, quando scrivo, sento che ogni grafema è un punto di appoggio: la parola non è più solo suono che scivola via, ma un tassello che vado a ricavare dalla pietra del silenzio. È come se avessi imparato a guardare dietro la parete del linguaggio, come se la ז (zain o zayin) simbolo del pugnale, avesse aperto il varco, facendomi scoprire che la parola è essa stessa corpo, fatto di nervi e mistero.

Il lockdown è stato un momento di svolta: cosa ti ha spinto a rendere pubblici i tuoi testi proprio in quel periodo?
In quel tempo sospeso, in cui il corpo era costretto all’immobilità, la scrittura è diventata per me l’unica forma di danza possibile. Quando il lockdown ci ha tolti dal mondo ho sentito l’urgenza di riportare il “mio” mondo – quello fatto di sensazioni, di memorie e di materia – in uno spazio condiviso. L’atto di pubblicare è semplicemente accaduto, è stata una conseguenza. Pensandoci ora, condividere la scrittura è stato un atto di resistenza contro l’isolamento: se non potevo toccare fisicamente, potevo tentare di arrivare al prossimo attraverso la parola. È stato come se, privata del palcoscenico e dei luoghi reali, la poesia fosse diventata il mio nuovo teatro.

Curare la rubrica “figuracce retoriche” ti ha resa più severa o più indulgente nei confronti della tua stessa scrittura?
Direi più consapevole. Credo ci sia sempre un equilibrio da stabilire tra severità e indulgenza; probabilmente scrivere (in chiave semiseria) una rubrica sulle figure retoriche ha fatto sì che alzassi il livello di “attenzione”. Come quando, da danzatrice, impari a guardare ogni tuo movimento allo specchio cercando di migliorare giorno dopo giorno la tecnica: non cerchi l’errore per punirti, ma per rendere il gesto più puro. La rubrica mi ha costretto a guardare le crepe, le scorciatoie, discernere tra abbellimenti inutili e quelli necessari. Mi ha insegnato a “pulire” la scrittura. Oggi sono molto più spietata con il superfluo: se una parola non porta con sé il peso della carne o del respiro, la lascio andare.

Tra Muovimi il fiato e Costola Madre, quale trasformazione senti di aver attraversato, sia umana che artistica?
Muovimi il fiato è stato un tuffo nell’ignoto, un’esplorazione, un primo tentativo di dare ritmo al tumulto, di far uscire il respiro. Era una ‘danza giovane’ a tratti inquieta. Con Costola Madre, invece, sento di essere scesa più in profondità, verso le radici. Se il primo libro era il tentativo di muoversi, il secondo è stato il tentativo di stare, di abitare il dolore, l’origine, la terra, il ventre; Umanamente, ho smesso di cercare la grazia estetica e ho iniziato a cercare la verità dell’osso. Artisticamente, la mia parola si è fatta più scarna, forse più densa; ha smesso di voler “danzare” per tutti e ha iniziato a raccontare di cosa è fatta, davvero, la mia spina dorsale.

Il riconoscimento nei premi letterari ha cambiato il tuo rapporto con la poesia o con la responsabilità della parola?
Il riconoscimento è sempre una carezza, ma rimango con i piedi saldi a terra. I premi non sono altro che punti di partenza. La responsabilità della parola non cambia con il consenso: la responsabilità è quel “luogo” di cui parlavamo prima, quel posto in cui non si può mentire. I premi mi hanno dato una piccola conferma, ma lascerò sempre l’ultimo giudizio a quella sensazione fisica che provo quando trovo la parola ‘giusta’: quella vibrazione che parte dallo stomaco e arriva alla pagina.
Il rapporto con la poesia resta per me un rapporto privato, che non teme il giudizio pubblico, perché sa di non avere nulla da nascondere.

C’è un tema che ritorna inevitabilmente nei tuoi testi, anche quando provi ad allontanartene?
Forse, la mancanza. La distanza, fisica o temporale, tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere, tra il desiderio e il suo compimento. Ed è paradossale, perché pur parlando di mancanze, cerco sempre di riempirle di materia, di suoni, di carne. È il tema dell’assenza che si fa presenza attraverso il linguaggio. Mi allontano, provo a scrivere di altro, ma finisco sempre lì: a misurare lo spazio vuoto tra le persone, tra le cose, tra il pensiero e il movimento.

Se dovessi descrivere la tua poesia come un gesto del corpo, quale sarebbe e perché?
Un plié. È il movimento fondamentale, quello che ti porta verso il basso, verso la terra; il corpo però, effettuando questo movimento, contrariamente a ciò che si possa pensare, non si accorcia: infatti, mentre si piegano le ginocchia, ogni tendine, ogni muscolo dal centro della testa fino ai piedi si allunga; il plié è estensione, è preparazione al salto, allo stacco da terra, al volo. È contemporaneamente un gesto di umiltà e di forza estrema. Vorrei che la mia poesia fosse questo, un tentativo di discesa nel profondo, per poi tentare, con la parola, un piccolo, necessario slancio verso l’alto.

Descriviti in tre parole.
Riflessiva, istintiva, ossimorica.

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